Riso (il)

II riso di gola, di cuore, spontaneo, schietto, gioioso, allegro non appartiene né al sesso né all’erotismo, che sono entrambi cose troppo serie, avendo l’uno a che fare con la vita e l’altro con la morte. Una risata di questo genere spezza il meccanismo e può far cadere qualsiasi tensione erotica e sessuale. Cosa diversa è il riso di testa, che esprime scherno, dileggio, compatimento, disprezzo e che è suscitato da una situazione ridicola. Anche questo tipo di riso è estraneo alla sessualità ma è invece congeniale all’erotismo. Se scopo dell’atto erotico è di sciupare, sconciare, deturpare la bellezza di lei, la sua dignità e umanità, il ridicolo ne è lo strumento più potente. Perché il ridicolo uccide più di ogni altra cosa. Scrive lo psicologo Dino Origlia: «Una persona di cui tutti possono ridere non è nemmeno più una persona, non è più nulla». Il ridicolo, che è un fatto esclusivamente umano (solo l’uomo è un animale che sa ridere e che fa ridere, le bestie e gli altri elementi della natura non sono, e non possono essere, ridicoli a meno che non vengano umanizzati), si sostanzia in un contrasto, in una discrepanza, in una incongruenza, in uno scarto. «Un uomo cammina per la via, inciampa e cade: i passanti ridono» scrive Henri Bergson nel suo saggio sul riso. Un uomo che cammina non deve cadere. L’effetto è maggiore se si tratta di una persona che si da arie di importanza: qui il contrasto fra la pretesa rispettabilità e la miseria della caduta è particolarmente stridente e quindi più grande il ridicolo. Quando Enrico Berlinguer, il segretario del Pci, si accasciò sul palco per un ictus davanti a una folla enorme, la scena era altamente drammatica ma anche sommamente ridicola, impudica, oscena (e infatti le Televisioni, giustamente, non la trasmisero): tu sei lì che impersoni la speranza di milioni di uomini e basta che tre millimetri della tua carne più segreta cedano per non essere più nulla, solo un povero corpo che cade. L’erotismo tende esattamente a questo: a inserire un elemento di contrasto, una incongruità, nella bellezza, nella dignità, nella umanità di una donna, un fattore di disordine nel suo ordine. Il ridicolo, così come l’osceno con cui è strettamente imparentato (nel senso che il ridicolo è sempre osceno, anche se l’osceno non sempre è ridicolo), è uno dei passaggi fondamentali di questo processo. Una bella signora cui venga alzata di colpo la gonna è eccitante. Certamente perché vediamo parti del suo corpo prima coperte, ma anche, e forse soprattutto, perché le mutande così rivelate inseriscono un elemento incongruo, non c’entrano niente con l’impeccabilità del resto dell’abbigliamento di lei, con la sua rispettabilità. Così sconciata è oscena, ridicola. La stessa donna in bikini sulla spiaggia, nonostante sia quasi nuda, è molto meno eccitante, perché manca l’elemento incongruo, manca l’osceno. Manca il ridicolo. Perché esista il ridicolo è necessaria la presenza di un altro o di più altri. Il ridicolo infatti, come spiega Bergson, è sempre un gioco, crudele, di intelligenze. L’erotismo è precluso ai cretini. Una donna che non si renda conto del proprio ridicolo è eroticamente inerte, ha lo stesso appeal di una bambola gonfiabile. Se le persone che partecipano alla situazione ne sono consapevoli il ridicolo è autosufficiente, basta a se stesso, non ha bisogno di essere seguito dal riso, che resta sottinteso. Il riso però sottolinea e potenzia il ridicolo oppure nel caso che la donna non lo avverta glielo rende percepibile (così come il risolino d’imbarazzo di lei restituisce questa consapevolezza al partner, la accresce e ne aumenta l’eccitazione). Nel Muro di Sartre, Erostrato, dopo aver fatto camminare nuda la prostituta in lungo e in largo, le ordina di sedersi e di aprire le gambe. Poi la guarda in mezzo alle cosce e scoppia in una risata. Solo a questo punto lei si rende conto, arrossisce violentemente, richiude le gambe e sibila: «Porco!»
Questo tipo di riso è particolarmente devastante se è collettivo. In Mondo cane di Gualtiero Jacopetti c’è una scena di una crudezza e di una crudeltà senza pari. Durante le feste per la presa della Bastiglia, un gruppo di teppisti aggredisce una bella ragazza che si difende disperatamente. Ma è sopraffatta, non la si vede nemmeno più sommersa com’è dagli aggressori, ne si vede ciò che sta accadendo. Dal mucchio selvaggio emerge un energumeno che presenta alla cinepresa le mutandine di pizzo di lei. Il pubblico in sala scoppia in una risata fragorosa. La bellezza, l’umanità, la dignità di lei sono annientate in quel preciso istante, lo stupro diventa un fatto accessorio.

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