Sadomasochismo

È il motore del mondo, la grande molla dinamica dell’intero comportamento umano. In genere è mascherato e sublimato, nel sesso invece è esplicito: c’è uno che penetra e uno che viene penetrato. Le parti, almeno all’apparenza, sono assegnate: lui è sadico, lei è masochista. Nietzsche definisce l’amore «l’eterno odio fra i sessi». Una componente sadomaso esiste quindi in ogni rapporto sessuale, anche il più semplice, quello che si esaurisce nel coito. Ma non è di questo sadomasochismo naturale, elementare, che intendiamo parlare qui, ma del potenziamento che, partendo dall’archetipo di base dove c’è uno che agisce e uno che subisce, riceve nel gioco erotico fino a diventare, quando si presenta come modalità esclusiva e totalizzante del rapporto, una perversione, una patologia o, per usare l’ultimo grido del linguaggio psicoanalitico e psichiatrico che vittorianamente ripudia questi termini considerati troppo crudi, un disturbo psicosessuale. Il sadismo sessuale ha poco a che vedere con le fruste (se non per il loro valore simbolico), con le borchie, con i cinturoni, con gli strumenti di tortura e col sangue. Queste sono cose per individui culturalmente ed eroticamente sottosviluppati. Non per niente gli americani quando girano un film sul tema fanno Cruising, gli inglesi II servo. Nell’erotismo infatti il sadomasochismo più che al dolore fisico si lega alla grande categoria psicologica dell”umiliazione, di cui il ridicolo è una delle componenti più forti (vedi Riso). Umiliazione e ridicolo sono più distruttivi di qualsiasi violenza fisica. Sennonché nel gioco erotico la pulsione sadica dell’uomo è beffardamente frustrata dal masochismo della donna. Se a lui piace umiliare, a lei piace essere umiliata. E ciò che il sadico esattamente non vuole è che la vittima goda della violenza che le viene fatta. «Frustami! Frustami!» implora il masochista della barzelletta. «No» risponde, coerente, il sadico. Il problema irrisoluto e irrisolubile del sadico quando si trova di fronte il masochista (e nel sesso la donna lo è per ruolo) è che costui gode di ciò che subisce. Ricordate la terribile confessione di Stavroghin ne I demoni di Dostoevskij? «Ogni situazione estremamente vergognosa, oltremodo umiliante, ignobile e, soprattutto, ridicola in cui mi è capitato di trovarmi nella mia vita, ha sempre suscitato in me, insieme a una collera smisurata, una voluttà incredibile». Il principe russo Stavroghin, per chi conosce I demoni, è un uomo sommamente altero e orgoglioso. Al centro del gioco sadomasochista c’è infatti L’orgoglio. Il piacere del sadico è di umiliare l’orgoglio della vittima, quello della vittima è di veder umiliato e degradato il proprio orgoglio. Perché questo possa avvenire il masochista deve possedere quindi un orgoglio e quanto più è forte tanto maggiore è il piacere di entrambi. Ne consegue che i più grandi masochisti sono, paradossalmente, i “massimamente orgogliosi”, le persone che hanno una precisa coscienza di sé e del proprio valore. Quando il protagonista della Recherche si reca in uno dei più luridi bordelli di Parigi, chi trova incatenato a una colonna, interamente nudo, mentre si fa frustare da un domestico? Il barone di Charlus, il più altezzoso e sprezzante personaggio di tutta la variopinta compagnia dei Guermantes. E la medesima ragione per cui, in linea di massima, i ricchi, a letto, sono masochisti (i poveri sono già troppo umiliati dalla vita per potersi permettere questo lusso). Lo stesso vale per le donne. Le più altere, le più algide, le più superbe, le più snob e con la puzzetta sotto il naso, per non parlare delle femministe, insomma le insospettabili, sono quelle che nel sesso assumono più facilmente un atteggiamento masochista. «Da tipi simili c’è sempre da aspettarsi il peggio» dice Henry Miller in Tropico del Capricorno a proposito di una certa signorina Abercombie e delle sue arie, «una che avreste detto che non avesse la fica da come si portava in strada» e che poi si lasciava mettere una carota nel sedere. L’apice del piacere sadomaso viene raggiunto quando le gerarchle sono sconvolte o addirittura capovolte. Per questo il sadico si eccita particolarmente ad assistere all’umiliazione della donna da parte di un’altra donna. Perché mentre l’uomo nel rapporto sessuale è, almeno in apparenza, in una posizione di superiorità (è il maschio, il conquistatore, il conduttore del gioco, colui che, alla fine, penetra), ed è quindi implicito, scontato, che lei si faccia sottomettere, sta nei rispettivi ruoli, le donne invece fra loro partono alla pari. Ma una viene messa sotto. Il piacere è massimo se il rapporto gerarchico è invertito: la nipote che sottomette la zia, la segretaria la manager, la ragazza la donna matura, la cameriera la padrona (che è il tema de II servo di Losey, salvo che i protagonisti sono degli omosessuali). A mettere ulteriore benzina sul fuoco contribuisce, naturalmente, l’eterna rivalità fra femmine per la conquista del maschio. Il sadismo della donna sulla donna, anche se è raro che, senza un imput maschile, si esprima direttamente in campo sessuale, è un dato di fatto, con buona pace di tutte le chiacchiere femministe sulla “sorellanza” (le donne non votano le donne, non si fidano e ne hanno i motivi). Poiché però il gioco erotico è consensuale, l’uomo che ha pulsioni sadiche, per quanti sforzi faccia per mettere la donna in situazioni degradanti, non riesce mai ad averne ragione. Il piacere di lei annulla quello di lui. Il masochista è invincibile. Ma l’impotenza è, per così dire, la condizione metafìsica del sadismo anche quando si esce dal campo del gioco erotico e si entra in quello della violenza vera dove, non essendoci il consenso dell’altro, ma anzi l’opposizione, il sadico dovrebbe trovare finalmente la sua piena soddisfazione. Che cosa vuole infatti il sadico vero, il sadico tout court, quando sfoga, non solo e non necessariamente in ambito sessuale, la sua pulsione? Vuole ridurre l’altro a un puro oggetto. Per dirla con Bataille «il suo scopo è quello di eliminare ogni differenza fra soggetto e oggetto». Ma, e qui sta tutta la contorta contraddittorietà della mente sadica, deve essere un oggetto sensibile, capace di avvertire ciò che gli si sta facendo. Altrimenti col soggetto è annullato anche il piacere. Ma se annulla l’orgoglio dell’altro il sadico non ha più niente da umiliare, e se non riesce a piegarlo totalmente non ha raggiunto il suo scopo. Se l’altro è ridotto veramente ad oggetto non sente le sevizie, se le sente non è un oggetto ma ancora un soggetto con cui il carnefice è inevitabilmente costretto ad entrare in una qualche relazione, sia pur stravolta, che è proprio ciò che il sadico non tollera, perché vuole tenersi lontano da ogni coinvolgimento, a una distanza siderale dalla vittima, in una posizione di superiorità assoluta che è simile a quella di Dio. Il sadico è perciò obbligato, in un crescendo di ferocia, ad aumentare progressivamente le violenze fino allo sbocco conclusivo che – in questo credo che avesse ragione De Sade che lo teorizzava -non può essere che l’assassinio. La morte dell’altro realizza finalmente la distanza cui tende, ma nello stesso tempo gli toglie l’oggetto del piacere’. Nell’antico poema indiano Mahabharata, Bhima, dopo aver tagliato il braccio del nemico, e averlo con quello stesso braccio schiaffeggiato, dopo avergli sfondato il petto, troncato la testa e bevuto il sangue, ha un ruggito di furore deluso: «Che altro mi resta da fare? La morte ti protegge!». L’impotenza metafìsica e psichica del sadico tout court, del vero sadico, è un riflesso della sua sostanziale impotenza sessuale o, se si preferisce Melanie Klein a Freud, la seconda è una conseguenza della prima. In ogni caso sono strettamente legate. Quando agisce la sua pulsione in campo sessuale il sadico autentico, a differenza di quel sadico da operetta che è il maschio-bambino il quale si affanna a smontare l’affascinante e incomprensibile giocattolo e si illude, con l’atto sessuale, di possedere e degradare la donna riportandola alla sua condizione di natura, non vuole affatto ridurre la donna a femmina. È troppo intelligente. Sa benissimo che è proprio quello che lei cerca. E questo gli toglierebbe il piacere e il suo stesso status di sadico. Inoltre il rapporto sessuale, per quanto imposto all’altro con la violenza, implica comunque uno scambio, un coinvolgimento, sia pur sfigurato, che il sadico aborre insieme all’insudiciante contatto fisico (il sadico è un maniaco della propria pulizia, sporchi e sporcati devono essere, semmai, gli altri). Il vero sadico quindi non scopa. Vuole ridurre la donna a oggetto e non si scopa con un oggetto. Questa bella coerenza nasconde però le vere ragioni del suo agire. Nel sadico infatti l’atavica paura della donna, che è di ogni uomo, raggiunge un livello patologico. Alla base il sadico è un pavido e un vigliacco, un imbelle che ha paura di misurarsi con la realtà. Il duca di Blangis, uno degli aguzzini delle Centoventi giornate di De Sade, «si sarebbe fatto spaventare da un bambino deciso e, quando non poteva usare l’astuzia e il tradimento, diventava timido e vile». Il sadico erge quindi il sadismo a propria difesa, come un muro di cinta. Ha bisogno di una posizione di assoluto potere proprio per mascherare la sua impotenza. Vuole degradare la donna a oggetto perché ha paura del soggetto, ha paura di misurarsi con la femmina e teme, anzi è sicuro (a torto o a ragione, non ha importanza) di non essere all’altezza, di non soddisfarla e di rendersi quindi ridicolo agli occhi di lei, cosa che invertirebbe le posizioni facendo di lui la vittima e l’oggetto del ridicolo. Situazione che per il sadico è il massimo dell’orrore. Allora gioca d’anticipo ridicolizzando la donna ed eliminandola come femmina. Ridottala a un oggetto inerte, impotente a fare richieste sessuali, il sadico può liberare finalmente la sua libido dirigendola non sulla femmina, ma sull’atto sadico in se stesso, sull’inebriante sensazione di potere che gli da. A questo punto ha, se ce l’ha, l’erezione, ma è un’erezione che non lo implica e non lo mette alla prova. Nel Muro di Sartre, Erostrato, «vestito fino al collo», dopo aver fatto giostrare nuda la prostituta su e giù per la stanza, quando lei, infastidita, tenta un approccio, non tira fuori l’uccello ma la pistola e le ordina di fare ginnastica col suo bastone da passeggio. Il sadico, in sostanza, è un onanista patologico che ha bisogno di materializzare gli oggetti delle sue fantasie laddove il masturbatore, diciamo così, normale si accontenta dell’immaginazione.
E quindi impotente due volte: come sadico e come uomo. E un isolato che, per paura, esclude a priori ogni possibilità di relazione col mondo esterno. E non è certo un caso che il marchese De Sade abbia scritto la maggior parte delle sue opere nella condizione di massima costrizione e solitudine: il carcere. Il suo delirio di onnipotenza onirico non è che il risvolto della sua impotenza reale.

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