Sculacciata

È considerato un atto di sadismo sessuale soft, bonario, casereccio. In realtà infligge alla donna un’umiliazione cocente perché, riconducendola alla condizione di bambina punita, la ridicolizza come donna e come adulto. Non per nulla la punizione viene somministrata sulla parte più ridicola del corpo femminile (e anche maschile; nel film L’amante di Gramigna, ambientato in Sicilia, quando Volonté vuole umiliare a sangue il rivale in amore, davanti alla contesa Stefania Sandrelli, gli fa calare i calzoni e puntandogli contro la lupara, ordina «ora facci vedere lu culu»). Inoltre un sedere enfiato e arrossato dalle busse enfatizza, per così dire, il suo carattere di sedere, il suo essere ridicolo, impotente, inoffensivo, imbelle (vedi Culo). L’effrazione è alimentata dal contrasto fra la proprietà e l’eleganza dei vestiti di lei, distolti solo per quanto basta, e l’indegnità della posizione, la vergogna delle mutandine abbassate, l’indecente nudità del sedere che risalta proprio perché isolata (un sedere scoperto è molto più nudo di un sedere nudo). Per quanto, in genere, questa pratica sia finalizzata all’eccitazione che porta all’amplesso, per tutta la durata del gioco il sesso è escluso e tenuto accuratamente nascosto: lui è vestito, lei a pancia in giù. Nei film dedicati ai cultori del genere la camera non si sofferma mai sul sesso di lei, anche se a volte fa capolino da dietro, ma indugia sui suoi sgambettamenti, sullo scomposto tendersi delle mutandine, sul ballonzolare delle natiche sotto i colpi, sui dimenamenti del sedere, sui singhiozzi, sui piagnucolamenti, sul tirar su col naso e insomma su tutto quanto c’è di infantile nella rappresentazione. Ciò che lo sculacciatore (o il voyeur) vuole sia chiaro è che lei, per quanto porti addosso le insegne della donna, è ridotta a bambina. La ritualità – se i due eccitati, non si mettono a scopar prima – si conclude con la posizione del castigo: lei viso contro il muro, le mani poggiate sulla testa, la gonna sollevata, le mutandine giù, il sedere rosso come un pomodoro in mostra.
La sculacciata perde del tutto la sua aria di finta innocenza se viene data alla presenza o con la partecipazione attiva di una terza persona estranea alla coppia e destinata, dopo l’happening, a ridiventarlo. Qui la vergogna della donna, più o meno simulata quando viene sculacciata solo dal partner, può diventare reale. Il testimone dell’umiliazione la rende autentica, la certifica per il presente e pér il futuro. E la amplia enormemente se si tratta di un’altra donna, una rivale, una pari grado o addirittura di una persona di status inferiore per condizione sociale o familiare (vedi Sadomasochismo). È raro che una donna si lasci andare fino a questo punto, perché anche se l’atto resta un unicum sconvolge i rapporti reali e le gerarchie fra punita e punitrice proiettando le sue conseguenze oltre il gioco sessuale, nella vita. E se la donna è masochista a letto non lo è affatto fuori. Perché la sculacciata a trois si verifichi occorre dunque che fra gli attori si crei un’improvvisa e inaspettata combinazione alchemica, dovuta al luogo, all’ora, all’alcol e ad altre infinite circostanze oppure che il maschio della coppia abbia un’individualità così forte da piegare la partner ad ogni suo capriccio o che, infine, lei sia psicologicamente molto fragile (ma allora il gioco è meno interessante, mentre lo è al massimo grado quando la vittima ha una forte personalità). Una sculacciata collettiva, tratta dalla sua esperienza personale, è descritta, con una certa efficacia, dalla baronessa Maud Sacquard de Belleroche nel libro-confessione “L’ordinatrice”. L’umiliazione è ancora più pesante se la sculacciata viene somministrata contro la volontà di lei. In una mediocre commedia all’italiana degli anni ’70 c’è un episodio, che sembra inserito nel film da un’altra mano, tanto è inaspettato e carico di tensione e di eros rispetto alla banalità del resto, che illustra bene questa situazione.
Lei, una trentacinquenne bella, algida, scostante, fredda, calcolatrice, molto somigliante, fisicamente, alla
Koscina dei giorni migliori, è la convivente di un industriale di una cittadina di quello che oggi verrebbe chiamato il ricco Nord-Est. L’industriale ha un figlio quattordicenne, sgraziato, sdentato, rosso di pelo, brutto, morboso come tutti gli adolescenti. La donna ha un amante a Venezia e il ragazzetto, per certi suoi  scopi, cerca di coglierla in fallo, finché, dopo molti appostamenti, riesce a registrare una compromettente telefonata fra i due. Una sera mentre lei si sta struccando in bagno davanti allo specchio, il ragazzetto entra dalla porta lasciata socchiusa col registratore in mano e le fa ascoltare quella conversazione. Lei capisce subito l’antifona e si dichiara disposta a iniziarlo all’amore.
«Non è questo che voglio».
«E allora cosa?»
«Eri entrata qui per fare qualcosa. Falla». Lei, docile, si dirige verso la tazza. Abilmente il regista evoca, senza farli vedere, i gesti consueti che accompagnano questa operazione, li si intuisce solo né si vedono il corpo e i vestiti in disordine di lei. La cinepresa zoomma invece sul viso e sugli occhi chiari, gelidi, intenti. Si sente lo sgocciolio. La bocca sdentata del ragazzetto si apre in un ghigno beffardo e feroce. Gli occhi della donna sono un lago di umiliazione e di rabbia impotente.
Una notte che lei è stata a Venezia a incontrare il suo drudo, la aspetta al rientro e la ricatta nuovamente. Sono in piedi in un androne buio della villa, lui ha una torcia in mano. Ordina: «Togliti la giacca del  tailleur». La donna esegue e lui la illumina. Allo stesso modo, con colpi di torcia sui movimenti, su quanto di volta in volta viene scoperto e sulle espressioni del viso di lei, cadono la camicetta, le scarpe, la gonna, le calze, il reggicalze, il reggiseno finché la donna resta solo con un paio di slip bianchi. «E ora le mutande». C’è qualche resistenza («quelle no!»), ma alla fine anche l’ultimo indumento scivola via. Crudelmente il ragazzo illumina il triangolo del pube e il volto costernato di lei. «Girati!» L’afferra per un braccio, la trascina in una stanza vicina, la cui porta resta socchiusa, e la getta bocconi sul letto. Lei capisce le sue intenzioni solo quando la prima, violenta, pacca si abbatte sulle sue reni. Urla un «Nooo!» disperato e, mentre la porta si richiude davanti all’oltraggio, si sentono solo i colpi e i singhiozzi e i pianti di lei, che non sono di dolore ma di amara vessazione. La donna ristabilirà situazione e gerarchie quando, ad un ennesimo ricatto del ragazzo per sottometterla a giochi ancor più torbidi, lo agguanterà e lo porterà di forza a letto.
Lei ritorna donna, femmina, padrona di sé e lui viene miserabilmente ricondotto alla sua condizione di apprendista, inibito e confuso.
Quando la sculacciata viene somministrata contro la volontà della donna e in pubblico – ma qui si entra in
un campo decisamente criminale (vedi Plumage) – c’è una violenza che può avere sull’autostìma di lei conseguenze devastanti, peggiori dello stupro. La bella Anne Josèphe Théroigne de Mericourt, detta ” l’amazzone della libertà”, era un’eroina della Rivoluzione francese e aveva partecipato, portandosi con grande coraggio, alle giornate insurrezionali dell’estate del 1792. Poiché la vendetta è femmina aveva approfittato di quei tumulti per far massacrare il giornalista Suleau che portava la grave colpa di averla sbeffeggiata in un articolo. Vicina alla Gironda, teneva un salotto frequentato dai più bei nomi della Rivoluzione. Ma la aspettava un atroce contrappasso. Il 31 maggio del 1793 – secondo quanto racconta Restif de la Bretonne – usciva, dopo una riunione infocata, dalla Convenzione. Era vestita alla moda delle rivoluzionarie chic:  cappello di feltro con la piuma rossa, coccarda tricolore all’occhiello, giubbottino di panno blu, la gonna stretta e lunga fino alle caviglie. Procedeva fiera, altera, battendo con lo scudiscio la coda del vestito. Ebbe la sfortuna di incrociare un gruppo di popolane armate di battitoi che in quegli stessi giorni solcavano le strade di Parigi alla caccia di aristocratiche da fustigare, per scaricare sui loro deretani scoperti secoli di umiliazioni e di frustrazioni, e che non sapevano ben distinguere fra una rivoluzionaria, soprattutto se ben vestita, e una dama di Corte. Troppo sicura di sé, Théroigne non si rese conto del pericolo e quando fu apostrofata in modo scurrile rispose con alterigia, agitando il frustino. Ne nacque una zuffa. Théroigne si difese come una tigre, ma fu presto sopraffatta, gettata a terra, rovesciata bocconi mentre le venivano sollevate le lunghe vesti. Messa a culo nudo fu selvaggiamente fustigata dalle donne inferocite mentre attorno il popolaccio, che non manca mai queste occasioni, si godeva la scena sghignazzando e schernendo. L’umiliazione pubblica distrusse Théroigne de Mericourt e la sua personalità. Non si riprese più. Impazzita per la vergogna fu ricoverata alla Salpetrière dove languì per più di vent’anni essendosi ridotta negli ultimi tempi a mangiare i propri escrementi.
Essendo una violenta effrazione della dignità, della rispettabilità, del decoro di una persona, la sculacciata ha avuto il suo periodo di massimo fulgore nell’Inghilterra vittoriana, severa, austera, maniaca della decenza, sessuofoba.
La letteratura clandestina dell’epoca (di cui è un buon esempio The Pearl-The Underground Magazine of Victorian England) è zeppa di altere e pudiche collegiali sculacciate, con i pretesti più vari, dai propri maestri, uomini e donne, sia in privé che davanti all’intera classe.
Oppure, per un vendicativo e ancora più stuzzicante contrappunto, di schoolmistress, molto comprese nella loro funzione educativa, molto severe e rigorose e, naturalmente, anche parecchio carine, colte nel rigoglio dei quarant’anni, sculacciate e fustigate a sangue da allieve irridenti e in rivolta (La fustigazione, flogging, era molto in voga nelle scuole inglesi come sistema di correzione e talvolta viene usata ancora oggi. È un portato della repressiva e ambigua educazione protestante). In questo caso la degradazione della vittima è triplice: dallo status di donna e di adulto e dal ruolo. Punita nel modo più indecoroso e indecente, retrocessa a un’età infantile inferiore a quella delle sue stesse allieve, costretta alle più umilianti ritrattazioni e alle scuse più abiette, la school-mistress perde, per sempre, la propria autorità.

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