Troie

«Troia», «Puttana», «Vacca», «Cagna», «Stronza» ed epiteti ancora più ingiuriosi e volgari sono abbastanza frequenti nella coppia “in love” almeno quanto le più appassionate e dolci espressioni d’amore. Come lei lascia fare, così lascia anche dire. Ambigua. Passiva. Sembra che essere insultata a sangue le piaccia, la ecciti.
Comunque non muove obiezioni. Sa benissimo che quell’impotente coprolalia non è che il riflesso della sua supremazia.
Come abbiamo già accennato (vedi Sadomasochismo) c’è indubbiamente un sottofondo d’odio nell’amore di un uomo per una donna. È un sentimento ambivalente.
Nota. In un trattato sessuale taoista la donna è chiamata “la nemica” e in uno europeo medioevale «Colei in cui è celato tutto il terribile e meraviglioso mistero».
Da una parte l’uomo è profondamente grato alla donna (o ne è quantomeno lusingato) per averlo scelto, fra tanti, come partner, di una notte o d’una vita. D’altra parte sente il bisogno oscuro di farle pagare qualcosa.
Che cosa? A livello superficiale, intellettuale, erotico le vuol far pagare le sue arie e la sua distanza di donna, i suoi dinieghi, il gioco del corteggiamento. È come se le dicesse: «Facevi tanto la sostenuta ma, come vedi, non sei altro che una femmina, una troia, una cagna in calore, una stronzetta come tutte le altre». E non importa se, nella fattispecie, lei si è data con facilità o ha addirittura preso l’iniziativa. Quando un uomo scopa una donna, scopa in realtà tutte le donne del suo immaginario, quelle che gli han detto di sì e quelle che gli han detto di no, quelle che ha avuto, quelle che non ha avuto e quelle che non potrà mai avere. Scopa l’archetipo e la donna concreta, di quel momento, paga per tutte (nello stupro è sicuramente così e del resto ogni rapporto sessuale è anche uno stupro). In quanto a lei, il lasciarsi insultare fa parte del suo bisogno di abbandono, di darsi senza condizioni, di dipendere totalmente, di essere femmina fino in fondo. Dominante proprio nella misura in cui sembra dominata. Tu le dici «stronza» e lei traduce «amore».
A livello più profondo, istintuale, sessuale, il maschio percepisce di essere una comparsa nella rappresentazione e si accanisce su di lei per averlo costretto a questa parte e, in un certo senso, anche su se stesso per averla accettata, per essersi lasciato andare, perché sa che è il soccombente.
Ma gettando lo scandaglio in acque ancora più torbide, credo che il maschio senta il bisogno di far scontare all’archetipo femmina, alla madre che è simbolicamente in lei, di avergli dato la vita. Perché anche sotto questo aspetto il suo sentimento è ambivalente. Da una parte la donna è sacra perché dà la vita. Non c’è nulla che commuova più l’uomo, se la ama, di saperla incinta di sé, che lo colmi di maggior gratitudine: per avergli offerto la possibilità della continuazione, per aver così lenito la sua angoscia di morte (sia pur ambiguamente, come sempre, perché nel momento in cui lei dà la vita a un altro essere contemporanèamente un poco anche ti uccide). E a riprova di questo sentimento ci sono le infinite, amorevoli, timorose, timide, impacciate, emozionate attenzioni di cui circonda la sua compagna in stato interessante. Così com’è  proverbiale, e motivo di affettuosa ironia, il nervosismo dei padri, le cento sigarette, il loro andare ossessivamente su e giù, davanti alla sala parto. L’orgoglio del maschio di essere diventato padre è superato solo da quello di lei di essere madre e, per parte mia, credo che questo sia il solo, vero “evento”, straordinario e unico pur nella sua ripetitività («ogni uomo è unico e irripetibile» ha detto papa Wojtyla e sia ringraziato, se non altro, per questo), il solo per cui valga la pena commuoversi.
Ma d’altro canto, in una contraddittorietà irresolubile che è interna alla sua struttura più profonda e permea e modella tutta la sua esistenza, l’uomo odia la donna per lo stesso motivo: perché gli deve la vita. Uno scherzo di pessimo gusto.

Cerca nel sito
Archivio
Immagine casuale
perfetta
Torna su