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Su & giù

Avverbi che si pregustano anche quando sono da soli. Perché richiamano il linguaggio e il gioco erotico dove è tutto un tirar su e giù gli indumenti femminili (vedi Mutandine). In fondo, se lei indossa la gonna, bastano un solo su e un solo giù perché perda ogni decenza.
Particolarmente in giù c’è, come in tutto ciò che viene abbassato, che scende, un senso di avvilimento e di sconfitta. Che il calare delle mutandine di lei sia il segno di un’umiliazione e di una disfatta lo conferma anche il linguaggio dove, per definire una resa ignominiosa, si dice appunto «calare le braghe». Quando lei si tira giù le mutande è come se ammainasse la sua bandiera di donna. Certo poi entra in campo la femmina e son dolori, ma questo è un altro discorso (vedi Atto sessuale).

Profanazione

Fin dalla prima voce di questo dizionario (vedi Atto sessuale) abbiamo detto che essenza dell’erotismo maschile è la profanazione della donna. Ma in questo desiderio di sciuparla e di mortificarla c’è il riconoscimento implicito della sua superiorità. Si può profanare solo ciò che ha valore, che, nella scala gerarchica, sta su un gradino più alto. Non si può profanare una gallina o un’oca (motivo ulteriore che spiega come mai la Zoorastia, il rapporto sessuale con gli animali, sia una perversione più comune alle donne che agli uomini – vedi Cane). Scrive D.H. Lawrence: «Quasi tutti gli uomini, nel momento stesso in cui impongono i loro egoistici diritti di maschi padroni, tacitamente accettano il fatto della superiorità della donna come apportatrice di vita. Tacitamente credono nel culto di ciò che è femminile… E per quanto possano reagire contro questa credenza, detestando le loro donne, ricorrendo alle prostitute, all’alcool e a qualsiasi altra cosa, in ribellione contro questo grande dogma ignominioso della sacra superiorità della donna, pure non fanno ancor sempre che profanare il dio della loro vera fede. Profanando la donna, essi continuano, per quanto negativamente, a concederle il loro culto» (La verga d’Aronne). Lawrence aggiunge che l’uomo sente la donna come essere sostanzialmente più nobile. Qui mi pare che lo scrittore inglese, che pure è un finissimo osservatore del rapporto fra i sessi (Donne innamorate, L’arcobaleno, Figli e amanti, oltre al celeberrimo L’amante di Lady Chatterley), si sbagli profondamente. Al contrario l’uomo sente la donna, dal punto di vista etico, come un essere passabilmente abietto: perché non è capace di una morale superiore ai suoi istinti, perché non rispetta le regole, perché è sleale, perché le è estraneo l’atto gratuito e perché infine non insegue sogni, che è l’attività prediletta di quell’eterno, patetico e anche commovente bambino che è il maschio. Ciò che l’uomo sente di infinitamente superiore nella donna è la vitalità. Ed è questa vitalità che nel gioco erotico vuole in fondo punire, sconciandola e umiliandola (vedi anche Troie). Ma si caccia in una trappola perché, degradandola a femmina, va a ficcarsi proprio nel cuore della sua potenza creativa e ne viene inghiottito.
Più sottile, forse, è il maschio masochista che, invertendo i ruoli sessuali, afferma il proprio valore e la usa invece di esserne usato.

Popò

Il conte di Cavour ci si divertiva con le aristocratiche della corte piemontese. La nobildonna doveva salire su un’ampia lastra di cristallo tenuta a mezzo metro da terra da due robusti valet. Qui, dopo essersi sollevata le lunghe gonne e levata le mutande, si accovacciava mentre Camillo Benso, pare interamente nudo, si stendeva sotto in posizione strategica per seguire l’evento.
Ma la prospettiva più interessante, checché ne pensasse Cavour, non era la sua ma quella dei valet che potevano osservare a loro agio il viso dell’altezzosa dama mentre perdeva ogni aplomb aristocratico. Le cronache non dicono a chi toccasse poi pulire il cristallo, se ai valet, com’è probabile, o alla stessa dama per imbarazzarla ancora di più. Raccontano invece che, a volte, il conte di Cavour si prendeva un superadditum di piacere. Faceva rivestire la signora impedendole di passare per il bagno e imponendole di non cambiarsi fino all’indomani.
Dopo cena, sbrigate le delicate faccende del suo ufficio di premier, andava ad intercettarla in uno dei salotti di Torino e si eccitava pazzamente al pensiero di essere il solo a sapere come quell’elegante e irreprensibile signora era conciata sotto.
Anche Gabriele D’Annunzio amava questa pratica e pare vi costringesse, fra le altre, Eleonora Duse. Ma poiché il «Vate» era un gran millantatore è molto probabile che si tratti di una vanteria.
Fin qui il divertissement. In realtà i legami fra escrementi ed erotismo sono profondi. Ciò che li unisce è l’istinto di morte, il senso di morte. La merda, poiché è ciò che è stato scartato dal corpo vivo dell’individuo, rappresenta, nel simbolico, la morte (Questo per l’uomo, per la donna il discorso, come vedremo, è diverso).
Ma anche l’erotismo, per quanto connesso all’attività sessuale, e quindi vitale, è un gioco di morte. Eros è Thànatos. Perché il suo punto d’arrivo è molto spesso e quasi fatalmente una tautologia sterile. Il gioco erotico diventa cioè fine a se stesso. Lo scopo non è più il sesso ma profanare la donna e anche la femmina attraverso il sesso. È vero che essenza dell’erotismo è la degradazione della donna a femmina (vedi Atto sessuale), ma oltre certi limiti lo scopo di questo processo non è più, come dovrebbe, restituirla alla sua sessualità, e tanto meno alla sua fecondità, bensì la sessualità è lo strumento della degradazione che diventa il vero scopo. Non la si degrada per godere della sua femminilità, ma si usa la femminilità per degradarla. Il mezzo, il gioco erotico, si è fatto fine. L’erotismo non è, come afferma ottimisticamente Bataille, «d’approvazione della vita fin dentro la morte», ma qualcosa che tende a mortificare e ad escludere la sessualità e quindi la vita. Lo si vede molto bene in De Sade, l’erotomane per eccellenza. In Sade non si consumano quasi mai atti sessuali normali poiché richiamano la procreazione che è aborrita, come aborrita, tanto che molti dei suoi personaggi impongono alle ragazze di nasconderla, di coprirla, di non farla vedere, è la vagina in quanto odioso organo di riproduzione. L’opera sadiana è interamente percorsa da un profondo senso di morte e quindi non è certamente un caso, è anzi conseguente, che anche gli escrementi vi abbiano un posto d’onore.
Per l’uomo quindi l’atto sessuale può diventare facilmente secondario rispetto al gioco erotico o venir addirittura eliminato. Per la donna rimane invece l’obiettivo primario. Legata alla natura, potenzialmente feconda, la donna, nonostante tutte le sovrastrutture culturali che le sono state calate addosso, resta un essere-per-la-vita, mentre l’uomo è-per-la-morte. L’uomo è quindi per l’eros, la donna per il sesso.
Nota 1. Naturalmente ciò vale per la donna che non sia stata completamente assorbita dal modello dominante, che è maschilista anche quando si pretende femminista. Certamente oggi ci sono anche molte donne che preferiscono i giochini alla penetrazione.
Nota 2. Nella tradizione kabbalistica, e peraltro anche in Platone, l’Essere primigenio è androgino. Con la caduta si scinde in due: la Donna, che viene definita «la Vita» o «la Vivente», e l’Uomo, che è colui che «è escluso dall’Albero della Vita». Ciò che in definitiva, e nonostante tutto, spinge l’uomo verso la donna è la nostalgia della vita. Nel linguaggio degli innamorati lui le dice «tu sei la mia vita», «non posso vivere senza di te» (in una bella e dimenticata canzone della fine degli anni ’60 Tony Del Monaco canta: “Io che avevo ormai perduto tutte quante le speranze / non credevo nei miei occhi quando sei venuta tu / Vita mia, vita mia, l’unica ragione, tu, della mia vita»). Lei invece lo chiama amore, tesoro, gioia, cucciolo e con ogni altra sorta di vezzeggiativi, ma quasi mai gli dice «Tu sei la mia vita». Perché la vita è lei.
Questo diverso orientamento dell’uomo e della donna verso la vita e la morte attraverso il sesso e l’erotismo lo cogliamo anche nel diverso atteggiamento riguardo agli escrementi. L’uomo prova una morbosa attrazione per gli escrementi della donna perché gli fan ribrezzo e perché rappresentano la sua parte inorganica, inerte, morta. Se ne serve quindi da un lato per degradarla e dall’altro per negarne la temuta vitalità e fecondità. Anche la donna ha un certo interesse per gli escrementi, ma per ragioni tutte diverse da quelle dell’uomo, anzi opposte. Tanto per cominciare sono i suoi escrementi e non quelli del partner (nessuna donna si è mai stesa sotto una lastra di cristallo per vedere come cagava il conte di Cavour o chi per lui). In secondo luogo la donna non prova una particolare ripugnanza per gli escrementi perché, oltre ad averci quotidianamente a che fare nell’accudimento degli infanti, sente che, per quanto schifosi, fan pur sempre parte della natura e della vita. L’uomo invece ne è attratto solo in quanto ne è disgustato. Che «inter faeces et urinam nascimur», che si nasca fra le feci e l’urina, come nota con ribrezzo Sant’Agostino, è cosa che può turbare un uomo, non parliamo di un santo, non la donna che ne fa esperienza diretta e vitale.

Nudo (Il)

Che il nudo non sia erotico è un fatto.
Perché la natura non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido, ci possono commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che creò l’uomo e la donna senza peccato e li mise perciò nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso Terrestre. L’erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito. Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi psicologici e conoscitori dell’animo umano che sono i preti. Scriveva agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo vescovo dell’America ancora indiana: «Vi è anche un altro argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l’inclinazione a quel vizio…» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa Madre (vedi Chiesa), è esperienza comune, di chiunque sia stato almeno una volta in un campo di nudisti, che  l’eccitazione arriva la sera, quando le ragazze si rivestono.
Il nudo dunque non è erotico per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche. Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L’uomo vuole vedere quello che c’è sotto, ma perché questo sia possibile bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio. E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono l’attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è immancabilmente deludente.
Perché la realtà non può nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa le ali all’immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E se all’uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la verità invece di raccontargli una fiaba.
E l’uomo è un bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina. La donna vive la realtà, l’uomo il sogno, ha bisogno sempre di andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). È Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela.
Quindi anche nella questione del nudo l’atteggiamento dei due sessi è molto diverso. Mentre il maschio prova un’attrazione morbosa, mista a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa l’efficienza. Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che guardare (vedi Voyeur). Lo strip-tease è un gioco per maschi. E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente, anche uno strip degli uomini è perché la donna si è appiattita sullo stereotipo maschile.
Inoltre c’è un altro elemento per cui lo strip-tease è estraneo all’interesse della donna. Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia e si leva lentamente tutti i simboli della sua  individualità e del suo status di persona, gioca l’eterno bisogno dell’uomo di oggettivare, umiliare, ridicolizzare la donna. E non c’è dubbio che la posizione di chi si mette progressivamente nudo davanti ad  altri vestiti, sia ridicola perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico a ciò deputato ma in una casa privata, c’è un contrasto, una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del ridicolo (vedi Riso).
Un uomo si eccita a vedere una donna che dà di sé questo degradante spettacolo. Invece la donna non ha alcun interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo del ridicolo, c’è una differenza sostanziale fra i genitali femminili e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è tutt’altro che ridicola (nello strip ridicola non è la nudità in sé della donna ma la  situazione in cui viene esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli cascanti suscitano invece un’istintiva ilarità (non a caso nello strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per pudore, non per limiti di censura – la fica è infinitamente più oscena – ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile eccita l’uomo, anche al di là dell’aspetto voyeuristico, perché umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli stessi motivi, l’eros della donna.
La donna, semmai, si eccita a vedere ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un’altra donna, l’eterna rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare, scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un’altra donna.
Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma senza compromettersi e senza esporsi. Il recente fenomeno delle “cubiste”, che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell’uomo, anche il sadismo della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può ricavare.
Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo Bataille, l’essenza dell’erotismo è la profanazione della donna, la sua riduzione a femmina, ad animale (vedi Atto sessuale), questo può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda. La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione (vedi Mutandine). Una donna già nuda non può essere degradata. È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare un animale, si può profanare solo un uomo. Cioè una donna vestita.
Se poi l’abbigliamento di lei denuncia l’appartenenza di classe, la profanazione e il piacere si allargano all’intera classe cui la donna appartiene, uomini compresi.
L’altra condizione perché ci sia la profanazione è che sia percepìta come tale non solo da lui ma anche da lei.
E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del pudore e della vergogna (vedi Pudore). Tanto più tali elementi, veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato.
Infine c’è un’ultima ragione per cui il nudo non è sexy. Se infatti a lui impedisce l’esplorazione e la scoperta, a lei preclude il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono fatti. Rien ne va plus.
Nuda lei non ha alcun margine: non può allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura, sull’accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul “ti vedo e non ti vedo”, non può insomma accennare nessuno di quei gesti, di quegli “attuzzi e moine”, che fan parte da sempre del gioco dello charme.
Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere solo agli affamati.

Fica Power

Il potere della fica è duplice: come organo della riproduzione e come oggetto del desiderio maschile. Il primo è perfettamente comprensibile (senza di lei non c’è la vita, e scusate se è poco); il secondo, che, come noto, è enorme tanto che si può dire che intorno giri l’universo mondo, è, per certi aspetti, paradossale.
Infatti l’atto sessuale, per motivi legati all’archetipo della fecondazione, interessa molto più alla donna che all’uomo e le dà un godimento di gran lunga superiore e più completo (vedi Atto sessuale). Ma la Natura, per ragioni che attengono all’erezione del membro virile e proprio alla minore disponibilità del maschio all’atto sessuale, ha voluto che sia l’uomo a dover fare la prima mossa e a mettersi quindi dalla parte della domanda (vedi Molestie sessuali). E chi chiede è sempre in una condizione di inferiorità. È la donna che può gestire il mercato e regolare il traffico. Da questa circostanza nasce il suo potere sessuale altrimenti inspiegabile.
Oggi che le donne sono entrate nel mondo del lavoro maschile, il Fica Power è usato con spregiudicatezza per  fare carriera e ottenere altri inammissibili vantaggi. Ma non si può dire. È tabù. Viene considerata un’intollerabile offesa all’immagine della donna che è ridiventata, come nell’Ottocento ma per motivi diversi, un essere angelicato, depurato di ogni bruttura morale. Si batte quindi sempre e solo il tasto del potere di ricatto maschile sul luogo di lavoro. Che c’è, naturalmente, ma è più limitato, se non altro perché può essere esercitato solo dall’alto in basso ed è verificabile, mentre il Fica Power è diretto a tutto campo e praticamente indimostrabile.
Invece di indignarsi quando si parla di Fica Power, le femministe o comunque i tanti teorici delle pari oppor-
tunità dovrebbero prestarvi qualche attenzione, perché questo atteggiamento lede innanzi tutto i diritti e le aspettative di quelle donne che nei rapporti di lavoro si comportano con correttezza.

Fica (La)

È l’enigma. È brutta, laida, umidiccia, maleodorante, percorsa nei due sensi da deiezioni. Fa schifo.
Non ha una forma definita, è un buco slabbrato, un vuoto, un’essenza. Se la donna non l’avesse sarebbe perfetta.
Ma senza questo oggetto inqualificabile, “l’insetto fica” come la chiama con disprezzo qualcuno, l’erotismo non sarebbe possibile. Come dice Bataille è la laidezza dei genitali femminili che esalta la bellezza di una donna nel momento stesso in cui la deturpa. La fica ha quindi valore per contrasto. Ne consegue che nella donna brutta la fica è un’aggravante: sei brutta e, per soprammercato, c’hai anche la fica.
Quest’abisso marino che la donna ha fra le gambe ha sempre fatto paura all’uomo. Perché rappresenta, materialmente e simbolicamente, la caoticità della femmina, la sua creatività, la sua inquietante fecondità. Da lì ha origine il mistero di tutti i misteri: la vita. È per questa atavica paura della donna, della femmina per essere precisi, che l’uomo ha sempre cercato di limitarla, di condizionarla, di recintarla, di confinarla, di controllarla, di sottometterla, di soggiogarla. È la vitalità della donna che fa paura. Il mondo femminile è primordiale, istintivo, ebbro, baccante, danzante, dionisiaco, quello dell’uomo è apollineo. La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte.
Anche lo stupro, in particolare quello di gruppo, appartiene a questa paura. Soprattutto oggi, in epoca di permissivismo sessuale, lo stupro non risponde a un bisogno fisiologico, facilmente appagabile altrimenti, ma a quello psicologico di umiliare e annullare la donna, il nemico di sempre sfuggito al controllo.
E se nell’amplesso l’uomo preferisce, in genere, che lei conservi su di sé qualche elemento dell’abbigliamento non è solo perché segnala quel processo di degradazione da donna a femmina in cui consiste l’erotismo (vedi Atto sessuale, Mutandine e Nudo), ma anche perché una donna interamente nuda, totalmente consegnata alla propria animalità, terrorizza l’uomo. Una donna con qualche cosa addosso è ancora cultura, e quindi in certa misura governabile, senza è una forza della natura.
Se la fica richiama tutti questi timori e ribrezzi ancestrali, molto più tranquillizzante è l’altro orifizio. Tanto per cominciare, pur essendo anch’esso un buco ha una forma, una definizione, una compiutezza. Possiede, come l’altro, l’attrazione del vuoto, dell’abisso, del tenebroso, ma è sterile e inoffensivo. Non nasconde insidie, se non trascurabili e, in alcuni momenti, persino eccitanti. A differenza dell’altro è consistente ma elastico sicché, dopo una difesa di bandiera, finisce sempre per schiudersi e cedere all’invasore. Perché, come il culo che lo avvolge, lo nasconde e lo rende segreto e prezioso, è fatto per essere strapazzato e profanato. Infine non chiede niente. La fica invece avanza pretese. Esige. Vuole il godimento, l’orgasmo e a volte addirittura la fecondazione. «Fanno figli come conigli e pisciano sangue ogni mese lunare» fa dire Sartre ne L’età della ragione al bellissimo omosessuale Daniele Sereno. Ma questo disprezzo non è che l’altra faccia di quella paura che l’uomo, omosessuale o no, ha, da sempre, della donna. Della femmina. Della fica.

Atto sessuale (Coito)

In sé non ha nulla a che vedere con l’erotismo. L’erotismo è un fatto mentale, scopare un fatto fisiologico, un mero sfregar di mucose. Diventa erotico – ma perché ciò avvenga bisogna che la società e l’individuo abbiano raggiunto un certo livello culturale – quando viene percepito come atto che degrada la donna a femmina, ad animale. Spiega Georges Bataille in un fondamentale passaggio de L’erotismo: «La bellezza (l’umanità) di una donna concorre a rendere sensibile – e sconvolgente – l’animalità dell’atto sessuale. Nulla di più deprimente, per un uomo, della bruttezza di una donna sulla quale la laidezza degli organi sessuali e dell’atto non risalti. La bellezza conta in primo luogo perché la bruttezza non può essere sciupata. Laddove l’essenza dell’erotismo risiede appunto nella profanazione».
Per l’uomo la donna è un soggetto erotico non perché ha un sesso in quanto tale ma perché attraverso la sua sessualità la può ricondurre allo stato animale, destituendola quindi come donna, come persona, come individuo sociale. Questo processo di degradazione ha un percorso più o meno lungo (i cosiddetti preliminari), che è appunto il gioco erotico, e il suo culmine nell’atto sessuale. Ma proprio quando il maschio crede di realizzare il suo massimo trionfo sulla donna, degradandola definitivamente a femmina nella brutalità e nella naturalità dell’atto, qui si realizza invece la sua capitolazione.
E sempre la donna a uscire vincente dall’amplesso: perché ritrova la propria essenza, che è la natura, laddove l’uomo perde la sua, che è la cultura. Attraverso i cicli lunari, le mestruazioni, la fecondazione, la gestazione, la placenta, il parto, le mammelle, il latte e tutti i complessi processi fisiologici che si svolgono all’interno del suocorpo, la donna è intatti legata alla natura molto più intimamente di quanto lo sia l’uomo. L’atto sessuale riporta quindi la donna a se stessa, alla sua funzione primigenia di femmina potenzialmente feconda, che procrea, e che in ragione di ciò è strutturata per ricavarne il massimo piacere, che la coinvolge interamente («sono tutta bagnata»), mentre al maschio è riservato il compito transeunte dell’inseminatore e un piacere molto minore e localizzato.
L’atto sessuale interessa quindi molto più a lei che a lui. E se col gioco intellettuale dell’erotismo l’uomo cerca un piacere diverso da quello fisico è proprio perché il piacere che gli procura l’amplesso è limitato se non addirittura deludente. Che poi oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, l’accoppiamento non preveda la fecondazione, anzi espressamente la escluda, non annulla queste verità biologiche di fondo che continuano a determinare e modellare i caratteri, la psicologia, i movimenti e i comportamenti del maschio e della femmina. Vinta e umiliata quindi nel gioco erotico, come donna, lei risorge inesorabilmente, nell’atto sessuale, come femmina. È l’Araba Fenice. È indistruttibile.
L’uomo avverte più o meno consciamente, oscuramente, di avere in tutta questa vicenda la parte minoritaria, marginale e letale del fuco. Come il fuco, viene portato dalla sconvolgente sessualità della femmina ad altezze che non gli sono congeniali e la sua morte simbolica è segnata dallo stato miserevole in cui è ridotto il suo pene mentre la vagina si nutre del suo seme e si gonfia d’orgoglio. E un passaggio di energie. «Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa» dichiara crudamente uno dei protagonisti de L’età della ragione di Sartre.
Diciamo quindi la verità una volta per tutte: se potesse l’uomo farebbe volentieri a meno di scopare. E un dovere biologico e sociale, una fatica, uno stress, implica un’erezione problematica, costringe il maschio a mettersi alla prova, a sottoporsi al giudizio della donna per qualcosa che, in definitiva, va a vantaggio molto più di lei che di lui. Invece nei preliminari, cioè nel gioco erotico vero e proprio, è lui il padrone della situazione, che maneggia, scompone, sconcia a suo piacere l’inquietante giocattolo (ma anche questa è illusione e apparenza: il gioco erotico è necessario all’erezione del maschio, ma in funzione della femmina, la vera protagonista dell’amplesso).
Lisistrata, quindi, chi la capisce? Capeggiò uno sciopero che inibiva ai mariti l’accoppiamento, ma le loro donne e spose continuavano a fare i consueti lavori di casa. Venire accuditi e non essere nemmeno costretti a scopare: si può immaginare qualcosa di meglio? Oltre- tutto lo sciopero di Lisistrata e delle sue compagne era particolarmente stolido perché aveva lo scopo di far terminare una guerra che i greci delle varie polis si stavano combattendo da decenni, lasciando le donne a casa a fare la calza. Ora, ogni maschio bennato di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra. «Fate l’amore e non la guerra» è uno slogan femmineo che non ha retto alla verifica della realtà.
Infatti la donna, che procrea, è dalla parte della vita, ma l’uomo, fuco sterile, è animato da un oscuro istinto di morte e soffre di un acuto, anche se inconfessabile, inferiority complex nei confronti della femmina («l’invidia del pene» è un sottoprodotto culturale, una sciocchezza freudiana). L’uomo si è inventato tutto il resto, l’arte, la letteratura, la scienza, il diritto, il gioco e il gioco di tutti i giochi, la guerra, per coprire in qualche modo questo vuoto, per sopperire alla sua impotenza procreativa. Il mondo della donna appartiene alla concretezza e alla pienezza della natura, quello dell’uomo al sogno, all’astrazione, all’artefatto. Suo è quindi anche il gioco erotico.
L’erotismo, costruzione mentale, è un bisogno molto più maschile che femminile. Per la donna, alla quale in fondo per andar su di giri basterebbero le carezze, cioè un’attività fisica, è solo un fatto di sponda, di controspecchi. Narcisa astuta e sapiente, si riflette nel piacere di lui e ne gode. anche perché sa che, alla fine, ne trarrà, come dicono a Genova, la sua convenienza.
In ogni maschio quindi si nasconde potenzialmente un finocchio. Scopare è il dovere, starsene con gli amici il piacere. Assicuratosi l’accudimento, col pagamento del pedaggio sessuale, ogni pretesto è buono per filarsela: al bar di sotto, a giocare a scopone, a bocce, a poker, ai cavalli, al casinò, a vedere la partita. Fino a qualche anno fa lo stadio era il luogo topico. Permetteva all’uomo di sublimare la propria omosessualità latente senza incorrere nel rimprovero sociale. Una cosa tutta fra maschi, senza l’obbligo di farselo venir duro: l’Eden ritrovato, quando quel tontolone di Adamo era solo nell’immenso e sterile Universo e a Dio non era ancora venuta la bizzarra idea di affiancargli Eva, Eva la curiosa, Eva la civetta, Eva la maliarda, Eva la lasciva, Eva la fedifraga, da cui sono venuti tutti i nostri guai e le nostre insicurezze.
Adesso le stronzette, non paghe di aver dilagato ovunque, hanno invaso anche lo stadio profanando con la loro presenza incongrua e fuorviante il rito del foot-ball che, come ogni rito, vuole concentrazione assoluta e non tollera distrazioni. Non ci restano che i cessi dei cine. E i vespasiani. Perché, nella perdita totale di ruolo e di potere, una superiorità almeno l’abbiamo mantenuta: noi possiamo farla contro il muro, loro no.

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