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Il libro del Califfo – Capitolo 21

IL CALIFFO SDOGANATO

Oggi i ragazzi so’ timidi. Capita di trovare qualche scontroso o qualche saccente ma è sempre per timidezza. Non è che il timido non possa piacere, noi alcune volte ci atteggiavamo a timidi (co’ ‘ste facce da fiji de ‘na mignotta!), è che non funziona sempre.
Ora non c’è più nessuno che fa la corte, non sanno da dove iniziare, manca la fantasia.
A noi capitava addirittura di fare delle spedizioni in provincia. Qualcuno prendeva una suite nel migliore albergo del posto e ci si faceva notare in giro. Tutti si chiedevano chi fossimo, incuriositi dai begli abiti e dal macchinone targato Roma.

La prima cosa da fare era entrare rapidamente nel giro che contava cercando di conquistarsi le grazie della ragazza più in vista (scopandosela a mestiere) e il gioco era fatto.
Non restava che aspettare nella suite: di fuori c’era la fila. Ti si volevano chiavare tutte, si campava di rendita.
In altri casi, in città, quando vedevamo delle belle donne al volante, aprivamo lo sportello e gli saltavamo in macchina. Per superare il primo imbarazzo bastava un sorriso. E lei sveniva.
Se l’auto era decappottabile andava mejo: scavalcavamo proprio! In quei casi potevamo soltanto farci accompagnare a una qualsiasi fermata e non vederla più.
Era già scopata.
Capisco che oggi è tutto diverso. C’è la violenza, gli stupratori, i pedofili. Se una ragazza è da sola in strada non puoi neanche fermarti a chiederle una via. Non ti risponde, ha paura.
La ragazza va presentata. E bisogna fare in modo che questo accada, è molto importante.

Comunque il colpo di fulmine è spesso ‘na stronzata. I veri colpi di fulmine nascono dopo la presentazione, sono tutte le sensazioni che provi dopo una cena oppure quando ci si incontra più volte in uno stesso luogo. Sono gli incontri che ti fanno tornare a casa più ricco.
Il gioco di sguardi fugaci può darti delle vibrazioni, ma solo in mezzo alle gambe. La testa è un’altra cosa. Te lo dice er Califfo.
Troppe volte mi è capitato di scoparmi una che nemmeno conoscevo, ma qua il discorso è diverso.
Il romanticismo è un biglietto, una rosa, tenersi per mano. Oggi tutto questo pare una bestemmia. C’è un problema di comunicazione e di troppa fretta.
Il cellulare, ad esempio, è il primo inventore della bugia ma anche quello che ti tira fuori da situazioni imbarazzanti. Anche i messaggi sono una novità interessante, ti permettono di dire delle cose che non diresti mai guardandoti negli occhi.

Altre volte il telefono permette di sbloccarti a livello erotico, è insomma il mazzo di fiori del Duemila. In ogni caso, se a due ragazzi piace la stessa donna vince chi lavora a livello fisico, mica telematico! Me pare chiaro. Così come chi manda messaggi arriva prima di quello che scrive poesie su carta.
Ma torniamo agli incontri.
Spesso l’incontro è un caso. Vai a una festa, a un ristorante e vedi una che ti piace. Eppoi?
Per prima cosa devi notare se la tua presenza suscita anche a lei qualche interesse. In seguito, se per caso ti trovi in un ristorante, devi sederti davanti alla preda. Come quando sei in coppia. Uno di fronte all’altra. Mai di lato come qualcuno pensa. Come fai a parlare girato, davanti agli altri che stanno a tavola con te?

In faccia a lei hai la conferma di essere il suo punto di riferimento nel gioco degli sguardi. Si può parlare anche stando zitti. Se sei sveglio capisci subito l’aria che tira. La cena può essere una scorciatoia, come coi balli lenti.
Il lento era la migliore di queste scorciatoie. Ma oggi al night non lo mettono più. Se la ragazza che invitavi a ballare, quando la stringevi, aderiva al tuo corpo, era fatta. Purtroppo adesso la comunicazione è più difficile. In ogni caso a chi vive già una storia consiglio (quando si sta a cena fuori) di sedersi sempre davanti alla propria donna, non si sa mai. C’è certa gente in giro. Ma torniamo a tavola.
E’ anche importante vedere le reazioni a pelle della ragazza sfiorandole le mani mentre le serviamo da bere o accarezzandole appena i piedi sotto il tavolo. Tutto come se accadesse per caso.

Mi raccomando ragazzi, in questi momenti bisogna essere grandi attori.
Se lei si dovesse infastidire allora è meglio fermarsi e continuare a studiarla, prima di compromettere tutto. Se invece va tutto liscio e lei chiacchiera e ride con piacere vuol dire che si sta a buon punto. E si può passare alla seconda fase: il numero di telefono.
La tua richiesta deve sembrare una cosa naturale. Se accade, bene; se lei se ne va tranquillamente senza fare niente per lasciarvelo, allora è inutile chiederglielo.
Io a volte ho rischiato appositamente fingendo di dimenticare di farlo. E’ successo che siamo tornati indietro contemporaneamente per scambiarcelo. Ma questa è la vecchia scuola dei playboy che non esiste più. Tutti ‘st’anni d’esperienza oggi mi forniscono la freddezza necessaria per avere tutto sotto controllo.
Ho sempre amato rischiare la buca. Ma la vera classe mica è acqua, a belli!

Il libro del Califfo – Capitolo 20

QUALSIASI COSA ACCADA IN BOCCA, BISOGNA SEMPRE SUCCHIARE FORTE

“Mangiarsi la compagna, diventare cannibali”, teorizza Franco Califano. Dall’imperdibile “Il cuore nel sesso – Libro sull’erotismo, il corteggiamento e l’amore scritto da uno “pratico””, Castelvecchi editore, nuovo capitolo dedicato alle lingue che si accarezzano.

Il bacio ha cambiato le sorti del mondo. Svariati uomini importanti (luminari, re e ideologi) per un bacio hanno messo in discussione tutte le loro certezze. Nell’amore questo gesto è la lampada che illumina il sesso.
Dal canto mio, praticando il mondo femminile con una certa frequenza, quindi, baciando, diciamo spesso, ho appurato che i giovani d’oggi sono un po’ confusi.

Il fatto è che c’è poco confronto con gli adulti, e non dico solo in termini pratici, intendo che l’umiltà per imparare non è abbastanza.
Col bacio si trasmette a una donna tutta l’importanza che merita dal punto di vista fisico e dei sentimenti. Si diventa complici all’istante e si spiana la strada delle inibizioni che non devono rendere precaria la coppia. Da questo momento si cresce insieme, si capiscono meglio i ruoli e le personalità.

Ma bisogna essere molto sinceri. Si deve dire se il bacio è piaciuto a entrambi. Al gesto bisogna aggiungere il dialogo. Sennò diventa ‘n’avventura da impiegato.
Parlando, confidandosi e baciandosi bene e a lungo, si può pure arrivare all’orgasmo. Una pomiciata ben fatta può durare anche ore, è una maniera di comunicare che non si ferma all’apertura della bocca e al movimento della lingua. E’ molto di più. Significa pescare nell’anima del partner, arrivando a toccare sapori sconosciuti.

Dopo l’inizio, qualsiasi cosa accada in bocca, bisogna sempre succhiare forte, mangiarsi la compagna, diventare cannibali.
Da questa penetrazione può nascere l’incastro magico per cui si diventa una cosa unica.
Attenti però. Capita che agli inizi di una storia ci si bacia senza tregua, per poi finire poco dopo nella calma piatta. Difatti, come accade per esempio in un banchetto, si può anche fare indigestione di baci.
Invece è sempre meglio alzarsi da tavola con un po’ di appetito.

Ma vediamo bene l’aspetto pratico. E’ quello che ci interessa.
La bocca dev’essere sempre aperta. Le lingue si accarezzano a vicenda ruotando dappertutto come per attorcigliarsi. Una volta con la dolcezza e l’altra con la passione.
Se ci pensate bene, dalla punta della lingua l’adrenalina cresce di continuo e si espande per tutto il corpo come non succede quasi per nessun’altra situazione del mondo quotidiano.
Le labbra devono restare sempre morbide, l’intensità è provata dalle fossette sulle guance. Senza fossette non è un vero bacio ricordatevelo.

Gli occhi sono chiusi. Perché, a differenza del coito (dove l’immagine è protagonista) nel bacio ognuno di noi cerca di sognare di allontanarsi dalla realtà.
Con questi presupposti il totale coinvolgimento dovrebbe essere assicurato.
E non mi vergogno affatto di dirvi che un bacio dato bene è pura magia.

Il libro del Califfo – Capitolo 19

LA DOLCE VITA DEL CALIFFO: IL PLAYBOY ERA UN MESTIERE…

Dall’imperdibile “Il cuore nel sesso – Libro sull’erotismo, il corteggiamento e l’amore scritto da uno “pratico””, Castelvecchi editore, nuovo capitolo della saga di un coatto per sfida, non per sfiga….…

Ai tempi dei playboy giravano un sacco di cambiali. Perché l’arte del playboy era soprattutto il sacrificio. E perché non si vedeva una lira.
La cambiale per molti é stata una rovina, ma per certi versi anche un aiuto insperato. Ti permetteva di raggiungere livelli altrimenti impensabili. Potevamo avere macchine bellissime per qualche mese prima che ce le togliessero per non aver pagato le rate.
Eravamo pieni di buffi.
Il vestito si faceva fare su misura dal sarto, mica come oggi che con tutte ‘ste marche sembriamo tutti uguali. Le iniziali sulla camicia cucita addosso erano un altro mondo. Un altro modo di vedere la propria esistenza. Adesso se vai in giro scaciato puoi raccontare che sei un artista. Ai miei tempi non se fregava nessuno.

Il playboy era un mestiere. Il sarto ci confezionava sei-sette vestiti per volta che rimanevano lì perché non avevamo i soldi.
Quando poi arrivava l’industriale del Nord, che ci teneva a fare amicizia col playboy conosciuto, gli si raccontavano un sacco di stronzate e si mettevano tutti sul suo conto. Senza che questo riuscisse mai a scopare, ce le facevamo sempre tutte noi!

Tornando al discorso dello stile, secondo molti oggi lo sfoggio dell’oro é diventato volgare. Magari avercelo tutti l’oro. Il possesso dell’oro mi ricorda la mia vittoria sulla vita, i traguardi del successo, anche economico, strappato a un destino difficile.
Qualcuno può obiettare di non essere economicamente all’altezza. Mi ripeto. Il playboy doveva sacrificarsi per la causa. Doveva saper uscire con le donne più belle del mondo ed essere sempre alla loro altezza. Doveva saper vivere a tutti i livelli. Purtroppo ora gente come questa quasi non esiste più.

Quando arrivavamo nei locali, vedevi tutte quante scappare in bagno a rifarsi il trucco… Oggi non c’è manco più il locale! La musica di un tempo, gli ammiccamenti, gli sguardi, non c’è più niente di tutto questo. Adesso le coppie che arrivano in qualche posto insieme si perdono di vista e si ritrovano solamente all’uscita.
Per questo ora faccio parecchia fatica a passare a via Veneto. Quei centocinquanta metri di salita hanno visto tutto il mondo. C’eravamo noi, i miliardari, le donne francesi, gli attori e le attrici. Nascevano storie incrociate.

Si usciva alle nove di sera per tornare alle sette di mattina. Si andava sempre a letto per ultimi. Entravamo nei ristoranti coi nostri bei collettoni bianchi e sentivi solo “prego Dottore, il suo tavolo Dottore”. Perché la facciata contava parecchio.
E tutto girava intorno alla donna.
Alcuni di noi si alzavano la mattina presto, cioé, in pratica, non andavano a dormire, e studiavano gli arrivi all’aereoporto. Si vedeva quale attrice del momento si apprestava a venire a Roma e ci si vestiva alla grande, si comprava un enorme mazzo di fiori e si andava a riceverla con la macchina sportiva.

( In giro per via Veneto )

Si avvisavano i paparazzi e il gioco era fatto. La diva pensava che questo bel ragazzo coi fiori fosse mandato dalla produzione e a buon bisogno accettava il mazzo e ringraziava con un bacio. Il resto lo facevano i fotografi e i giornali del giorno dopo.
Le attrici nostrane più o meno famose, incapricciate del passaparola che ci vedeva come protagonisti assoluti, scatenavano un vera e propria caccia al playboy. Praticamente si viveva di espedienti sentimentali, non si pensava che alle donne. Si puntava la preda e si agiva di conseguenza, chi c’era c’era.

La nostra tana era il Club 84 e appena uscivi incontravi Marlon Brando, Lucia Bosé e tanti altri. Ma di fronte al cuore siamo tutti uguali; quanti ne ho visti in quelle notti amarsi, lasciarsi, piangere e ridere, l’amore non aveva confini sociali.
Che anni ragazzi! Oggi sento parecchia nostalgia per quei valori che non esistono più. Un amico era un amico. Non si discuteva.
Di tutti i belli di allora nessuno è scaduto nella categoria degli ex-belli. Abbiamo capito in tempo il momento di diventare affascinanti. L’ex-bello è patetico e vive di rimpianti. L’affascinante fa le sue scelte in tempo: sposa una donna ricca e campa alla grande. Oggi i playboy di un tempo si sono tutti piazzati. Nessuno è caduto in disgrazia.
Quando arrivi a trentadue-trentacinque anni diventi un uomo. L’età è quella e devi capirlo in tempo.

Io mi sono salvato dal matrimonio con un’ereditiera grazie alla musica e al mestiere di attore di fotoromanzi. Fatto con un altro nome chiaramente.
Poi arrivò Edoardo Vianello e mi fece cantare le canzoni che avevo scritto. Il resto è storia. La conoscete tutti. I belli del Duemila rischiano di svegliarsi con la certezza di non contare un cazzo. Noi non eravamo dei marziani, eravamo solo più coraggiosi. Sapevamo che era possibile arrivare ovunque, bastava volerlo.
Oggi tutti vogliono contare ostentando la loro povertà, circondandosi di miseria e spacciandola per normalità. Po’racci. Me fanno pena. Nessuno si rende conto dei veri valori, passano i giorni e ci si riduce come bestie senza nemmeno accorgersene.

Er Califfo la sua romanità di borgata l’ha sempre difesa, anche dai suoi compagni della dolce vita, con la casa ai Parioli e la puzza sotto il naso. Io sono due persone con una sola anima; ci vuole coraggio per essere così carichi de buffi. Mica no!
Questo coraggio mi ha permesso di arrivare fino ad adesso senza accusare il peso di una vita bevuta fino all’ultimo sorso.
Ed è questo che voglio trasmettervi.

Il libro del Califfo – Capitolo 18

HO CONOSCIUTO UOMINI CHE HANNO AVUTO FINO A SEI ORGASMI…

… e la donna non se ne è neanche accorta!, tuona il Califfo contro l’orgasmo sciolto e multiplex del maschio cazzone. Califano femministo?
Dal , “Il cuore nel sesso”, Castelvecchi editore, in libreria…

L’orgasmo, che parola, quante leggende attorno ad essa.
Eppure, nonostante l’orgasmo sia uno, le interpretazioni sono tante.
Quello femminile è quello più caro a noi maschietti. Il problema è che deve essere autentico. Molti uomini parlano degli orgasmi delle loro compagne ma non si fanno questa domanda fondamentale.
Riuscire a tirar fuori dalla donna la verità su questa eventuale sceneggiata è sicuramente un passo avanti per la coppia.

Chi nasconde i suoi problemi fa male a sé e all’altro. Perché fingere per poi sfogarsi masturbandosi? Questo finto piacere che si dà all’uomo urlando e agitandosi è in realtà il peggiore dei tradimenti. Ho conosciuto delle ragazze che fingono anche nei rapporti occasionali: il massimo della coglioneria!

Come quelle che arrivano davanti all’altare, in abito bianco, senza mai aver avuto un orgasmo vero con quello che diventerà da lì a poco l’uomo della loro vita. Pensate che vita! Basteranno le prime corna sessualmente valide per rendersi conto che si era sbagliato tutto. Una vera donna affronta il problema col suo uomo per trovare la soluzione.
Anche l’uomo, dal canto suo, é spesso troppo egoista. E’ l’altruismo che deve prevalere in amore. Se godiamo solo per noi non siamo nessuno.

Pensare al partner è l’unica ricetta buona per essere dei grandi amatori.
Modestia a parte, se moltissime donne ancora oggi parlano di me è solo perché sotto il lenzuolo so’ stato sempre di grande altruismo.
Accanto a una donna insoddisfatta perdiamo ogni autorità. La natura ci permette un orgasmo solo e quello deve bastarci. E’ sulla compagna, è per lei che dobbiamo impegnarci. Altro che i paroloni squallidi del tipo “me ne so’ fatte tre!”. Ho conosciuto uomini che hanno avuto fino a sei orgasmi in un rapporto sessuale… e la donna non se ne è neanche accorta!
Sentiamo sempre l’altra campana, conviene.

Il libro del Califfo – Capitolo 17

PERCHE’ UNA DONNA E’ SCOPABILE FINO A SESSANT’ANNI

Califfo, fortissimamente Califfo. Digressioni e svolazzi su look, età, lifting, ” cosce grosse e muscolose”. Per lei, ma anche per lui. ” Mettetevi un bel perizoma quando ve la portate a letto, vedrete che succede!”. Dall’imperdibile “Il cuore nel sesso”, Castelvecchi editore…….

L’immagine, o come dicono gli esperti, il look, ci condiziona. Persino nell’intimità, l’eleganza, come la bellezza, è soggettiva.
Ma qui parliamo di stile, cioé i particolari che ci differenziano dalla massa, la serie di giovani che vestono tutti uguali, come dicevo prima.
Gli accessori colpiscono sempre. Non c’é niente da fare. Potete anche vestire in maniera finto-trasandata purché, per esempio, incrociando le gambe tirate fuori una scarpa super. La donna di classe, ma anche una ragazzaccia qualsiasi (state certi), non rimane indifferente. La cosa giusta al posto giusto fa sempre effetto.
Alcuni dicono anche che si può dire la psicologia di una donna in base a come si veste, come si muove o come porta i capelli. Può essere ma attenti. Dietro un capo firmato o una parlata coatta c’é sempre un’anima.
Non generalizziamo mai. Le donne possono sempre sorprenderci. Andiamo cauti.

Una volta quelle sopra i venticinque anni le bollavo come vecchie, oggi abbozzo e capita che mi faccio anche quelle di quaranta.
Che ve devo di’? Sono uno contro anche in questo. Di solito gli uomini più crescono e più abbassano l’età delle loro conquiste, io invece cresco con loro.
Questo perché la donna ha imparato a invecchiare. Con la palestra, le beauty-farm, i cosmetici e (non dimenticatelo) le plastiche, una può rimanere scopabile anche fino a sessant’anni! Vi ricordate Paola Borboni? E’ morta senza invecchiare.
Ma, mi chiederete, in mezzo a tutta ‘sta caciara come trovare la donna ideale?
E’ chiaro, seguendo l’istinto.
Nessuna di queste è irraggiungibile solo perché è bella (quindi si presume destinata a un uomo bello uguale). Per esempio, io ho sempre preferito le donne con le cosce grosse e muscolose e non quelle perfette a vedersi. ‘N attimo, eh, questo non vuol dire che le altre me fanno schifo, ma che non è che pijo tutto! E’ questione di gusti. Ma torniamo al look.

La macchina. Un biglietto da visita.
Forse più allora che adesso. Prima ti faceva capire chi eri veramente. Ora c’è più confusione.
Il vestito in casa. Altro dettaglio importante.
Bisogna stimolarsi, usare vesti trasparenti, parei di seta, la biancheria intima è veramente un discorso a parte. Ve credete che tutte quelle che dicono che è meglio il boxer dello slip fanno sul serio? Ma de che! Mettetevi un bel perizoma quando ve la portate a letto, vedrete che succede!

Anche alle donne che escono con intenzioni serie consiglio di mettere gonne larghe in modo che quando si sta in piedi (la posizione migliore per far aderire i corpi) il panneggio morbido le permette di sfruttare al meglio il pacco.
Potete anche inserire una gamba fra le sue sfregando con violenza in modo da massaggiargliela. Ho visto gente godere in questa maniera. Non scherzo.
Quando la vista prende punti sull’immaginazione ha veramente inizio l’intimità.
Nessuna vergogna. Ci si veste per piacere e per dare piacere.

Il libro del Califfo – Capitolo 16

LA SECONDA? E’ ROBA DA FACCHINI!

Il numero non vale un cazzo. Per fare bella figura conviene farsi una sega, la pippa de vantaggio, e poi uscire. In questo modo, specie se è il primo appuntamento, si sta più rilassati. Ma attenti a non esagerare!
Io sento ancora donne con cui ho avuto incontri ravvicinati del quarto tipo addirittura 15-20 anni fa. Magari oggi sposate, mamme, e alcune anche nonne. Ci telefoniamo, ci scriviamo. Questo perché mi ricordano come unico, uno a parte, quello. Una specie di missionario.

Tutto questo significa aver vinto, essere riuscito a lasciare il segno. E nel migliore dei modi. E’ l’eredità che lasci che segna una donna.
Bisogna anche essere, come scrissi in una mia canzone, “grandi nell’addio”.
Bisogna saper lasciare.
L’uomo, si sa, in questi momenti è un codardo, al contrario la donna è più decisa. Io sono stato sempre molto leale. Dopo la separazione arrivavano anche a picchiarmi, ma in seguito apprezzavano questa lealtà.

Il libro del Califfo – Capitolo 15

I MONOLOGHI DEL FALLO CALIFFO

“Ah, Califfo, ma che hai combinato, ma come, ci avevi un gioiello in mezzo alle gambe, gli mancava la parola e mo’ te lo sei fatto rovinare. Facevano i concorsi solo per dargli un’occhiata e gl’hai cambiato i connotati?”. Dal libro “Il cuore nel sesso”, Castelvecchi editore, finalmente in libreria…

E’ il 20 dicembre 1968, ore 23.00, di venerdì. Data storica.
Io circonciso. Il dottore mi ha assuefatto alle sue teorie, l’ebreo errante che s’è ficcato nella mia vita, scavando nella pietra dei miei convincimenti, sente forse arpe e violini nelle sue orecchie quando gli comunico che mi sono arreso, che ha vinto.
“Dai, sotto…” incalza, occhio baldanzoso, senza darmi tregua, prima si fa l’operazione e prima godrai i benefici. “Ma è da sveglio o da addormentato?” chiedo.
“Che domande. Si interviene con anestesia totale. E’ una vera e propria operazione. Non lo sai?”.

“No, che non lo so…”. Oh Dio, che impressione! Mi viene naturale mettermi la mano fra le gambe, come a proteggerlo. Si è ritirato fino a sembrare un bottone del pigiama. Non lo trovo più. E pensare che io a questi problemi non ci ho dato mai peso, manco mi ha mai sfiorato l’idea.
“Male, male, non hai sufficiente cura del tuo corpo. L’organo, una volta circonciso, si magnifica, diventa più resistente, si amplifica”.
Poi, tutto serio e gongolante, lasciò la stanza, mentre io rimuginavo le sue ultime parole.
“Si amplifica… diventa stereofonico… ma non scherziamo su… qui si parla di cose serie…”.

Così, ogni volta che va via, penso con terrore al momento che agiranno sul mio “disturbo” (come lo chiamano i vecchi sarti) e, guardandolo con malinconia, a volte ci discuto.
Insomma, vorrei proprio deluderlo e rimangiarmi tutto, vorrei dirgli che c’è stato un equivoco, che ho capito male, visto che non mi ha mai tradito, che si è sempre comportato bene. Non sfreccierà come una Maserati, ma rimuove come un aratro.
Discuto tra me e me di questi problemi come un ossesso. I giorni scalano nella prospettiva dello storico appuntamento. Non ho il coraggio, però, di dire al mio dottore che ho deciso di scappare via. Magari proprio nell’ora fissata per l’operazione. Lui è sempre più convinto, più entusiasta, più invadente, più rompicazzo nel senso letterario della parola.

Ma il mio “affare” non è allegoria: dopo sospiri, indecisioni, paure, rimescolamenti, sussulti, finisco così per farmelo rompere al piano di sotto davanti a un’équipe di medici e di infermieri, visto che non ho trovato l’energia per oppormi all’asfissiante incalzare dell’ebreo del mio delirio.
E deve riuscire davvero un delirio, per le infermiere, guardare e scrutare l’operazione che dura cinquanta minuti, cinque minuti in più del tempo di una partita di calcio. Pensate quante azioni si possono organizzare là dentro, con i miei poveri, frustrati testicoli.
Via, sono fuori: il Califfo è finalmente circonciso. Adesso posso andare all’estero.

“Tutto è andato molto bene”, mi dicono.
“Vorrei vedere. Se va male un’operazione del genere, mica puoi pensare di rifarla. Vi ammazzavo tutti!”.
Attaccano con lo strazio delle prime medicazioni. Di notte non riesco a prendere sonno, come quando soffrivo di meningite. Il dolore adesso dalla testa di sopra è passato a quella di sotto. Ci ho le palle che mi scoppiano, in tutti i sensi. Forse per solidarietà. Ogni tanto mi ritrovo a parlare da solo come un matto.
“Ah, Califfo, ma che hai combinato, ma come, ci avevi un gioiello in mezzo alle gambe, gli mancava la parola e mo’ te lo sei fatto rovinare. Facevano i concorsi solo per dargli un’occhiata e gl’hai cambiato i connotati. Speriamo bene per il futuro. E pensare che era tutto il mio orgoglio, la marcia in più. Ora, invece, sotto le bende e le garze riposerà sbrindellato, distrutto, livido come la faccia di un pugile suonato. Ora è la marcia in meno”.
“La clinica degli ebrei. Pensa se ero tedesco!”.

“Pazienza, porti pazienza”, mi raccomandano le infermiere che vengono a farmi visita. Sono giovani, fresche, carine… ” tanto, forse troppo tempo che non tocco una donna e ora la situazione la sono andata a complicare con le mie mani. Anzi, con le mani di uno scienziato.
Il viavai delle visitatrici in camice bianco e cuffietta si infittisce. Non faccio in tempo a chiudere un occhio che bussano, entrano, trasportano carrelli, attrezzi, vuotano il pappagallo… un casino. Quanto bromuro per non eccitarmi…
Ma come, ero malato, moribondo, e ora che m’avevano salvato ed ero in convalescenza mi sono ricacciato nei guai. Sono davvero un incosciente. Il dottore non si fa più vedere, è sparito. Missione compiuta.

In compenso, queste infermiere di cui prima, quando mi funzionava, ignoravo l’esistenza hanno scambiato la mia camera per un salotto e mi sorridono e chiedono maliziosamente come va e altri particolari. Non posso tralasciare di soffermarmi a guardare le loro medicazioni. Quando ci si affezionano, ci si affezionano davvero. Con maestria lo medicano, lo controllano, lo girano con soave delicatezza, annotano scrupolosamente nel bollettino di giornata i miglioramenti, controllano i punti che si sono resi necessari dopo la circoncisione.

Che bello, non vi pare? Dai, che viene su bene. E i miglioramenti sono lenti, graduali, anche se, per fortuna, il dolore terribile dei primi giorni va a scomparire. Passato il dolore, il mio tormento è uno soltanto. Anzi, più che di tormento si tratta di incubo. Un incubo facilmente comprensibile.
Come funzionerà? Riavrà la sua solita alzata di scudi? Perderà colpi? Ne sarò contento al punto di volergli ancora bene? Fra cazziatoni che mi faccio e ramanzine, metto in fila i miei interrogativi e guardo fuori. Il gusto di fare canzoni mi è andato via. Milano è ancora una volta nefasta per la mia carriera. Però mi piace. Mi ha dato tanto.

Le cure continuano e quando sto meglio – dall’operazione è già passato un mese – simpatizzo con un’infermiera di diciannove anni, florida, carnosa, simpatica, con due labbra da tutto. Un tipo, insomma, che non si formalizza di nulla.
A lei, le colleghe premurose e che capiscono, hanno lasciato il testimone per l’ultima settimana della mia medicazione. Io, che non voglio fare brutta figura e che già avverto impetuosi gli stimoli che ritornano, per non impazzire mentre mi tocca per le ultime cure, mi difendo di nascosto aumentando la dose quotidiana di bromuro.

“Stai tranquillo”, mi dice, “t’hanno fatto davvero un lavoro artistico, un’operazione degna di un Califfo come sei..”.
“E ti credo”, ribatto io “se la stessa operazione l’avessero fatta a un altro, l’avrebbero fatta a tirar via… Come puoi ben vedere al mio manca quasi la parola…”. Battute tanto per ingannare il tempo e la noia, mani che cercano quel culo di bonona tanto per ritrovare la dimestichezza con antiche abitudini. Ma no, debbo resistere, me lo prometto. Questa brava figliola è qui per lavorare, per guadagnare lo stipendio. Chissà che schifo le farà toccare e medicare ogni mattina un arnese col motore rifatto e con i punti appena assorbiti.

E invece no. Fu proprio lei a iniziarmi nel modo meno doloroso e pericoloso possibile. Mi coccolò con tenerezza rara e mi carezzò lentamente, da basso in alto e al contrario, come si fa di solito. Una splendida fanciulla al servizio della scienza e della chirurgia. Una giovane missionaria, alta espressione di umanità. Pensai che la medicina ha bisogno di creature simili e anche, una volta fuori, di aprire una boutique di circoncisioni con medicazioni a domicilio. Sai la grana…

Questa è l’ultima immagine della vicenda di me circonciso.
Episodio leggero che sarebbe piaciuto al Boccaccio. Non ci sono repliche e nemmeno bis. A volte quando ci penso mi viene il dubbio che, forse, la meravigliosa infermiera di diciannove anni fosse prevista dal copione, appartenesse all’ultimo stadio contemplato dal dottore ebreo della clinica per controllare le reazioni dopo un intervento delicato com’era quello cui mi ero sottoposto. Comunque, senza piangerci troppo sopra, posso garantire che il Califfo ha rimediato la solita bella figura, anche nella sua qualità di malato occasionale di quella casa di cura che per me è rimasta semplicemente la clinica del cazzo.

Il libro del Califfo – Capitolo 14

“IO CIRCONCISO” – LE PENE PENICHE DEL CALIFFO

Le mirabolanti avventure chirurgiche del pene di Franco Califano. Dal libro “Il cuore nel sesso”, Castelvecchi editore, in uscita…

A 28 anni mi ammalai di meningite virale. Fossi stato meno giovane non l’avrei scampata. All’inferno e ritorno: dopo cinque mesi passati a liberarmi della meningite ne iniziarono altri sei di una strana convalescenza.

Convalescenza. Per me è stato come un amore annoiante. Non vedevo l’ora di sfuggirla, di riprendere a lavorare a modo mio.
Lavorare come? A Roma ci sono tanti disoccupati e quando uno che aveva un posto si ritrova ammalato, non appena guarisce e vorrebbe rientrare, finisce per non ritrovarlo più. Lavorare come? A Roma con le parole sono in tanti a sbarcare il lunario, i guardamacchine, i politici, i posteggiatori, gli avvocati, gli assicuratori, i fruttivendoli. Non potevo entrare in questa fauna umana, me lo impedivano le mie attitudini ancora piuttosto misteriose, ma comunque presenti. I miei sentimenti sgangherati ma comunque esistenti.

La scuola Milanese che tanto mi aveva insegnato e che non volevo deludere. Lavorare come? Chi vuole trovare un minimo di spazio nel mondo della canzone, o in un altro ambiente, deve per forza passare per Milano. E’ così che chiesi al Professor Consigli il permesso di tornarci, di continuare la convalescenza in una clinica del Nord. Lui esitò, io lo convinsi: “Se non sono morto la prima volta” gli dissi con la mia aria malandrina, “ti assicuro che non muoio più”. Accordato.
Una elegante clinica di Milano mi prese in consegna. Le cliniche sono la mia seconda casa. Le visito a una a una come i cristiani fanno con i sepolcri nel giorno del Venerdì Santo. Per me, in questo periodo, è sempre Venerdì Santo.

Dalla clinica dovrei riallacciare i fili delle mie conoscenze, scrivere qualche canzone e proporla, scrivere qualche racconto e spedirlo. Purtroppo un incontro sconvolge la normalità della mia degenza. Ci ripenso e mi viene ancora da ridere. Adesso vi spiego meglio.
“Buonasera”.
“Buonasera”.
“Sono il dottor Di Nepi, sono di guardia di notte. Ha bisogno di niente? Se mi vuole spinga quel bottone”.
“No, niente, grazie”.
Il tipo è niente male: ha un’aria da persona perbene, la barbetta da studioso e una vaga miopia che lo rende più interessante, perlomeno a quelli di sesso maschile.

Ogni sera, puntualmente, si ripresenta, devoto e allampanato sulla porta della stanza. Fa quattro passi avanti e due indietro, tra il cha cha cha e l’hullygully. Ripete le solite cose. Aggiunge qualche particolare non richiesto sulla sua vita, diciamo sulla sua biografia. E’ ebreo, ha il debole per le donne che giudica la chiave di volta per far ricominciare il mondo ogni giorno.
Pensa a chi lo dice…
Mi parla del suo lavoro, della sua grande passione per la medicina. Insomma mi parla. Precisa puntigliosamente particolari su questo o quel male, su come prevenirli. A gioco lungo mi rompe i coglioni. Sì, perché anche un giovane medico può rompere i coglioni mentre ti sistema qualche altra cosa.
Posso capire che di notte cerca compagnia e ha bisogno di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno, ma, se i primi giorni resta a parlare per delle ore, fra cinque mesi che facciamo: dormiamo insieme?
La sera dopo indovina chi torna? Il dottorino. Provo a capire perché io sia diventato il suo soggetto preferito. Si fosse messo in testa che sono tagliato a studiare da medico anche io.
“Deve stare molto qui?” mi chiede una volta.
“Sei mesi lunghi”, replico.
Lui sorride, allarga gli occhi, è contento. Ogni sera quando sento i passi lungo il corridoio dico tra me e me: “eccolo, adesso mi tocca cibarmelo”, visto che non si rassegna nemmeno se faccio finta di dormire. Diventiamo amici o almeno lui si mostra tale. L’amicizia è la base delle mie confidenze, anche di quelle più terribili, anche di quelle più delicate.
Una sera gli confido che sto cercando di tirare fuori dal buio che ho dentro la scintilla per una canzone e lui, tutto serio, con la sua aria professionale mi fa:
“Tu dovresti tirar fuori il tuo uccello per metterlo a disposizione della scienza…”.
´Perché? Cosa c’entra il mio uccello con la scienza?” chiedo. “E daje… e parla…” ribatto incuriosito.
Allora, tutto serio, fa: “Sono sicuro che tu non sei circonciso e, pertanto, nelle tue manifestazioni sessuali non sei completo, non riesci ad appagarti compiutamente. Non utilizzi nel migliore dei modi il tuo sesso. Poi, vedi, Franco, la circoncisione diventa principalmente un fatto d’igiene”.

“Ma che ti sei impazzito? Ma ti va di prendermi per il culo… rompendomi il cazzo?”. ´L’attrezzo è mio e me lo gestisco io” avrei detto allora se fosse stato adesso, rubando dal vocabolario delle mie amiche femministe.
Oramai la nostra amicizia è a questo punto. Ma il dottore non si perde d’animo, non indietreggia, anzi procede con la forza d’urto delle sue conoscenze e della sua cultura a trapanarmi il cervello.
Ogni volta che lo incontro, ogni sera che mi viene a trovare l’argomento è sempre quello: l’utilità massima di lasciarmi circoncidere, il bene supremo della circoncisione.
“Ah”, dice, “in questo gli ebrei sono stati grandiosi. Non capisco perché, a voi che non siete ebrei, a te che sei romano, questi discorsi altamente scientifici possano disturbare. Io lo dico per il tuo bene, fatti circoncidere. Vedrai che mi ringrazierai”.
“Amico mio, io sto bene così. Ti fossi davvero ammattito?”.
Il mio interrogativo incubo continua a resistere, ma poiché lui non demorde, io comincio sempre più a suggestionarmi. Arriva pure l’ora, l’attimo, il momento della straordinaria decisione. Forse per sfinimento, forse per non averlo più davanti.
“Toh”, gli grido, estraendo l’oggetto della discordia “lavoralo come fosse il tuo, fanne quello che ti pare”.

Il libro del Califfo – Capitolo 13

SCUSI SE LA MASTURBO…

Franco Califano, il Glande Dittatore di Dagospia, alla solitudine preferisce il solitario. “Confessare a una donna di essersi masturbati pensandola è uno dei complimenti più belli che esistono”. Da “Il cuore nel sesso”, Castelvecchi editore, in uscita…

La masturbazione è un punto prezioso della sessualità. Oltre che scaricare la tensione arricchisce la fantasia. La pippa cancella i dolori (la consiglio sempre ai depressi, al posto delle merde chimiche), concilia il sonno meglio di un sonnifero e funziona quando si è troppo stressati.
Va bene per prepararsi all’incontro desiderato diminuendo la tensione, se si soffre di precocità, ma anche semplicemente per il gusto di farlo.
Mentre per le donne la masturbazione avviene dopo o durante un rapporto, per l’uomo questo gesto oltre ad essere fisiologico (ci si sveglia con l’erezione) è uno dei modi migliori per conoscersi.

Lo sappiamo tutti, ci si masturba da quando si è piccoli pensando alla maestra, alla compagna di banco, alle sorelle dei nostri amici, per arrivare fino alle mamme e alle zie degli amici. Poi crescendo si passa all’amica della moglie o alla collega di lavoro. E’ bello anche farlo, come abbiamo detto, con il nostro partner, magari in situazioni fugaci tipo la macchina, l’ascensore, l’androne di un palazzo, i bagni pubblici, il cinema, ovunque non ci sia sicurezza dell’intimità. Le coppie più collaudate lo fanno anche al telefono, magari godendo all’unisono. Tutto questo per dirvi che una sana pippa fa solo che bene.

Chi la pratica è sicuramente evoluto a livello sessuale, tutta la vergogna che gli gira intorno è veramente una stronzata.
Confessare a una donna di essersi masturbati pensandola è uno dei complimenti più belli che esistono.

Il libro del Califfo – Capitolo 12

LA DROGA, LA GALERA E I GIORNALISTI INFAMI

Franco Califano privé: riflessioni sulla vita, la solitudine, i valori veri, le cazzate, i giorni della prigione e “chi si ritira dalla lotta è un gran fijo de ‘na mignotta”. Dal libro “Il cuore nel sesso”, Castelvecchi editore, in uscita…

Libertà e solitudine sono una cosa sola.
Ho fatto questa scelta per vivere al massimo. Senza rete. Solo se macini mille esperienze come un treno riesci a conoscere la vita. Molto probabilmente, se non avessi avuto la musica, sarei partito per chissà quali avventure. Alla ricerca di me stesso.
Per qualche tempo sono andato alla comunità di recupero tossicodipendenti “Incontro”, di Don Pierino, un amico vero. In questo posto mi capita di parlare con dei ragazzi in cura il cui vero problema è di non avere niente da raccontare. Storie di droga vissute da chi non ha nessuna storia. Incredibile.

Io di cazzate ne ho fatte in tutti questi anni, ma non sarei mai arrivato al buco. Perché la vita è come la famosa réclame dell’Aids: se la conosci la eviti; cioé, se sai dove stai andando, sei tu a fregarla, non lei a te. Ma per conoscerla devi avere confidenza con la strada, perché i valori veri si trovano ovunque, anche in mezzo a dei lenzuoli sporchi.

Nei giorni che ho passato in galera, per esempio, ho trovato una pace interiore che non ho respirato mai più. In carcere gli esaurimenti nervosi non li ho mai visti, così come la depressione. Chiaramente mi riferisco a detenuti diversi dagli abituali, ai quali, cioé, può capitare un’eventualità del genere.

La persona tipo me si trova davanti a un bivio: impazzire o farsene una ragione. Che voleva dire tirare fuori il meglio anche dal peggio, cosa che riesce solo se si ha una grande esperienza di vita.
Così in quel periodo ho pensato di arricchire la mia anima. E a volte è stato pure facile. Quando sei “dentro” ti gestisci come vuoi, ti alzi quando ti pare, raggiungi una sorta di serenità. In pratica esci più ricco, sai più cose di te e sei pronto a prendere tutto di petto.

Il guaio vero è proprio la vita “di fuori”, il casino, il traffico, l’indifferenza, e la cosa peggiore, l’ipocrisia.
Provate la mattina, dopo esservi accuratamente guardati dentro, a mettervi in coda sul Grande Raccordo Anulare, col tizio della macchina accanto che si legge lo sport col giornale sul volante. Peggio di così.
Il G.R.A. è una metafora del mondo, ce trovi i quattro quinti dell’umanità. Vedi delle realtà mostruose, delle storiacce. La stessa cosa di quando si va in vacanza in macchina e ci si ritrova tutti in fila, tutti uguali. Hai voglia a farti l’auto più bella o a scegliere luoghi di villeggiatura più “à la page” (se dice così, no?).

La sostanza non cambia. Per questo voglio farvi riflettere.
Cambiare le cose è possibile.
Bisogna saper vivere con gli altri e per fare questo ci si deve conoscere in profondità. Ogni occasione è buona. Il premio in palio è il diritto alla nostra libertà. Come si dice, chi si ritira dalla lotta è un gran fijo de ‘na mignotta, no?
Bisogna sempre lottare contro i sentimenti, contro la gente, ma soprattutto contro il sistema. Un sistema che ha sempre provato a schiacciarmi, come musicista e anche come uomo.

Quante persone, nei miei stessi panni ma senza i miei mezzi, stanno ancora pagando la stronzaggine di un giudice o la cattiveria delle persone.
Ero finito in un processo assurdo, montato per chiudere il caso Cirillo. Volevano abolire anche gli arresti domiciliari, invece li ho fregati: dalla casa dove ero rinchiuso ho inciso un disco, “Impronte digitali”. Un successo.
Alla fine sono stato assolto perché “il fatto non sussisteva”.
Ma di tutti i giornalisti infami che avevano scritto pagine e pagine per sputtanarmi quand’ero imputato, se ne fosse visto uno quando si è trattato di parlare della mia innocenza.
Vi dico tutto questo per chiarire che la vita l’ho vissuta sul serio sulla mia pelle.
Non faccio il “maestro” perché ho scritto delle canzoni famose, ma perché conosco bene quello che racconto.

I ricordi di un’esistenza che non regala solo gioie, di una società che combatte la violenza a colpi di violenza, la retorica a colpi di retorica. Solo il sesso non è spiegato a colpi di sesso, ma di teorie.
Per tutte queste cose grazie alle quali ho raggiunto la mia libertà nella solitudine, quando arriverà la mia ora (e me gratto li cojoni), potrò dire “finalmente”!

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