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Seno

Della miseria del seno rispetto al culo abbiamo già detto (vedi Culo). Qui si può aggiungere che il seno ricorda troppo esplicitamente la funzione materna della donna (mentre il culo, pur essendo femminilissimo, non la richiama affatto) e ciò è un limite, un elemento di disturbo, perché la madre è, per l’uomo, un soggetto sacro, intoccabile.
Nemmeno l’eccessività di certi seni li riscatta. Al contrario. Una donna con un grosso seno è di per sé ridicola e non c’è nessun gusto a rendere ridicolo (e quindi osceno) ciò che già lo è.
Questo in Europa. Gli americani invece si divertono moltissimo con le tettone. Uno dei loro giochi preferiti (insieme alla lotta fra donne che si rotolano nel fango) è di far sfilare delle ragazze con dei seni enormi, senza reggipetto sotto la sottile T-shirt, e poi fra urla belluine innaffiarle con una pompa per vedere emergere, grazie all’aderenza e alla trasparenza data dall’acqua, i capezzoli e le tette. Ma questo dimostra, ancora una volta, l’inferiorità culturale e la primitività degli yankee.
Dei seni normali, ben fatti, possono ritrovare una certa carica erotica se la donna corre, perché il loro ballonzolare le dona una certa graziosa goffaggine (Ma quando mai le donne corrono, se non in quei luoghi del tutto asessuati che sono le piste dell’atletica femminile?
La donna non è fatta per correre, porta i tacchi apposta per evitarlo). Oppure quando è stata messa a quattro zampe e le tette, penzoloni, ricordano irresistibilmente una mucca. Né, ammettiamolo pure, è del tutto indifferente afferrarglieli, come se si trattasse di un manubrio, quando la si prende da dietro. Ma si tratta di dettagli, minuzie, quisquilie. Che il seno sia un accessorio di cui si può fare tranquillamente a meno è dimostrato dal fatto che alcune delle più belle donne di tutti i tempi erano completamente piatte, come Luisa de La Vallière, una splendida rossa che fu la favorita di Luigi XIV (in ogni caso meglio completamente senza che con un seno striminzito che toglie il fascino dell’androgino e immiserisce quello della femmina). Invece non si è mai data una donna bella e affascinante senza culo. Anche perché un brutto culo, piatto, magro o addirittura ossuto, si porta quasi inesorabilmente con sé brutte gambe, esili, secche e, orrore degli orrori, come scrive Chevalier in “Peccatori di provincia” a proposito della zitella Giustina Pitet, «cosce di donna che non si congiungono al pube».
Non voglio poi dire che il seno è segno della inferiorità fisica della donna o, più precisamente, della femmina, perché chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui ha sicuramente capito che pensiamo esattamente l’opposto.
Le pone però dei limiti oggettivi e spazza via il luogo comune modernista e veterofemminista che le donne siano uguali agli uomini (semmai sono pari, che è tutt’altra cosa). Le donne non possono giocare sul serio a calcio, con quelle due protuberanze che rendono ridicoli e penosi gli stop di petto, e i seni alterano l’aerodinamica in alcune discipline sportive, in particolare nell’atletica e nel nuoto. Ma per la donna lo sport è solo una divertente bizzarria, un passatempo cui dare un peso relativo, mentre, in quanto gioco regolato, risponde ad esigenze profonde dell’uomo il quale, a differenza della femmina, ha poco di meglio da fare.

Gonna

È la donna. «Né strega né madonna solo gonna» recitava un fortunato slogan di qualche anno fa che reclamizzava una gonna-jeans. Invenzione diabolica, come la donna, nasce con lei. La portavano già nel Paleolitico.
La gonna consente allo sguardo dell’uomo, che, come scrive Malaparte, «striscia sempre verso il sesso della donna», di insinuarsi, di infiltrarsi, di sbirciare e la obbliga all’autocontrollo, a tenere unite le gambe, a stare composta. È un estenuante “ti vedo e non ti vedo”, condotto sul filo dei centimetri, sul gioco delle gambe, sul loro accavallarsi, con cui la donna allude, stuzzica, provoca con tranquilla coscienza e in piena legittimità perché non è colpa sua se il costume vuole che indossi la gonna e non una tuta da astronauta. La gonna è la malizia e la malizia, si sa, è donna. È quasi incredibile quanti segreti nasconda quel trapezio di stoffa che quando sta sull’appendiabiti è poco più di uno straccetto, ma indossato sembra difendere un territorio sconfinato e inesplorato (vedi Corpo) e quanto lungo e periglioso possa essere, soprattutto se lei è seduta, il viaggio della mano sotto la gonna verso il bordo delle mutandine, che un tempo aveva come esaltanti tappe intermedie l’orlo delle calze, i tiranti del reggicalze e il passaggio alla nudità della pelle. Oggi il collant, vera mina antiuomo, ha precluso quasi tutti questi giochi (vedi alla voce Calze).
Nota. Chi, in epoche meno sciaguratamente permissive, ha limonato con una ragazza nei cine di terza visione, sa cosa intendo dire (vedi Petting).
«Volevo i pantaloni» poteva dirlo solo una donna brutta, cretina e tendenzialmente lesbica. Oltre a impedire ogni incursione, il pantalone se è largo la rende informe, se è attillato la costringe ad abbandonare le mutandine («Perché si vedono!» strillano inorridite) per il tanga. Ma non sono la stessa cosa. Il tanga toglie il gusto del denudamento, non ha gioco, sta per definizione nel solco delle natiche mentre le mutandine, arricciandosi, vi si insinuano discretamente e segretamente durante il corso della giornata. E il culo, già di per sé ridicolo (vedi Culo) ne viene sconciato e ulteriormente enfatizzato come culo. Quando una donna è in bikini davanti a occhi altrui tende sempre, istintivamente, infilando con un gesto rapido gli indici nell’elastico delle mutandine, dietro, a rimetterle a posto. Non lo fa per pudore, per coprirsi ma perché si sente ridicola con le mutande infilate fra le chiappe (il ridicolo è sempre dato da uno squilibrio, uno scarto, uno scostamento, da qualcosa che dovrebbe essere in un modo e invece si presenta in un altro, vedi Riso). Ma questo gesto delizioso
aggrava la situazione: perché rivela l’imbarazzo. E imbarazzare una donna è, in definitiva, uno dei massimi piaceri dell’uomo.

Sculacciata

È considerato un atto di sadismo sessuale soft, bonario, casereccio. In realtà infligge alla donna un’umiliazione cocente perché, riconducendola alla condizione di bambina punita, la ridicolizza come donna e come adulto. Non per nulla la punizione viene somministrata sulla parte più ridicola del corpo femminile (e anche maschile; nel film L’amante di Gramigna, ambientato in Sicilia, quando Volonté vuole umiliare a sangue il rivale in amore, davanti alla contesa Stefania Sandrelli, gli fa calare i calzoni e puntandogli contro la lupara, ordina «ora facci vedere lu culu»). Inoltre un sedere enfiato e arrossato dalle busse enfatizza, per così dire, il suo carattere di sedere, il suo essere ridicolo, impotente, inoffensivo, imbelle (vedi Culo). L’effrazione è alimentata dal contrasto fra la proprietà e l’eleganza dei vestiti di lei, distolti solo per quanto basta, e l’indegnità della posizione, la vergogna delle mutandine abbassate, l’indecente nudità del sedere che risalta proprio perché isolata (un sedere scoperto è molto più nudo di un sedere nudo). Per quanto, in genere, questa pratica sia finalizzata all’eccitazione che porta all’amplesso, per tutta la durata del gioco il sesso è escluso e tenuto accuratamente nascosto: lui è vestito, lei a pancia in giù. Nei film dedicati ai cultori del genere la camera non si sofferma mai sul sesso di lei, anche se a volte fa capolino da dietro, ma indugia sui suoi sgambettamenti, sullo scomposto tendersi delle mutandine, sul ballonzolare delle natiche sotto i colpi, sui dimenamenti del sedere, sui singhiozzi, sui piagnucolamenti, sul tirar su col naso e insomma su tutto quanto c’è di infantile nella rappresentazione. Ciò che lo sculacciatore (o il voyeur) vuole sia chiaro è che lei, per quanto porti addosso le insegne della donna, è ridotta a bambina. La ritualità – se i due eccitati, non si mettono a scopar prima – si conclude con la posizione del castigo: lei viso contro il muro, le mani poggiate sulla testa, la gonna sollevata, le mutandine giù, il sedere rosso come un pomodoro in mostra.
La sculacciata perde del tutto la sua aria di finta innocenza se viene data alla presenza o con la partecipazione attiva di una terza persona estranea alla coppia e destinata, dopo l’happening, a ridiventarlo. Qui la vergogna della donna, più o meno simulata quando viene sculacciata solo dal partner, può diventare reale. Il testimone dell’umiliazione la rende autentica, la certifica per il presente e pér il futuro. E la amplia enormemente se si tratta di un’altra donna, una rivale, una pari grado o addirittura di una persona di status inferiore per condizione sociale o familiare (vedi Sadomasochismo). È raro che una donna si lasci andare fino a questo punto, perché anche se l’atto resta un unicum sconvolge i rapporti reali e le gerarchie fra punita e punitrice proiettando le sue conseguenze oltre il gioco sessuale, nella vita. E se la donna è masochista a letto non lo è affatto fuori. Perché la sculacciata a trois si verifichi occorre dunque che fra gli attori si crei un’improvvisa e inaspettata combinazione alchemica, dovuta al luogo, all’ora, all’alcol e ad altre infinite circostanze oppure che il maschio della coppia abbia un’individualità così forte da piegare la partner ad ogni suo capriccio o che, infine, lei sia psicologicamente molto fragile (ma allora il gioco è meno interessante, mentre lo è al massimo grado quando la vittima ha una forte personalità). Una sculacciata collettiva, tratta dalla sua esperienza personale, è descritta, con una certa efficacia, dalla baronessa Maud Sacquard de Belleroche nel libro-confessione “L’ordinatrice”. L’umiliazione è ancora più pesante se la sculacciata viene somministrata contro la volontà di lei. In una mediocre commedia all’italiana degli anni ’70 c’è un episodio, che sembra inserito nel film da un’altra mano, tanto è inaspettato e carico di tensione e di eros rispetto alla banalità del resto, che illustra bene questa situazione.
Lei, una trentacinquenne bella, algida, scostante, fredda, calcolatrice, molto somigliante, fisicamente, alla
Koscina dei giorni migliori, è la convivente di un industriale di una cittadina di quello che oggi verrebbe chiamato il ricco Nord-Est. L’industriale ha un figlio quattordicenne, sgraziato, sdentato, rosso di pelo, brutto, morboso come tutti gli adolescenti. La donna ha un amante a Venezia e il ragazzetto, per certi suoi  scopi, cerca di coglierla in fallo, finché, dopo molti appostamenti, riesce a registrare una compromettente telefonata fra i due. Una sera mentre lei si sta struccando in bagno davanti allo specchio, il ragazzetto entra dalla porta lasciata socchiusa col registratore in mano e le fa ascoltare quella conversazione. Lei capisce subito l’antifona e si dichiara disposta a iniziarlo all’amore.
«Non è questo che voglio».
«E allora cosa?»
«Eri entrata qui per fare qualcosa. Falla». Lei, docile, si dirige verso la tazza. Abilmente il regista evoca, senza farli vedere, i gesti consueti che accompagnano questa operazione, li si intuisce solo né si vedono il corpo e i vestiti in disordine di lei. La cinepresa zoomma invece sul viso e sugli occhi chiari, gelidi, intenti. Si sente lo sgocciolio. La bocca sdentata del ragazzetto si apre in un ghigno beffardo e feroce. Gli occhi della donna sono un lago di umiliazione e di rabbia impotente.
Una notte che lei è stata a Venezia a incontrare il suo drudo, la aspetta al rientro e la ricatta nuovamente. Sono in piedi in un androne buio della villa, lui ha una torcia in mano. Ordina: «Togliti la giacca del  tailleur». La donna esegue e lui la illumina. Allo stesso modo, con colpi di torcia sui movimenti, su quanto di volta in volta viene scoperto e sulle espressioni del viso di lei, cadono la camicetta, le scarpe, la gonna, le calze, il reggicalze, il reggiseno finché la donna resta solo con un paio di slip bianchi. «E ora le mutande». C’è qualche resistenza («quelle no!»), ma alla fine anche l’ultimo indumento scivola via. Crudelmente il ragazzo illumina il triangolo del pube e il volto costernato di lei. «Girati!» L’afferra per un braccio, la trascina in una stanza vicina, la cui porta resta socchiusa, e la getta bocconi sul letto. Lei capisce le sue intenzioni solo quando la prima, violenta, pacca si abbatte sulle sue reni. Urla un «Nooo!» disperato e, mentre la porta si richiude davanti all’oltraggio, si sentono solo i colpi e i singhiozzi e i pianti di lei, che non sono di dolore ma di amara vessazione. La donna ristabilirà situazione e gerarchie quando, ad un ennesimo ricatto del ragazzo per sottometterla a giochi ancor più torbidi, lo agguanterà e lo porterà di forza a letto.
Lei ritorna donna, femmina, padrona di sé e lui viene miserabilmente ricondotto alla sua condizione di apprendista, inibito e confuso.
Quando la sculacciata viene somministrata contro la volontà della donna e in pubblico – ma qui si entra in
un campo decisamente criminale (vedi Plumage) – c’è una violenza che può avere sull’autostìma di lei conseguenze devastanti, peggiori dello stupro. La bella Anne Josèphe Théroigne de Mericourt, detta ” l’amazzone della libertà”, era un’eroina della Rivoluzione francese e aveva partecipato, portandosi con grande coraggio, alle giornate insurrezionali dell’estate del 1792. Poiché la vendetta è femmina aveva approfittato di quei tumulti per far massacrare il giornalista Suleau che portava la grave colpa di averla sbeffeggiata in un articolo. Vicina alla Gironda, teneva un salotto frequentato dai più bei nomi della Rivoluzione. Ma la aspettava un atroce contrappasso. Il 31 maggio del 1793 – secondo quanto racconta Restif de la Bretonne – usciva, dopo una riunione infocata, dalla Convenzione. Era vestita alla moda delle rivoluzionarie chic:  cappello di feltro con la piuma rossa, coccarda tricolore all’occhiello, giubbottino di panno blu, la gonna stretta e lunga fino alle caviglie. Procedeva fiera, altera, battendo con lo scudiscio la coda del vestito. Ebbe la sfortuna di incrociare un gruppo di popolane armate di battitoi che in quegli stessi giorni solcavano le strade di Parigi alla caccia di aristocratiche da fustigare, per scaricare sui loro deretani scoperti secoli di umiliazioni e di frustrazioni, e che non sapevano ben distinguere fra una rivoluzionaria, soprattutto se ben vestita, e una dama di Corte. Troppo sicura di sé, Théroigne non si rese conto del pericolo e quando fu apostrofata in modo scurrile rispose con alterigia, agitando il frustino. Ne nacque una zuffa. Théroigne si difese come una tigre, ma fu presto sopraffatta, gettata a terra, rovesciata bocconi mentre le venivano sollevate le lunghe vesti. Messa a culo nudo fu selvaggiamente fustigata dalle donne inferocite mentre attorno il popolaccio, che non manca mai queste occasioni, si godeva la scena sghignazzando e schernendo. L’umiliazione pubblica distrusse Théroigne de Mericourt e la sua personalità. Non si riprese più. Impazzita per la vergogna fu ricoverata alla Salpetrière dove languì per più di vent’anni essendosi ridotta negli ultimi tempi a mangiare i propri escrementi.
Essendo una violenta effrazione della dignità, della rispettabilità, del decoro di una persona, la sculacciata ha avuto il suo periodo di massimo fulgore nell’Inghilterra vittoriana, severa, austera, maniaca della decenza, sessuofoba.
La letteratura clandestina dell’epoca (di cui è un buon esempio The Pearl-The Underground Magazine of Victorian England) è zeppa di altere e pudiche collegiali sculacciate, con i pretesti più vari, dai propri maestri, uomini e donne, sia in privé che davanti all’intera classe.
Oppure, per un vendicativo e ancora più stuzzicante contrappunto, di schoolmistress, molto comprese nella loro funzione educativa, molto severe e rigorose e, naturalmente, anche parecchio carine, colte nel rigoglio dei quarant’anni, sculacciate e fustigate a sangue da allieve irridenti e in rivolta (La fustigazione, flogging, era molto in voga nelle scuole inglesi come sistema di correzione e talvolta viene usata ancora oggi. È un portato della repressiva e ambigua educazione protestante). In questo caso la degradazione della vittima è triplice: dallo status di donna e di adulto e dal ruolo. Punita nel modo più indecoroso e indecente, retrocessa a un’età infantile inferiore a quella delle sue stesse allieve, costretta alle più umilianti ritrattazioni e alle scuse più abiette, la school-mistress perde, per sempre, la propria autorità.

Bimbi

Avevo sei anni, ero biondo, boccoluto, butirroso e frequentavo la prima elementare. La maestra ci invitava a dire parole che iniziassero con le lettere dell’alfabeto che veniva segnando sulla lavagna e che indicava con una lunga bacchetta di legno. Arrivati alla C, un Lucignolo dietro di me suggerì: «Di’ culo, di’ culo».
Alzai la mia manina rosea e paffuta e dissi: «Io la so, signora Maestra, una parola che inizia con la C: culo».
Scoppiò una risata generale e la bacchetta si abbatté sulla mia testolina bionda. Subito dopo mi trovai fuori dalla porta, in castigo, a meditare sulle ingiustizie del mondo. Eppoi ci si lamenta che cresciamo depravati.
Il culo è sempre stato un problema per me. Quando ero ragazzino e giocavo a pallone all’oratorio un interca-
lare che i miei compagni usavano a ogni momento era “Vai a dar via il culo” che suonava però vadaviailculo. E io mi chiedevo dove mai dovesse andare questo povero culo. Capii l’arcano molti anni più tardi. Anche chiavare è una parola che mi fu incomprensibile per moltissimo tempo, almeno fino ai miei tredici o quattordici anni.
«Tu te la chiaveresti, quella?» mi diceva il mio amico Maurizio Mosca, che aveva due anni più di me, indicandomi, con un brutto sorriso, una ragazzina. Io non capivo, arrossivo, non per la volgarità della frase, che non ero in grado di afferrare, ma per la mia ignoranza, stavo zitto e facevo la figura del babbeo. Era il puritanesimo di stampo ottocentesco di mio padre il quale, fra le altre cose, si rifiutò di mandarmi in classe mista, che raggiunsi solo a diciott’anni, in terza liceo, dopo la sua morte.
Ora ha quello che si merita.

Culo (il)

Gli uomini, com’è noto, si dividono in due categorie: quelli che preferiscono il seno (bosomen) e quelli che preferiscono il culo (bottomen). I primi appartengono, in genere, a culture rozze, poco smaliziate, infantilmente pragmatiste, primitive, matriarcali, fortemente legate all’immagine della donna-madre e comunque troppo giovani per avere avuto il tempo di sviluppare adeguate attitudini speculative. Bosomen sono, per esempio, gli americani. L’Europa, culla della civiltà, è invece bottomen. Venere Callipigia nacque in Grecia, nella prima metà del II secolo dopo Cristo, insieme alla grande filosofìa e alle matematiche. E “pour cause”. Perché il culo è innanzitutto una categoria metafisica. Possiede la perfezione geometrica delle figure astratte. E infatti, come forma, si apparenta alla sfera che è la figura geometrica perfetta. Ma la supera perché ha una simmetricità che manca alla sfera. Come la sfera, è un corpo finito e infinito allo stesso tempo e, poiché è curvo, il culo è vicinissimo all’essenza stessa della verità («Ogni verità è curva» dice Nietzsche). C’è, racchiuso nel culo, l’enigma del rapporto finito/infinito, spazio/tempo, che è l’enigma dell’universo. Non a caso Salvador Dalì a qualcuno che gli chiedeva come immaginasse l’universo rispose: «Un continuum a quattro natiche». Come questo inquietante apotema, così carico di significati simbolici, sia finito in fondo alla schiena dell’uomo e, peggio ancora, della donna, è un mistero. Ma qui ritorna la grande ambiguità del culo, la sua finita infinitezza. Disumano per l’esattezza e la perfezione delle sue proporzioni, il culo è anche molto umano. Mentre la perfezione è, per ciò stesso, inespressiva, il culo è la parte più eloquente del corpo. Quando Moravia ne La vita inferiore ha scritto che «il sedere manca di espressione» non sapeva quello che si diceva. Il culo segnala non solo il carattere, ma spesso anche l’appartenenza di classe di una persona. C’è il culo diffidente e avaro (che è a mele strette come hanno, in genere, i toscani), il culo fiducioso e pieno di speranza (tondo, grasso e a natiche leggermente dischiuse), il culo aggressivo (sodo e massiccio come una catena montuosa), il culo volitivo (piccolo e muscoloso), il culo colloquiale (elastico e malleabile), il culo nobile (alto, lungo e appena rilevato), il culo popolare (basso e largo), il culo burocratico (grasso e informe), il culo proletario (largo ma alto), il culo militare (stretto e muscoloso), il culo meschino e timoroso (che è quello magro senza essere ossuto), il culo indifferente (piccolo e raccolto), il culo ridanciano (largo e piatto), il culo impertinente (tondo, a scalino e sussultorio). Infine c’è il culo remissivo, che è quello che ha due tenere pieghe fra la natica e l’attaccatura della gamba ed è tondo senza essere eccessivo. Questo è il vero culo. Il culo dei culi. Perché possiede, al massimo grado, le due caratteristiche che, pur variamente mascherate, sono proprie di ogni culo: l’essere indifeso e ridicolo («L’ilare impotenza del deretano» la chiama Sartre che se ne intende). Il culo infatti è impotente. Perché, come Polifemo, è cieco nonostante possegga un occhio. E in condizione di palese inferiorità: non può guardare ma solo essere guardato. È inoffensivo perché non ha spigoli. Poco o punto muscoloso non si può difendere e chiunque può oltraggiarlo. E nudo ed esposto poiché non ha peli. Ed infine è ridicolo come tutti gli esseri grandi e grossi ma imbelli. Per questo connubio di impotenza e di ridicolo, il culo è la parte preferita dal sadico. Nessuno le busca come il culo. C’è da dire che, quasi sempre, il culo fa di tutto per meritarsele. Provoca. A volte infatti si presenta con un’aria di falsa innocenza, altre con impertinenza, altre ancora con arroganza. In altri casi si isola, fa finta di niente, come se ignorasse di essere un culo. Atteggiamenti, tutti, che attirano una adeguata punizione. Che del resto il culo, dopo una prima resistenza di pura parata e, diciamo così, di bandiera, accetta volentieri, arcuandosi, protendendosi, aprendosi, offrendosi. Perché il culo è profondamente, intimamente masochista. Ma c’è un altro elemento, nel culo, che attira il sadico: la perfezione. È la perfezione ad accendere il desiderio della profanazione. Solo ciò che è perfetto merita di essere sconciato, sciupato, oltraggiato, vilipeso e quindi, alla fine, reso imperfetto. E anche questa è una dimostrazione dell’enorme superiorità del culo sul seno. Il seno si accarezza, si vezzeggia, si mordicchia affettuosamente. Per consolarlo della sua pochezza, di essere solo un seno. Nella perfezione del culo c’è un orgoglio luciferino che va abbattuto e degradato.

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