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De Sade

Niente di più barboso. I suoi libri – soprattutto le Centoventi giornate – sono un elenco di torture sessuali e di  atti di depravazione, senza il bene di una descrizione, né degli ambienti, né dei personaggi, né degli atti stessi. I quadretti si susseguono uno dopo l’altro, sempre uguali, monotoni, ossessivi. Sade privilegia la quantità. L’unica vera orgia, nelle sue opere, è numerica (mi pare che a un certo punto faccia proprio l’elenco della spesa: tot assassinii, tot stupri, tot inchiappettamenti, eccetera).
Può darsi che il “divin marchese” abbia, così si dice, un valore filosofico come profeta della rivolta contro l’ordine costituito. Io mi permetto di dubitarne. Sade mette al posto dell’ordine un disordine ordinato, pignolo, maniacale. È un gendarme del sesso. Sade è il prototipo del maschilista e quindi in totale opposizione al caos, che è della femmina. Del resto è inevitabile: è un figlio dell’Illuminismo, un borghese come tutti gli altri, anche se porta un nome aristocratico, accecato dalla voluttà di vivisezionare e di smontare tutto, a cominciare dai corpi.
Ad ogni buon conto come scrittore non vale niente e tanto meno come scrittore di storie pruriginose. Conclusione: uno dei padri dell’erotismo non è erotico.
Peraltro sono pochissimi gli scrittori capaci di raccontare il sesso mantenendone la tensione. Anche gente come Apollinaire (Le undicimila verghe) o Bataille (La storia dell’occhio) è deludente da questo punto di vista.
Forse il meglio lo ha dato, curiosamente, una donna: la Violette Leduc di Teresa e Isabella. Oppure bisogna ripiegare su certa letteratura di genere, soprattutto del periodo vittoriano, tutta centrata sul sadomasochismo, specialità in cui gli inglesi sono maestri, a letto e nel racconto, ma non nella loro storia imperiale.

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