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Mestruazioni

Solo un uomo dagli istinti deviati può scopare con una donna mestruata. Non è l’orrore del sangue “impuro”. C’è anche questo, ma il fatto determinante è che le mestruazioni sono la manifestazione più evidente e visibile che la donna è un essere fecondo, che è esattamente ciò che inquieta l’uomo. Poi, certo, c’è anche l’aspetto estetico: la fica è già orrida di per sé (vedi Fica), pretendere che la si frequenti anche quando piscia sangue, in mezzo al quale c’è quell’entità terrorizzante che è l’ovulo, è un po’ troppo.
Una volta le mestruazioni erano il tabù dei tabù per le donne, la cosa inconfessabile e segreta da tenere ermeticamente nascosta al mondo maschile. Oggi le donne sono molto più disinvolte con le proprie mestruazioni, ne parlano senza inibizioni anche con gli uomini e alle volte arrivano anche a mostrartene le tracce sulle mutandine (a conferma che il pudore – vedi voce – non è femmina, ma una sovrastruttura culturale). In quanto alla pubblicità non fa che proporre pannolini, con le alette e senza alette, con adesivo e senza, così come un’azienda di acque minerali va avanti da anni all’insegna dello slogan, affidato naturalmente a belle ragazze, «si è belli fuori se si è puliti dentro». Ora, va bene essersi liberate dall’ossessione di fatti che sono semplicemente naturali. Ma est modus in rebus. Così è diventato tutto molto spoetizzante e anche deerotizzante. Mestruazioni a parte – che sono comunque intollerabili per il maschio perché affondano le radici nei suoi timori e ribrezzi atavici -, l’uomo è un bambino che prova una irresistibile curiosità per l’oggetto misterioso chiamato donna, gli piace pure vedere come fa la pipì e la popò (anche perché, sotto sotto, non è convinto che le donne, almeno quelle belle, la facciano davvero, vedi Orgia), ma il tutto deve rimanere in un ambito d’eccezione, di effrazione, di proibito, di segreto, di intimità complice. Se viene sbandierato e banalizzato il gioco è bell’e smontato. Se le donne continuano a sbatterci in faccia le loro tette, i loro culi, le loro pipì e persino i loro pannolini, non possono poi pretendere che ci venga anche duro.
Nota. Su Internet si può trovare una rivista, «Bleed», fatta da donne e rivolta alle donne, interamente dedicata alle mestruazioni. Il suo logo, se così si può chiamare, è costituito da tante goccioline di sangue in movimento.

Matrimonio

È la tomba dell’eros più che del sesso.
Innanzitutto perché istituzionalizza la trasgressione, il che è una contraddizione in termini. In secondo luogo gli atti trasgressivi si vanno via via depotenziando per effetto dell’abitudine. Nel matrimonio, o comunque nel rapporto di coppia stabile, bisogna ricostruire ogni volta il teatrino, ma a lungo andare le quinte cadono a pezzi, la trama, sia pur variata in tutti i modi, mostra la corda, i burattini si rivelano per quello che sono. Ecco perché l’avventura rapida e fugace è così eccitante: l’effetto dissacratorio è molto più forte («Ma come? Fino a un momento fa non ci conoscevamo neppure, tu eri lì bardata nei tuoi vestiti, compresa e orgogliosa del tuo ruolo di donna, e adesso ti sei fatta tirar giù le mutande e ficcare un dito nel culo?»). È esaltante rompere il giocattolo nuovo, rompere sempre lo stesso giocattolo alla fine stufa.
Nell’avventura però, esauriti i preliminari, cioè il gioco prettamente erotico, quasi mai il rapporto sessuale vero e proprio è soddisfacente (anche se il deficit sensuale può essere compensato dall’eccitazione psicologica). Infatti l’abitudine se gioca contro l’erotismo va a favore del sesso. I corpi imparano a conoscersi e a riconoscersi, ad accettarsi, a calibrarsi, a individuare e sfruttare i rispettivi punti deboli. E tale processo di approfondimento dura più a lungo di quanto non si creda. È uno dei motivi – oltre, naturalmente, a quelli sentimentali, affettivi, di interesse, di comodità, di quieto vivere – per cui il rapporto di coppia non si rompe dopo pochi mesi o addirittura dopo poche settimane, come avviene in genere quando è basato esclusivamente sull’erotismo (non a caso un film, peraltro abbastanza banale, che tratta la questione si intitola 9 settimane e mezza).
Anche la nascita dei figli deprime l’eros. La donna diventa per il maschio un oggetto sacro, quasi intoccabile. Se durante gli ultimi mesi di gravidanza e il periodo del puerperio è sconsigliato o addirittura proibito avere rapporti sessuali, ciò è dovuto certamente a motivi medici e igienici, però il verboten collìma anche con la situazione psicologica del maschio che ha difficoltà ad avvicinare la donna quando questa è investita dalla sacertà della maternità. E l’interdetto, per quanto attenuato, continua anche dopo. Non si possono fare scherzetti troppo sudici alla madre dei propri figli. Una cosa è avere a che fare con una donna potenzialmente feconda, altra con una dal cui corpo – e proprio dal recesso in cui si concentra la sua sessualità e si appunta la maggior parte degli appetiti e delle immaginazioni maschili – è uscita la vita (la pratica moderna che vuole che l’uomo assista al parto della propria compagna è demenziale).
Nota 1. Questo, naturalmente, vale in via del tutto generale. Perché l’erotismo, essendo basato sulla mente, è terreno fertile per ogni alambicco, presenta un’infinita gamma di sfumature e di possibilità, almeno quante ne può contenere il cervello umano. Per cui, come documentano le pubblicazioni specializzate, c’è anche chi si eccita ad avere rapporti con donne gravide e a volte solo se gravide (in questo caso però bisogna contare su qualche gentile precursore). Un’altra curiosa mania è quella di coloro che sono attratti da donne prive di un arto o di parte di esso. In genere si tratta della gamba o del piede.
Questa perversione, se tale è, si chiama monopede mania.
Nota 2. Non è certamente un caso che l’amour-passion (vedi Passione) non contempli i figli: i due amanti possono averne avuti da relazioni precedenti ma non ne fanno insieme.
Nota 3. Fin dai primordi l’uomo ha visto la donna sotto questo duplice aspetto: Ishtar, una dea egea, preellenica, la cui figura era diffusa in tutto il Mediterraneo, è “la vergine” ma anche la “Grande Prostituta”, così come Shing-Moo la Vergine Madre cinese, è anche la patrona delle puttane.
La fica, da luogo di piacere (sia pur pauroso, vedi Fica), diventa oggetto sacro. Se l’uomo non riesce a superare questa impasse psicologica la coppia entra in crisi. Non sono affatto rari i casi di relazioni coniugali che si sfasciano proprio alla nascita di quel primo, desideratissimo, figlio che doveva cementarle. Ma anche senza arrivare a questi estremi l’attività erotica e sessuale dei due può ridursi al minimo, ad un obbligo penoso, ed entrambi cercheranno fuori quelle sollecitazioni che non trovano più nel letto coniugale. Perché, come suol dirsi, la donna deve essere signora di giorno e puttana di notte. Ma, soprattutto, deve essere resa puttana (lei lo è di suo, comunque) e se all’uomo viene meno questa voglia e questa molla, e la rispetta troppo, tutto il meccanismo erotico si inceppa. Questo è sempre stato il problema del matrimonio borghese, da cui discendono l’adulterio sistematico di lui e i bovarismi di lei.
In epoca preborghese – a meno che non si voglia risalire alla società romana, per molti aspetti, compresi quello mercantile e sessuale, assai simile alla nostra – le cose erano congegnate e compensate meglio. Innanzitutto nel rapporto sessuale la componente istintiva, fisica, fisiologica, biologica prevaleva su quella psicologica ed erotica. È vero che, come scrive Ariès, anche nel Medioevo c’era una netta differenza tra il rapporto sessuale coniugale ridotto al solum coitum, e destinato prevalentemente alla procreazione, e quello extraconiugale dove ci si sbizzarriva di più «con carezze interminabili, instancabili toccamenti, baci dolcissimi». Ma, come si vede, si trattava pur sempre di attività fisiche, non mentali, non erotiche in senso stretto. La differenza fra rapporto coniugale ed extraconiugale era solo quantitativa, non qualitativa. In secondo luogo, e direi soprattutto, era completamente diversa la concezione e la funzione della famiglia. Quegli uomini e quelle donne erano preparati psicologicamente e mentalmente, per motivi di interesse ma non solo, ad avere molti figli. Fatto il primo non c’era un tracollo della tensione erotica, dato che questa aveva una parte marginale nel rapporto, e tutto filava sull’onda di una sessualità più naturale. Avuto il primo figlio era più facile arrivare, sullo slancio, al secondo, al terzo, al quarto, al quinto e oltre. A questo punto, vicina alla menopausa, la donna, non insidiata, a differenza di oggi, dal mito dell’eterna giovinezza, si disponeva abbastanza serenamente alla vecchiaia mentre l’uomo – che nel sesso è maggiormente mentale e ha quindi una pulsione erotica che si protrae più a lungo nel tempo – esauriva le ultime velleità con qualche bagatella. Ma non era disposto a sacrificare la ricchezza, sentimentale, affettiva, emotiva e anche economica, di una famiglia così numerosa, il complesso degli stimoli e anche il divertimento che gli venivano dalle interrelazioni fra i suoi diversi componenti, dai loro legami e dai loro conflitti, e insomma dal variegato microcosmo che si era costruito, per un’avventuretta di poco conto.
È chiaro invece che la famiglia di oggi, mononucleare, con un solo figlio, basata sull’eros più che sul sesso, tenuta insieme dal labile legame sentimentale piuttosto che da più solide ragioni di interesse, bombardata da una pubblicità asfissiante che presenta prototipi maschili e soprattutto femminili inarrivabili, di fronte ai quali il proprio partner rivela tutta la propria insufficienza, formata da individui convinti da una propaganda martellante che l’età non conta, quasi che l’uomo fosse diventato immortale, e che quindi si è sempre in tempo per nuove storie, nuovi rapporti, nuovi progetti di vita, be’ è chiaro che una famiglia simile è molto più fragile e, come di fatto avviene , predisposta ad an dare in frantumi al primo urto.

Innominabile (L’)

È la fica. Insieme alla bestemmia è il tabù dei tabù. Il suo nome non si può pronunciare in pubblico né, tantomeno, scrivere. In una famosa trasmissione condotta da Raffaella Carrà, uno scatenato Roberto Benigni ne gridò in Tv tutti i sinonimi possibili e immaginabili, anche i più volgari, ma davanti a “quel” nome anche lui si arrestò. Se non l’avesse fatto ne sarebbe nato uno scandalo nazionale come quando Mastelloni si lasciò sfuggire una bestemmia in Tv e, insieme alla conduttrice del programma, Stella Pende, fu escluso per sempre dal piccolo schermo.
L’interdetto non è altrettanto forte per il cazzo, termine che anzi viene usato abbastanza di frequente nel linguaggio colloquiale anche dalle donne («Che spettacolo del cazzo», «Che cazzo fai?» oppure come interiezione ed esclamazione: «Cazzo!»). Persino il più austero e pudibondo dei giornali nazionali, vera sentina di ogni ipocrisia, il «Corriere della Sera», si avventura talvolta, riferendo un dialogo, e quindi scaricando su altri la responsabilità, in un “c…” seguito dai tre canonici e comici puntini. Ma “f…” non si è visto mai.
È una conferma che la fica, anche solo evocata, è infinitamente più oscena del suo dirimpettaio e incute un timore reverenziale e un rispetto che il cazzo, molto più domestico e tranquillizzante, non suscita (Almeno in Italia, paese mammone. In Spagna, per esempio, si usa “Testa de cono” al posto del nostro “Testa di cazzo”).

Mutandine

“Alter ego” della fica. Vivono in una tale, intima, simbiosi da costituire una sorta di “doppio”, dove le  mutandine rappresentano la cultura e la fica la natura. Togliere o abbassare le mutandine a una donna significa spogliarla del suo involucro culturale e sociale e ricondurla, materialmente e simbolicamente, alla sua condizione di femmina, degradarla da persona, con uno status, un orgoglio, una dignità, ad animale.
Il passaggio dal vestito al nudo, dalla donna alla femmina, è più evidente se le mutandine restano abbassate invece di essere tolte completamente. Se infatti lei è interamente nuda viene meno il termine di raffronto.
C’è la femmina, ma manca la donna. Una donna è veramente nuda, in quanto donna, solo quando è  semivestita. Perché la degradazione rilevi, è quindi necessario che sul corpo nudo di lei resti qualche elemento che ricordi la donna. Possono essere gli orecchini, la collana, i braccialetti, l’orologio, la catenella intorno alla vita o al piede, il reggiseno, la camicetta, le scarpe. Ma con le mutandine a mezz’asta c’è qualcosa di più. Non solo perché sono l’ultimo indumento, il più intimo, la fica in chiave simbolica, ma perché sono state tirate giù laddove gli altri elementi dell’abbigliamento restano su. Le mutandine abbassate sono dignità e orgoglio di donna abbassati e degradati, la collana o la camicetta o le scarpe sono quanto ne rimane. Con le mutandine a mezz’asta è lei stessa a mezz’asta, non più completamente donna ma non ancora interamente femmina. Per cui l’uomo può godere, contemporaneamente, di entrambe, della donna degradata e della femmina nuda.
Le mutandine hanno un fondo. Ispezionarlo è la violazione massima dell’intimità di lei. Guardare la nudità di una donna, anche nei suoi anfratti più nascosti, implica solo un giudizio sul suo corpo, ma guardare il fondo delle sue mutandine significa sottoporre a esame le sue emozioni più segrete, la sua personalità e soprattutto la sua pulizia che è l’intrusione capitale. Perché nel mondo moderno e borghese (vedi Borghesia), la pulizia, il decoro, l’ordine hanno un valore primario, tanto che il passaggio dal Medioevo all’età borghese può essere definito anche come il passaggio dallo sporco al pulito (Lo sporco e il pulito. L’igiene del corpo dal Medioevo a oggi, G. Vigarello, Marsilio 1988). Non essere trovate “in ordine” imbarazza terribilmente le donne e penetrare quest’ultima intimità è il privilegio assoluto dell’amante.
Non possiede la propria donna chi non conosce il fondo delle sue mutandine. Il resto è un optional.
La discesa delle mutandine è il momento della verità, il più emozionante, soprattutto se si tratta della prima volta. È la dichiarazione di resa e la presa di possesso.
Bisognerebbe poter rivedere al ralenty l’istante in cui le mutandine, sotto la cedevolezza resistente dell’elastico, che dilata e ritarda per qualche attimo la capitolazione, lasciano con un lieve scatto gli umidori del sesso, rivelando il proprio interno, ormai vinte, per poi discendere fluidamente, con un leggero fruscio, lungo le gambe.
Le mutandine hanno da essere usuali, senza svolazzi, comprate in negozi normali, stando alla larga dagli specializzati nell'”intimo” (espressione già di per sé volgarissima), di colore classico, bianche o nere, o, per la donna che voglia sbandierare fin da subito la propensione masochista, rosa o azzurre. I pizzi, i volant, i nastri, gli orpelli vanno lasciati alle cinquantenni che hanno la necessità di puntare sull’involucro più che sul contenuto. Infiocchettare la fica va bene, ma non bisogna esagerare. Da evitare i colori violenti, inusuali, il rosso, il viola, il verde, il giallo, le mutandine tigrate o leopardate e quelle che hanno un’apertura in mezzo e che si comprano nei sex shop insieme al vibratore (vedi voce). Lei non è una troia da casino, ma la ragazza della porta accanto che deve essere ridotta a troia da casino.
Quando in un libello che la pretende a erotico trovate espressioni come «Non mi sono messa le mutandine per fare prima» potete buttarlo subito nella pattumiera: si tratta di un romanzaccio pornografico e anatomico buono per serve che si mettono il borotalco nel culo. Nel miglior romanzo di Alberto Moravia, Gli indifferenti, il massimo della tensione viene raggiunto quando lui, dopo averci girato intorno a lungo, le toglie le mutande.
Con le sue mutandine si possono fare molti giochi divertenti, sui quali però non è il caso di insistere, nemmeno in questa sede. In ogni modo, com’è arcinoto, le mutandine si sfilano lentamente, facendole assaporare la capitolazione, e poi tenendole per un lembo con due dita, con un’aria un po’ disgustata, le si sventolano per un attimo, come un trofeo, prima di mandarle con un gesto leggero, in cui non manca una sfumatura di disprezzo, a raggiungere sul pavimento il collant e gli altri indumenti caduti sul campo. Perché il destino inesorabile delle mutandine, indossate al mattino con orgogliosa sicurezza, è di fare una fine  ingloriosa.
A festa conclusa gliele si restituisce, porgendogliele con un sorriso ambiguo. C’è sempre qualcosa di affrettato, di imbarazzato e di indispettito quando lei se le rimette. Lasciata alle spalle la femmina si rende conto, rientrando con quel gesto nei suoi panni quotidiani, dell’onore perduto come donna. Ma proprio il gesto di ritirarsele su, mentre per un istante ancora restano sospese come un ponte fra le gambe, sconciate, prima di riprendere la posizione e la funzione cui sono, almeno apparentemente, destinate, sottolinea l’irrimediabilità dell’oltraggio (perché se le ritira su vuol dire, lapalissianamente, che erano state tirate giù).
Nota. In inglese «Knickers!» (mutandine femminili) è un’esclamazione spregiativa.
Le mutandine, per la loro capacità evocativa, mantengono una forte carica erotica anche da sole. La loro autonomia è confermata, oltre che dal feticismo che si concentra su questo indumento più che su ogni altro, dal fatto che in epoche più pudiche non potevano essere nominate, alla pari degli organi sessuali, e venivano chiamate les inexpressibles, le indicibili. E ancora oggi si preferisce parlare di slip (che sono anche da bagno e quindi più neutri) o, nel lessico familiare, di braghette che è un termine vago e onnicomprensivo.
Se i due elementi del “doppio” possono, dal punto di vista erotico, esistere anche a se stanti, è indubbio però che è in simbiosi che raggiungono la loro massima potenza sinergica. Poche posizioni sono così oscene come quella di lei con le mutandine, ridotte a un sacchetto vuoto e grottesco, tese fra le ginocchia allargate. Non c’è solo la funzione degradante di cui s’è parlato (il segnale che sta abbandonando il suo status di donna che però  l’indumento, ancora indosso, ma distolto, richiama), c’è che in questa situazione lei espone nudo, contemporaneamente, il suo “doppio” sesso: quello naturale e quello simbolico, l’interno delle gambe e l’interno delle mutande.
Ma questa sinergia opera anche quando le mutandine stanno correttamente al loro posto. Accarezzare il sesso di lei da sopra le mutande è uno dei piaceri più puri, fa percepire pienamente la fica col vantaggio di avere al tatto una superficie liscia e coerente invece che una carne frastagliata, informe, fradicia e vagamente disgustosa. La simbiosi tocca la perfezione quando lei le bagna, dando silenziosa e inequivocabile notizia di una resa già totale (Credo non ci sia nulla di più elettrizzante di una donna interamente abbigliata e solo sfiorata che, con candore disarmante, ti confessa: «Sono tutta bagnata». Dove in queI tutta c’è il suo identificarsi col proprio sesso; l’abbandono alla femmina nel momento però in cui, vestita, è ancora donna).
Essenziali e insostituibili, tanto da far sorgere l’interrogativo di come gli uomini riuscissero ad eccitarsi nelle epoche buie in cui le donne non le portavano, le mutande cominciano ad essere usate abitualmente con la Rivoluzione industriale e la produzione di massa dei tessuti.
Prima l’ultimo indumento era la camicia, da cui l’ormai obsoleto e incomprensibile «restare in camicia» sostituito da «restare in mutande» (Enciclopedia illustrata delcostume, Accademia).
La civiltà occidentale ha inizio con le mutande che, dopo una lunga evoluzione e vari aggiustamenti (caleçons, mutandoni di batista lunghi fino alla caviglia o al ginocchio, calzoncini con i bottoni, culottes), trovano la loro perfezione e l’apogeo nel bikini (che valorizza contemporaneamente anche il seno staccandolo dal resto del corpo) che non a caso prende il nome da un atollo dove fu sperimentata l’atomica. La Bomba e il bikini sono l’emblema della moderna civiltà industriale. E le mutandine, insieme al cesso in casa, anche la sola innovazione che la giustifichi.

Fica Power

Il potere della fica è duplice: come organo della riproduzione e come oggetto del desiderio maschile. Il primo è perfettamente comprensibile (senza di lei non c’è la vita, e scusate se è poco); il secondo, che, come noto, è enorme tanto che si può dire che intorno giri l’universo mondo, è, per certi aspetti, paradossale.
Infatti l’atto sessuale, per motivi legati all’archetipo della fecondazione, interessa molto più alla donna che all’uomo e le dà un godimento di gran lunga superiore e più completo (vedi Atto sessuale). Ma la Natura, per ragioni che attengono all’erezione del membro virile e proprio alla minore disponibilità del maschio all’atto sessuale, ha voluto che sia l’uomo a dover fare la prima mossa e a mettersi quindi dalla parte della domanda (vedi Molestie sessuali). E chi chiede è sempre in una condizione di inferiorità. È la donna che può gestire il mercato e regolare il traffico. Da questa circostanza nasce il suo potere sessuale altrimenti inspiegabile.
Oggi che le donne sono entrate nel mondo del lavoro maschile, il Fica Power è usato con spregiudicatezza per  fare carriera e ottenere altri inammissibili vantaggi. Ma non si può dire. È tabù. Viene considerata un’intollerabile offesa all’immagine della donna che è ridiventata, come nell’Ottocento ma per motivi diversi, un essere angelicato, depurato di ogni bruttura morale. Si batte quindi sempre e solo il tasto del potere di ricatto maschile sul luogo di lavoro. Che c’è, naturalmente, ma è più limitato, se non altro perché può essere esercitato solo dall’alto in basso ed è verificabile, mentre il Fica Power è diretto a tutto campo e praticamente indimostrabile.
Invece di indignarsi quando si parla di Fica Power, le femministe o comunque i tanti teorici delle pari oppor-
tunità dovrebbero prestarvi qualche attenzione, perché questo atteggiamento lede innanzi tutto i diritti e le aspettative di quelle donne che nei rapporti di lavoro si comportano con correttezza.

Farfalla

La donna è sfuggente e indefinibile, come il suo sesso (vedi Fica). Questi caratteri le derivano dalla sua caoticità primigenia. Dovendo vivere nel mondo organizzato maschile, dominato dalla regola, la donna di norma maschera questo suo modo di essere radicandosi, per un tempo sufficientemente lungo, a qualcosa o a qualcuno; di solito, ma non necessariamente, a un uomo. Se invece privilegia l’elemento caotico e lo fa prevalere sull’altro, parimenti fondante, della concretezza, allora nasce la donna-farfalla, che vola di fiore in fiore, fuggendone ogni  volta, con spietata incoscienza, ciò che l’ha attratta e tornando poi a librarsi nell’aria. In genere la donna-farfalla fa una brutta fine e la fa fare ai fiori.

Fica (La)

È l’enigma. È brutta, laida, umidiccia, maleodorante, percorsa nei due sensi da deiezioni. Fa schifo.
Non ha una forma definita, è un buco slabbrato, un vuoto, un’essenza. Se la donna non l’avesse sarebbe perfetta.
Ma senza questo oggetto inqualificabile, “l’insetto fica” come la chiama con disprezzo qualcuno, l’erotismo non sarebbe possibile. Come dice Bataille è la laidezza dei genitali femminili che esalta la bellezza di una donna nel momento stesso in cui la deturpa. La fica ha quindi valore per contrasto. Ne consegue che nella donna brutta la fica è un’aggravante: sei brutta e, per soprammercato, c’hai anche la fica.
Quest’abisso marino che la donna ha fra le gambe ha sempre fatto paura all’uomo. Perché rappresenta, materialmente e simbolicamente, la caoticità della femmina, la sua creatività, la sua inquietante fecondità. Da lì ha origine il mistero di tutti i misteri: la vita. È per questa atavica paura della donna, della femmina per essere precisi, che l’uomo ha sempre cercato di limitarla, di condizionarla, di recintarla, di confinarla, di controllarla, di sottometterla, di soggiogarla. È la vitalità della donna che fa paura. Il mondo femminile è primordiale, istintivo, ebbro, baccante, danzante, dionisiaco, quello dell’uomo è apollineo. La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte.
Anche lo stupro, in particolare quello di gruppo, appartiene a questa paura. Soprattutto oggi, in epoca di permissivismo sessuale, lo stupro non risponde a un bisogno fisiologico, facilmente appagabile altrimenti, ma a quello psicologico di umiliare e annullare la donna, il nemico di sempre sfuggito al controllo.
E se nell’amplesso l’uomo preferisce, in genere, che lei conservi su di sé qualche elemento dell’abbigliamento non è solo perché segnala quel processo di degradazione da donna a femmina in cui consiste l’erotismo (vedi Atto sessuale, Mutandine e Nudo), ma anche perché una donna interamente nuda, totalmente consegnata alla propria animalità, terrorizza l’uomo. Una donna con qualche cosa addosso è ancora cultura, e quindi in certa misura governabile, senza è una forza della natura.
Se la fica richiama tutti questi timori e ribrezzi ancestrali, molto più tranquillizzante è l’altro orifizio. Tanto per cominciare, pur essendo anch’esso un buco ha una forma, una definizione, una compiutezza. Possiede, come l’altro, l’attrazione del vuoto, dell’abisso, del tenebroso, ma è sterile e inoffensivo. Non nasconde insidie, se non trascurabili e, in alcuni momenti, persino eccitanti. A differenza dell’altro è consistente ma elastico sicché, dopo una difesa di bandiera, finisce sempre per schiudersi e cedere all’invasore. Perché, come il culo che lo avvolge, lo nasconde e lo rende segreto e prezioso, è fatto per essere strapazzato e profanato. Infine non chiede niente. La fica invece avanza pretese. Esige. Vuole il godimento, l’orgasmo e a volte addirittura la fecondazione. «Fanno figli come conigli e pisciano sangue ogni mese lunare» fa dire Sartre ne L’età della ragione al bellissimo omosessuale Daniele Sereno. Ma questo disprezzo non è che l’altra faccia di quella paura che l’uomo, omosessuale o no, ha, da sempre, della donna. Della femmina. Della fica.

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