Articoli marcati con tag ‘grande scopatrice’

Venire (insieme)

Come abbiamo cercato di chiarire in altre voci (Grande scopatrice, Masturbazione), l’uomo non è mai totalmente coinvolto nel rapporto erotico e sessuale, non perde la testa come può capitare alla donna, conserva sempre una certa distanza dall’atto e dal proprio oggetto di desiderio. L’erotismo per l’uomo, diversamente dalla donna, non è un caotico e sensuale abbandonarsi al piacere, ma è un fatto razionale e psicologico costituito da dettagli e particolari. Per poterli osservare, e goderne, l’uomo deve mantenere una certa freddezza. Inoltre la distanza gli è necessaria per governare le operazioni e far durare l’amplesso, altrimenti tutto si risolverebbe in un amen come avviene per gli animali.
Il maschio perde il controllo di sé solo con l’eiaculazione (ed eiacula proprio perché lo perde), conferma esaltante per la donna del suo dominio. Lei si eccita quindi molto a sentirlo o vederlo venire, cosa che sollecita il famigerato orgasmo o perlomeno qualcosa che gli assomiglia. Se accade, questo è l’unico momento in cui si realizza un’autentica fusione fra due esseri così abissalmente distanti, sostanzialmente nemici, torturatori l’uno dell’altro, come l’uomo e la donna. Ma il miracolo avviene con l’annientamento di lui, che si incorpora e si dissolve in lei, partecipando finalmente, sia pur per un breve, folgorante, attimo, a quella totalità del Cosmo da cui Adamo, e non Eva, fu, all’origine, cacciato.

Grande scopatrice (Il)

Lei aveva trent’anni, era sposata con un alto dirigente di banca che, sull’esempio americano, stava introducendo in Italia la prima carta di credito, un tipo sulla quarantina, con occhi basedoviani, un po’ da pazzo, e avevano tre bellissimi bambini biondi.
Correva la metà degli anni Sessanta e loro praticavano la “coppia aperta” che nella Milano del dopo boom, dove cominciava a prillare un po’ di benessere di massa, stava diventando di moda. Io, di anni, ne avevo ventuno. Lei mi faceva un filo aperto. Ma a me non piaceva.
«E dai, buttati» mi disse un amico, «sembra che a letto sia formidabile, ha fama di grande scopatrice». Ma questo me la allontanava ancora di più. Però che una donna così più grande di me (allora una donna di trent’anni, soprattutto se sposata, era una signora e non una ragazza come oggi), appetita, ricca, che mi scorrazzava sul suo spiderino o con la Mercedes del marito, intelligente e simpatica per giunta, mi dedicasse la sua attenzione, mi lusingava. Inoltre il mio rifiuto la attizzava e lei diventava sempre più pressante. Cedetti a metà. Gliene facevo fare di tutti i colori, ma io rimanevo sempre vestito e non glielo davo. Preferivo giocare ai soldatini con i suoi bambini. Oppure organizzare dei poker con i miei amici a casa sua, dandomela da uomo vissuto. Lei doveva servirci il caffè e il whisky e sparire. Durante la partita poteva entrare solo se la chiamavo col campanello che usava con la servitù, per spazzare, nei momenti di pausa, il tavolo verde, svuotare i portacenere o rendere altri piccoli servigi. Una notte, dopo uno di questi poker, completamente ubriaco cedetti alle sue insistenze.
Fece onore alla sua fama. Si avvinghiava, si contorceva, si dimenava, si disarticolava. La cosa mi piacque pochissimo.
Il marito era a conoscenza della storia, era anzi connivente e quasi la incoraggiava. Con me aveva un atteggiamento molto amichevole. Erano o no una “coppia aperta”, disinibita, moderna, “sportiva”?
Qualcuno diceva che lui era impotente. Ma a me sembrava improbabile, con quei tre bambini che oltretutto gli somigliavano come le classiche gocce d’acqua. Spesso i nostri maneggi si svolgevano con lui in casa, anche se non davanti ai suoi occhi.
Avevano un bellissimo salone che una grande vetrata di cristallo separava da un’ampia terrazza piena di piante, anche piuttosto alte, e di rampicanti. Quella sera ci stavamo baciando, peraltro castamente, sul divano bianco. Due secchi colpi di pistola mandarono in frantumi la vetrata. Al di là, nella penombra, fra le piante, intravidi il marito. Aveva gli occhi fuori dalle orbite e un’espressione spaventosa. Ci aveva spiati. Scappai vilmente e mi precipitai giù per le scale, ma quando arrivai davanti al portone mi resi conto che ero in trappola. A quell’epoca non esistevano ancora i pulsanti apri-porta, c’era bisogno delle chiavi. Suonai al primo che capitava. Aprirono, ma senza liberare il gancio della catena. Nello spiraglio vidi il volto spaventato di un uomo di mezza età.
«Mi apra, la prego». La porta si richiuse di scatto. Poiché però il marito non scendeva a finirmi risalii cautamente le scale, entrai dalla porta che era aperta come l’avevo lasciata. La casa era in silenzio. Le pareti e il soffitto erano tutti schizzati di sangue. L’uomo stava seduto sul divano, pure intriso di sangue, e si teneva la mano maciullata. Non c’era nessuna pistola. Per la rabbia aveva dato due gran pugni alla vetrata che era andata in mille pezzi.
Lo caricai sulla mia macchina e lo portammo al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli. Mentre, in sala d’attesa, aspettavamo che lo medicassero sentimmo venire, di là dalla parete sottile, due urli terribili. «Gli stanno dando i punti» disse lei, con un filo di voce. Mi sentii un verme. Lo ero. Sono passati trentacinque anni ma, quando ci penso, quei due urli, che non erano solo di dolore, mi risuonano nitidissimi nelle orecchie. Da allora non ho più ripetuto esperienze del genere e la “coppia aperta” l’ho lasciata agli altri (vedi anche Hotel).

Grande scopatrice (La)

Quello della “grande scopatrice” è un mito infantile. La donna che “scopa bene”, che usa tecniche più o meno raffinate, non ha senso, è addirittura un controsenso. La donna che si agita, che s’avvinghia, che avvolge il corpo maschile con mille tentacoli come la Dea Kalì, infastidisce l’uomo, che teme l’aggressività della femmina, vuole esser lui a condurre le operazioni e, semmai, preferisce, in lei, una certa inesperienza. Nel rapporto sessuale il piacere dell’uomo è molto più psicologico che fisico. Per la donna è esattamente il contrario. La donna gode con la fica, l’uomo col cervello. È quindi abbastanza inutile infliggergli straordinari colpi di bacino (che oltretutto gli fan perdere la concentrazione e rischiano, per un fatto meccanico, di farlo venire anzitempo) o coprirlo con carezze da geisha che andranno bene in Oriente (vedi voce), dove la sessualità ha tutt’altra storia e sviluppo, ma non nell’astratto e razionale Occidente. Anche in certe pratiche dove è lei che si dà da fare, come il pompìno, ciò che eccita l’uomo non è tanto il pur piacevole scorrere delle labbra e della lingua sul pene ma il pensiero che lei lo sta prendendo in bocca.
Inoltre quell’avvilupparsi e smaniare della donna scopre in anticipo ciò che deve essere svelato solo all’ultimo: che il gioco è fatto soprattutto per lei.
Come insegna anche l’osservazione del mondo animale, la femmina, nel rapporto, è ambiguamente passiva, quasi ferma, riceve regalmente le attenzioni e le brutalità del maschio. Certo, la donna può anche perdere la testa, abbandonarsi completamente alla propria sessualità, ma quando questo avviene non ha nulla a che vedere con alcuna tecnica amatoria, è qualcosa di incontrollato e di incontrollabile che proviene dal profondo del suo essere e che in genere più che nei movimenti, che rimangono limitati (lo scuotere la testa di qua e di là, il sussultare del bacino), si esprime nei gemiti («l’eterno lamento della donna in amore»). I contorcimenti eccessivi sono quasi sempre segno di simulazione, non c’è nessuna che si sbatta di più della prostituta  professionale, se ben pagata.
La tecnica è un affare maschile. Sia perché, all’opposto dell’uomo, la donna apprezza il maschio che “scopa bene”, che ci sa fare, cosa che la appaga sotto il duplice profilo fisico e psicologico. Sia perché tramite la tecnica il maschio mantiene quella distanza che gli è necessaria per poter continuare il gioco erotico oltre i preliminari, durante il rapporto sessuale vero e proprio.

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