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Piedi

Insieme agli organi genitali sono la parte più animalesca del corpo. A differenza delle mani, che, liberate dalla posizione eretta, hanno dato addirittura origine all’homo faber, e di altre parti del corpo (come la fronte, il naso, le labbra, i capelli), i piedi, non essendosi staccati dal terreno, non si sono affinati ed evoluti. Anzi in un certo senso sono regrediti perché le scimmie sono quadrumani. Se una donna che si lacca le unghie dei piedi ci appare di una lascivia scimmiesca, mentre questa sensazione è minore quando lo fa con quelle delle mani o si trucca il viso, è perché sta cercando di ingentilire e umanizzare un elemento particolarmente animalesco del proprio corpo (vedi Scarpe). Per lo stesso gioco dei contrasti l’orecchino sottolinea la bestialità dell’orecchio così come, in genere, un eccesso di orpelli (braccialetti, anelli, collane) fa l’effetto-scimmia (vedi Grazia).
In quanto animaleschi, in contrapposizione col resto del corpo, più umano, i piedi nudi sono osceni. Lo sanno bene certi popoli, come i cinesi che in fatto di sottigliezze sono maestri, presso i quali l’esibizione del piede nudo è considerata indecente quasi quanto quella degli organi sessuali.

Grazia

Chi non ce l’ha non se la può dare e nemmeno comprare: non si trova nei supermarket del beauty e della fitness. È un che di impalpabile, di ineffabile, di difficilmente definibile. La sola cosa certa è che sta al lato opposto della volgarità. È un’armonia fra interno ed esterno, fra essere e avere, fra come siamo e come ci presentiamo, laddove la volgarità è, a tutti i livelli, un uscire dai propri panni. Per questo un primitivo può essere rozzo ma mai volgare. Alle volte in aeroporto si vedono certe gigantesche principesse nere avvolte nei loro abiti tradizionali: hanno grazia. Vestite all’occidentale la perderebbero. La volgarità è data da un contrasto, da qualcosa che stride. L’uomo moderno è quasi sempre volgare perché vuol essere diverso da quello che è e cercando in tutti i modi di far dimenticare la propria animalità finisce per sottolinearla. Lo si vede bene osservando una persona in strada che parla al telefonino: sembra una scimmia vestita e ammaestrata. Il gap fra l’altissimo contenuto tecnologico dell’oggetto, che può essere considerato un elemento dell’abbigliamento, e la cultura e l’antropologia di chi lo sta usando ne evidenzia il carattere animalesco.
Nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico, si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina che anima il viso. Le donne di oggi sono sicuramente più belle, più curate, più levigate, più perfettine di quelle di un tempo, ma raramente hanno grazia. Sono troppo catafratte nei canoni standard della bellezza, troppo rigide. Col lifting si può essere belle ma è impossibile avere grazia. Del resto basta pensare che il prototipo attuale della bellezza femminile è la modella: «sotto il vestito niente» come recitava un best seller di qualche anno fa. E la grazia non può prescindere da una illuminazione interiore. Negli ultimi due concorsi di Miss Italia le ragazze erano quasi tutte belle, perfette: gambe lunghissime, vita sottile, fianchi ad anfora, seno canonico. I guai arrivavano col viso: nessun musetto spiritoso, nessun nasetto impertinente, sguardi senz’anima, sorrisi stereotipi e quelle labbra tumefatte, atroci, tutte uguali. Quando si muovevano erano imbalsamate in una totale assenza di spontaneità, di genuinità, di autenticità e persino, nonostante l’età, di freschezza. Nessun gesto che indicasse non dico una personalità ma una presenza. L’appeal della carne da macello. Se poi aprivano bocca era la catastrofe, non solo e non tanto per ciò che dicevano ma perché da quei corpi monumentali uscivano vocette infantili, improbabili, stridule. Uno strazio (ancora ancora la vincitrice del ’98 aveva almeno un taglio d’occhi singolare, ma quella del ’99, che riusciva a essere standard nonostante un naso da artigliere, era davvero solo una bambola gonfiabile venuta male).
Nota. La ragazza più piena di grazia che ho incontrato in vita mia si chiamava Sibilla. La conobbi nello splendore dei suoi ventiquattro anni. Se era illuminata da una luce interiore era radiosa, solare, armoniosa, bellissima, infantile e donna, pudica e maliziosa, casta e carnale, se questa luce, per qualsiasi ragione, si  spegneva sembrava uno straccetto qualsiasi. Era completamente piatta di petto. Morì dieci anni dopo, di cancro al seno.
Nessuna grazia hanno pressoché tutte le donne dello show business televisivo, in loro c’è sempre qualcosa di falso, di costruito, di artefatto, di plastificato, di inverosimile, una forzatura, un’esagerazione, un’enfasi che disturba e infastidisce. C’è in queste donne un mix di Pippo Baudo e di Silvio Berlusconi, vale a dire l’epitome stessa della volgarità.
Peraltro la grazia è stata sempre rara anche fra le bellissime. La giovane Brigitte Bardot aveva grazia, Marilyn
Monroe no, era anzi decisamente sgraziata, con quegli sfregi di rossetto, quei tacchi a spillo, quelle tette,  quella capigliatura, quell’aria di donna umiliata dalla vita. Aveva il fascino di una domestica in libera uscita. Ava Gardner, una delle donne più belle di tutti i tempi, era troppo statuaria per avere grazia. Rita Hayworth troppo aggressiva. Jessica Lange è troppo sensuale. Sophìa Loren, destituita oltre che di grazia di ogni erotismo, merita un discorso a parte (vedi Loren). Julia Roberts è legnosa nei movimenti, può essere inquadrata solo di viso. Nicole Kidman è, a volte, una discreta attrice, ma, a conti fatti, resta una bella pupattola americana.
Il fatto è che la grazia non si concilia con la vamp. Va ricercata in ambiti più discreti. Grazia, un’indimenticabile grazia, ha Bibi Anderson quando offre il cesto di fragole all’immalinconito Cavaliere nel Settimo Sigillo di Bergman. Ma altre bellissime del regista svedese, come Ingrid Thulin e Liv Ullmann, sono troppo intense, troppo drammatiche, per avere grazia, che ha a che fare con la leggerezza. Audrey Hepburn aveva il manierismo della grazia, non la grazia, che non va confusa né con l’eleganza né con la classe in cui c’è inevitabilmente qualcosa di ricercato e di voluto. La grazia non è mentale. È naturale. Grazia ha avuto Stefania Sandrelli – donna che ragiona, benissimo, con i cinque sensi – fino a che non si è imbattuta nei film di Tinto Brass ed è diventata una culona come tante.
Grazia hanno certi monelli dall’aria ribalda. Una grazia canagliesca era del giovane Alain Delon. Grazia e garbo e simpatia aveva, da ragazzo e da vecchio, l’inimitabile Walter Chiari. La grazia di un angelo caduto aveva il divino Laurent Terzieff (Kapò, Peccatori in blue jeans, Il Deserto dei Tartari. Una sua foto in piedi, a torso nudo, liscio, con l’acqua del mare che gli arriva alle ginocchia dei jeans, mentre porta a cavalcioni, sul collo, come una bimba, una Brigitte Bardot solare, anch’essa in jeans e T-shirt bianca, è l’emblema della grazia, della giovinezza, della bellezza degli anni Sessanta e della loro innocenza). Grazia ha, forse, Brad Pitt. Grazia hanno alcune attrici francesi che non sono assurte al rango di superstar, come Juliette Binoche, Isabelle Adjani, Emanuelle Béart o, in un passato ormai lontano, Françoise Arnoul (“la Venere tascabile”) e  Pascale Petit.
Grazia ha, forse, l’italiana Francesca Neri. Ma la sola donna dei nostri giorni sulla cui grazia mi sentirei di giurare è Pilar Labella (nomen omen), la ventenne, incantevole figlia dell’ambasciatore spagnolo in Italia.
È difficile trovare grazia anche nelle eroine della letteratura e in pittura, dove pur si può lavorare di fantasia. Nessuna grazia ha la Lucia del Manzoni, incatramata nella sua intollerabile modestia. Anna Karenina è troppo signora, ed è troppo tormentata, per avere grazia.
Emma Bovary troppo melodrammatica. Non ha grazia Odette de Crecy, eccessivamente concreta. Una sua misteriosa grazia ha invece Rachel o del Signore, la prostituta (ed è lo stesso tipo di grazia, legata alla sventatezza, della “Bocca di rosa” di Fabrizio De André).
Una grazia astata ha l’adolescente di Cardarelli («Non sanno le tue mani bianche il sudore umiliante dei con-
tatti»).
Grazia ha la Venere del Tiziano (ed è proprio quel movimento, pudico e malizioso, del braccio e della mano a coprire il pube a donargliela). Una grazia antica ha La muta di Raffaello (anche perché si ha la garanzia che starà zitta). Grazia suprema, eterna, e quindi modernissima, ha l’eterea e sensuale Venere del Botticelli che, del genere, è l’Assoluto.
Pur appartenendo, di norma, alla scabra e riottosa adolescenza o alla prima giovinezza, la grazia si può trovare anche in certe vecchiezze estreme che l’età ha prosciugato e rese essenziali. Perché in definitiva la  grazia è fatta della qualità più difficile da ottenere in ogni campo: la semplicità. Che è proprio quanto il mondo contemporaneo ha perduto.
Nota. Nel calcio la semplicità di certi gesti atletici di Platini o di Maradona, che fan sembrare facile ciò che per gli altri è difficilissimo.

Fine

«È fine» si sentiva dire negli anni Cinquanta di una ragazza o di una donna. Questa qualità non va confusa, anche se le è quasi sorella, con l’eleganza che non può prescindere, quando è voluta, da un certo narcisismo o si lega, se è naturale, alla sensualità; né con la grazia (vedi voce) che, pur non coincidendovi, è strettamente intrecciata con la bellezza. E nella bellezza, per quanto si faccia pudica, c’è sempre qualcosa di ardito.
Ha piuttosto a che vedere col garbo e la timidezza e apparteneva a certe bruttine che trovavano così una loro attrattiva. In ogni caso è una qualità che è stata spazzata via dalla volgarità e dalla sfacciataggine dilaganti. Oggi ci sono molte donne belle, alcune donne eleganti, in qualche caso donne di classe e in via del tutto eccezionale c’è anche chi conserva una certa grazia femminile, ma le donne «fini» non esistono più.

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