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Pudore

La femmina, di suo, non è pudica (semmai lo è molto di più l’uomo). È, al contrario, esibizionista.
L’osservazione dei bambini in età prescolare, che non sono ancora snaturati dall’educazione e dalla mediazione culturale, ne è una dimostrazione, se così si può dire, allo stato puro: è lei che gli sbottona i calzoncini e gli tira fuori il pisello, che gli dice «ti faccio vedere la mia se mi fai vedere il tuo», che ci tiene molto che lui la guardi mentre fa la cacca. Peraltro, se approfondiamo un po’ la questione, vediamo che il pudore non riguarda tanto la nudità in se stessa – che è un fatto naturale, Adamo ed Eva erano nudi nell’Eden – ma le convenzioni sociali. Anche se è la sua prima esperienza in tal senso una donna può stare senza alcun imbarazzo in un campo di nudisti, mentre morirebbe di vergogna se in un salotto le mutandine le cadessero ai piedi. Pudore non è altro che il nome che noi diamo alla serie di divieti che circondano il comportamento latu sensu sessuale della donna.
Pudica quindi non è la femmina, può esserlo solo la donna, cioè la sovrastruttura culturale che le si è sovrapposta o che, per dir meglio, le è stata imposta. Ci sono voluti infatti migliaia di anni di repressione e di martellamento da parte dell’uomo per creare il pudore femminile, cioè per fare della femmina una donna. E allora la vergogna, i rossori, i ritegni sono entrati a far parte del gioco erotico. Violare il suo pudore, questo era il succo.
Oggi molto meno. Se si eccettuano infatti i casi di un forte imprinting cattolico (vedi Chiesa) o di altre circostanze particolari, nella società contemporanea il pudore sessuale gioca un ruolo marginale. La cultura  dei nostri tempi – e la moda, nonostante i recenti tentativi di ridarsi una modestia, ne è l’emblema – vuole una donna liberata, disinibita, trasgressiva, aggressiva. E lei, in buona sostanza, lo è diventata o ridiventata. Ciò complica i rapporti fra i sessi (il tabù del pudore, come ogni tabù, non era posto a vanvera, vedi Tabù). La  donna disinibita respinge l’uomo per tre buoni motivi. Perché, come abbiamo già detto (vedi Molestie sessuali), l’uomo ha bisogno, per ragioni biologiche, d’esser lui a prendere l’iniziativa. Perché l’aggressività sessuale della donna rende evidente all’uomo di essere usato, di essere solo uno strumento e non, come ha bisogno di illudersi, il protagonista della vicenda (vedi Atto sessuale). Vero o simulato che fosse, il pudore era il velo tenero che nascondeva al maschio, come al fuco l’inebriante volo dietro l’Ape Regina, il suo destino di soccombente.
In terzo luogo si tratta, banalmente, di una questione di mercato. Una cosa è tanto più desiderabile quanto più si nega e si rende preziosa. Una donna troppo disponibile perde valore erotico anche se ne acquista uno sessuale. Il caso estremo è la prostituta che è antierotica per definizione anche se soddisfa un bisogno sessuale.
All’altra estremità del pendolo, lo stupro dà un’eccitazione folle quanto criminale, proprio perché è perpetrato contro la volontà e la disponibilità di lei, è l’oltraggio massimo alla sua persona. Che il pudore sia anche una questione di mercato lo conferma il fatto che la donna lo ha usato spesso, per non dir quasi sempre, in modo strumentale, per rendersi attraente agli occhi dell’uomo.
Era un falso pudore. Ma nel teatrino erotico la rappresentazione vale la realtà.
Sparito il pudore femminile, almeno come categoria generale, la violazione e la trasgressione, essenziali all’erotismo, si sono spostate più avanti e più in profondità. Oggi la donna ha preso piena coscienza della propria dignità di persona (anche se ha perso, o quasi, quella della propria funzione di femmina e di madre) e vuole essere valutata e rispettata come tale. Il gioco erotico quindi non è più violare un pudore che non c’è, ma è sconciare questa dignità, abbassare l’autostìma di lei, con qualche scherzetto sessuale sudicio. Del resto la degradazione della donna a femmina, che resta la sostanza del movimento erotico, è molto più evidente e violenta oggi che ad un’alta stima della donna si accompagna una bassa stima della femmina, che fra le due figure sembra essersi creata una distanza abissale, di quando donna e femmina quasi coincidevano. Il gioco  si è fatto quindi molto più pesante e forse non è più nemmeno un gioco. Il pendolo si è progressivamente  spostato dal piano naturale verso quello sociale. Molto più di ieri il sesso è diventato, dall’una e dall’altra  parte, uno strumento di potere, un mezzo invece che un fine. E la lotta fra i sessi si è fatta davvero mortale.

Fica Power

Il potere della fica è duplice: come organo della riproduzione e come oggetto del desiderio maschile. Il primo è perfettamente comprensibile (senza di lei non c’è la vita, e scusate se è poco); il secondo, che, come noto, è enorme tanto che si può dire che intorno giri l’universo mondo, è, per certi aspetti, paradossale.
Infatti l’atto sessuale, per motivi legati all’archetipo della fecondazione, interessa molto più alla donna che all’uomo e le dà un godimento di gran lunga superiore e più completo (vedi Atto sessuale). Ma la Natura, per ragioni che attengono all’erezione del membro virile e proprio alla minore disponibilità del maschio all’atto sessuale, ha voluto che sia l’uomo a dover fare la prima mossa e a mettersi quindi dalla parte della domanda (vedi Molestie sessuali). E chi chiede è sempre in una condizione di inferiorità. È la donna che può gestire il mercato e regolare il traffico. Da questa circostanza nasce il suo potere sessuale altrimenti inspiegabile.
Oggi che le donne sono entrate nel mondo del lavoro maschile, il Fica Power è usato con spregiudicatezza per  fare carriera e ottenere altri inammissibili vantaggi. Ma non si può dire. È tabù. Viene considerata un’intollerabile offesa all’immagine della donna che è ridiventata, come nell’Ottocento ma per motivi diversi, un essere angelicato, depurato di ogni bruttura morale. Si batte quindi sempre e solo il tasto del potere di ricatto maschile sul luogo di lavoro. Che c’è, naturalmente, ma è più limitato, se non altro perché può essere esercitato solo dall’alto in basso ed è verificabile, mentre il Fica Power è diretto a tutto campo e praticamente indimostrabile.
Invece di indignarsi quando si parla di Fica Power, le femministe o comunque i tanti teorici delle pari oppor-
tunità dovrebbero prestarvi qualche attenzione, perché questo atteggiamento lede innanzi tutto i diritti e le aspettative di quelle donne che nei rapporti di lavoro si comportano con correttezza.

Molestie sessuali

Se si va avanti di questo passo il rapporto uomo-donna diventerà impraticabile. Già reso molto difficile da una molteplicità di fattori legati alla modernità, fra cui, d’importanza decisiva, la perdita di ruolo del maschio (vedi Ruolo), è ulteriormente complicato da una serie di garanzie giuridiche e di barrage posti a difesa della donna contro l’uomo. A questa categoria funesta, vera tomba del sesso e persino dell’amore, appartengono le molestie sessuali. Bisogna partire dalla considerazione che per motivi biologici, divenuti poi anche culturali, tocca all’uomo fare la prima mossa. Infatti checché se ne pensi, e lui stesso ne dica, l’uomo non è sempre pronto per il sesso. Nemmeno la donna lo è, ma la sua scarsa predisposizione ha effetti meno drastici della defaillance del maschio, che rende tecnicamente impossibile la penetrazione. L’uomo è cacciatore proprio perché non sempre ha il colpo in canna. Ecco perché tocca a lui aprire la partita mentre il compito di lei è di farsi inseguire (cosa che, tra l’altro, attraverso il meccanismo della ripulsa e del divieto, contribuisce a eccitare il maschio, a metterlo in funzione). C’è perciò sempre un momento in cui lui deve fare necessariamente un atto intrusivo nella persona e nella sfera latu sensu sessuale di lei (una carezza sui capelli o sul collo, uno sfioramente del corpo, il tentativo di un bacio). Oggi se lei si impunta o, per qualsiasi ragione, ha intenzione di marciarci, anche atti così lievi possono costituire molestia sessuale e, nel clima di femminismo sessuofobo, portare a condanne penali o avere conseguenze comunque pesanti (un impiegato delle poste di New York e stato licenziato per aver mandato un mazzo di rose a una collega). Si è creato un clima irrespirabile che ha reso l’uomo ancor più timoroso di quanto già non sia. Soprattutto se è in una posizione particolarmente ricattabile. Un banchiere americano ha confessato che piuttosto che salire in ascensore con una donna sola (in cinquanta piani può accadere di tutto) preferisce aspettare il giro successivo. Perché in faccende così impalpabili e indimostrabili fa testo la parola di lei. L’alternativa è la verbalizzazione. Possibilmente scritta e certificata. Negli Stati Uniti circolano moduli in cui i due mettono nero su bianco la loro intenzione di fare sesso e, a scanso di brutte sorprese (tipo quelle toccate a Mike Tyson e a Popi Saracino, entrambi condannati a vari anni di galera perché lei, all’ultimo momento, si era negata), la donna dichiara anche fino a che punto è disposta a spingersi. Sono casi limite ma perfettamente inseriti nella tendenza contemporanea a regolamentare, codificare, giuridicizzare tutto, anche le faccende insondabili dell’amore. E invece il sesso, per sua natura, vuole un margine di ambiguità e ha bisogno di un quid di violenza. I primi no della donna possono essere di pura parata e trasformarsi in sì senza riserve. Una certa insistenza, un quantum di molestia sessuale, deve essere consentito al maschio. E una questione di misura e di intelligenza reciproca, non di codice penale. Un tempo le donne, se non volevano starci, sapevano benissimo come fartelo capire. Negli anni Cinquanta e Sessanta quando ballavi un lento e lei ti puntava il gomito sul petto voleva dire che era meglio lasciar perdere. Se ti poggiava la mano sulla spalla era un segno neutro. Se ti metteva le braccia al collo e si lasciava stringere non le dispiacevi, il che non voleva dire ancora nulla se non che eri autorizzato a fare la mossa successiva e così via. Il linguaggio sessuale, erotico, amoroso ha i suoi codici, anche abbastanza precisi, ma rientrano nell’inespresso, nel non detto, fanno appello alla sensibilità di ciascuno, non possono appartenere all’esplicito e ancor meno al giuridico. Altrimenti è la fine di ogni attrattiva, di ogni incanto, del gioco stesso della seduzione e allora, piuttosto che ricorrere alla modulistica, è meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe. In un divertente libretto, “II più grande uomo scimmia del Pleistocene”, di Roy Lewis, un giovanotto dell’età della pietra adocchia una ragazza di un altro clan e cerca di acciuffarla, ma lei scappa. La ragazza è leggera, agile, veloce. Scavalcano monti, risalgono valli, guadano fiumi, lei davanti lui dietro. schiumante. Ad un certo punto ne perde anche le tracce, finché scollinando la vede in una radura, appoggiata a un albero, le braccia allargate in atteggiamento di abbandono, sorridente. Lo guarda e, spalancando gli occhioni, fa: «Oh, ma sei tutto sudato»

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