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Morte

C’è qualcosa di oltraggioso e di impudico nella bella donna che segue i funerali di un uomo. Il morto appare più morto, definitivamente e irrimediabilmente morto, di fronte alla trionfante vitalità di lei. Credo che se ne senta terribilmente offeso.
Eppure c’è un legame misterioso, ma non tenebroso, non morboso, fra la donna e la morte. È più preparata.
Lei che dà la vita, sa che la vita nasce dalla morte, che la morte si inserisce nell’eterno ciclo seme-pianta-seme, che è un ricongiungersi, per rinascere, a quel tutto cosmico di cui la donna, molto più dell’uomo, sente di far parte. Questo spiega anche il rapporto molto più disinvolto che le donne hanno con quell’entità spaventosa che per l’uomo è il cadavere. Sono loro a lavarlo e vestirlo. E a questa bisogna si rivelano perfettamente capaci, se occorre, anche le acculturate, sofisticate e schizzinose donne d’oggi. Tanto è profondo, checché ne dicano esse stesse, l’archetipo femminile che è in loro oltre che l’atavismo e gli automatismi di atti ripetuti mille e mille volte dalle loro ave. L’uomo invece davanti al cadavere prova solo orrore allo stato puro. Perché in esso si riflette. Come in uno specchio.
Il rapporto più “easy” della donna con la morte lo si vede anche da dettagli minori. Quando, per esempio, muore uno dei tuoi cari e ai funerali vedi comparire la tua fidanzata, donna moderna ed emancipata, con un appropriato velo nero, come una prefìca d’antan. Non l’ha acquistato per l’occasione. Ce l’aveva da sempre. Fa parte del suo corredo biologico.

Passione (amour-passion)

È sadomasochismo sublimato nel sentimento o, piuttosto, nell’illusione, dell’amore. I due amanti sono violentemente attratti e dominati dal desiderio di assimilarsi, di annullarsi, di distruggersi, di divorarsi l’un l’altro («Ti vorrei mangiare»). Quest’amore cannibalico non ha lunga durata.
Finisce quando uno dei due, quasi sempre la donna, sopraffà l’altro che, a quel punto, cessa di essere un oggetto di desiderio: è stato fagocitato, digerito e viene sputato fuori. Oppure questo tipo di rapporto si esaurisce, quasi di colpo, per sfinimento, per consunzione, perché gli amanti hanno bruciato tutte le energie, come un’incendio che, dopo essere divampato con straordinaria virulenza, improvvisamente, così com’era nato, si spegne. I protagonisti dell’amour-passion sono innamorati che non si vogliono bene. Dopo, resta solo l’odio.
In realtà, com’è noto in psicoanalisi, elementi distruttivi e autodistruttivi sono presenti in ogni tipo di amore (e, si potrebbe dire, in ogni relazione umana, vedi Sadomasochismo). Solo che nell’amour-passion, come nell’estasi mistica, raggiungono una gradazione più alta, sono portati all’estremo. Senza aspettare la psicoanalisi, questo stretto legame fra Eros e Thanatos, fra Amore e Morte, è presente all’uomo fin dai tempi più remoti. In un’antichissima iscrizione latina trovata su una fontana è detto: «Morte e voluttà si mirarono congiunte e i loro due volti fecero un volto solo». In Apuleio, Fotide dice a Lucio: «Fammi morire tu che stai per morire». Ma, per la verità, lei non muore affatto. È il fuco che muore dopo aver fecondato l’Ape Regina. Basterebbe osservare i volti dei due dopo, come si distende e si spiana quello di lei, come diventa più luminoso e più bello, mentre sul viso di lui passano ombre di delusione e di insoddisfazione. Dopo l’amplesso il maschio si girerebbe volentieri dall’altra parte, colto da un sentimento di estraneità verso quel corpo fino a poco prima tanto desiderato, conscio di essere diventato inutile.

Guerra, Amore è Morte

Guerra e sesso sono antipodi.
Il sesso è la vita, la guerra è la morte. La guerra è dei maschi, il sesso delle femmine. La guerra è il grande gioco, il gioco che l’uomo si è inventato per assecondare il proprio senso di morte e, insieme, liberarsene («Ho pensato molto alla morte, ma da quando mi batto non ci penso più», Malraux).
La guerra, finché è stata tale, cioè fino a quando non è diventata una questione di macchine e di tecnica, era una faccenda per soli uomini, i quali mettevano alla prova il proprio coraggio, il valore, l’onore, categorie che, di per sé, non dicono nulla alla donna (La donna non sente alcun bisogno di provare il proprio coraggio, ce l’ha, se occorre, e basta. Non lo considera, per quel che la riguarda, un valore, lo ammira, semmai, nell’uomo come segno di quella virilità che sola davvero le interessa). La guerra è un gioco omosessuale. E “gioco di adolescenti crudeli” la chiama infatti il polemologo Franco Cardini riferendosi al certamen cavalleresco che ha segnato l’apogeo dell’ideale guerriero. Nel combattimento l’uomo trova quell’ebbrezza che il sesso, dominio della donna, non gli può dare con la stessa pienezza. La guerra è erotismo sublimato da cui il sesso e la donna sono rigorosamente esclusi. I bambini, che sono maschi allo stato puro, mentale, non ancora sviati dal desiderio sessuale, giocano con i soldatini, con le pistole, con gli archi e le frecce, con le cerbottane, con le fionde, le bambole gli fanno schifo: non appartengono, al pari della donna, al mondo maschile. In molte comunità primitive i giovani guerrieri, dopo i riti di iniziazione, vanno a vivere in “case degli uomini” isolate dalle altre abitazioni e dal resto della popolazione. A loro è richiesta la castità, perché l’energia maschile non vada dispersa. Sono considerati “i veri uomini” laddove chi non ha subìto il rito di iniziazione guerriera è  assimilato, qualunque ne sia l’età, al corpo informe delle donne, dei bambini, delle bestie. Senza spingerci così lontano nell’etnologia, anche nel Medioevo cristiano l’Ordine dei Templari è un corpo di guerrieri votati alla castità (almeno in teoria, perché poi, nella pratica, per resistere all'”eterno femminino” ci vogliono veramente due palle da guerriero o non averle affatto).
Se nella società occidentale contemporanea la guerra ha ricevuto, per la prima volta nella storia, una scomunica radicale (anche se contraddittoria: noi facciamo la guerra per impedire ad altri popoli, con diversa storia, tradizione, cultura, mentalità, temperamento e vitalità, di farsela fra loro in santa pace, vedi Bosnia e Kosovo) non è solo perché la guerra moderna, con la perenne minaccia della Bomba e l’uso di armi tecnologiche asettiche e micidiali, è diventata improponibile, si è denaturata e non soddisfa più le pulsioni cui un tempo dava sfogo, ma anche perché questa società, con la vertiginosa ascesa della donna, è permeata da un’ideologia femminile. L’intero Occidente è diventato matriarcale come il Paese di punta del suo modello, l’America.
Se guerra e sesso non hanno nulla da spartire, profondi sono invece i legami fra erotismo e guerra. Sono entrambi giochi intellettuali del maschio che rispondono alla sua pulsione di morte (sul punto vedi, più diffusamente, la voce Popò). E questo vale anche, anzi soprattutto, per quella forma sublimata dell’erotismo che è l’amore. Non per nulla la psicoanalisi, e prima di lei la sapienza antica e il genio di Leopardi, ha creato la categoria di Eros e Thànatos. La grande passione (vedi voce) è quasi sempre distruttiva e, soprattutto, autodistruttiva.
C’è nell’innamorato un desiderio profondo di annullarsi nel proprio sentimento e di sparire («Ti amo da morire»). Ciò è vero principalmente per l’uomo. E il senso di annientamento che prova, insieme al piacere, nell’eiaculazione ne è una conferma.
L’amore è masochista. Così dice l’esperienza, così canta tutta la grande poesia d’amore. Nei poeti stilnovisti la donna amata è, per principio e definizione, irraggiungibile. E in Cavalcanti, in Dante, in Cino da Pistoia, in Guinizelli l’amore per la Donna così idealizzata distrugge e uccide, anche se è attraverso questa catarsi che si raggiunge uno stadio superiore, una salute (questo è il termine usato da Dante) trascendente. E Fabrizio De André, che di quella poesia è un po’ il continuatore in chiave moderna, è stato il cantore della Morte. E anche dell’amore, ma solo in quanto conduce a morte (Marinella: lei, dopo un giorno sognante, scivola nel fiume; La ballata del Michè: lui uccide e si impicca per amore; Leggenda di Natale: lui la seduce e lei ne muore; La ballata dell’amore cieco: lui si uccide per lei, indifferente). Ma anche le più modeste canzonette nostrane, che fanno il verso ai Baci Perugina che lo fanno alla grande letteratura, son tutte una lagna di innamorati, quasi  sempre uomini, imploranti, belanti, mortificati, traditi, delusi (Paoli, Tenco e il più potabile Endrigo sono i capostipiti di questa solfa).
Il destino dello stendhaliano amour passion è di non poter essere appagato. Se è corrisposto brucia nell’ansia e nella febbre di non riuscire, nonostante le richieste e gli abbandoni sempre più estremi, a raggiungere il pieno possesso, di non arrivare in fondo a se stesso, finché si esaurisce per sfinimento oppure si placa e non è più «il grande amore». Non per nulla i Fedeli d’Amore medioevali mettevano, prudentemente, la donna su un piedestallo inarrivabile e, come nota Rilke, ciò che si temeva di più di ogni altra cosa era che lei ci stesse. Se non è corrisposto il grande amore porta a sofferenze inaudite nella realtà («D’amore non si muore / sarà anche vero / ma quando ci sei dentro non sai che fare») e a morte certa, in letteratura.
Ivanhoe di Walter Scott è uno stupendo affresco dell’Inghilterra del XI secolo, privo però di personaggi di un qualche spessore psicologico e letterario (Ivanhoe e la sua insulsa fidanzata, Lady Rowena, sono due bellocci hollywoodiani, non a caso molto utilizzati dal cinema americano, specialista in polpettoni storici indigeribili; mi ricordo in particolare un pestilenziale Ivanhoe della mia fanciullezza con Robert Taylor e una Elisabeth Taylor ancora più irritante che in Torna a casa, Lassie!).
Nota 1. Scott e Manzoni sono accomunati, scolasticamente, come capostipiti del “romanzo storico”. Scemenze da liceo. In Manzoni il paesaggio storico fa solo da sfondo a personaggi universali, in Scott è il protagonista e i personaggi sono marginali.
Nota 2. Riccardo Cuor di Leone è passato alla storia con buonissima fama, John Lackland con una pessima. La verità invece è che il primo era un muscolare senza testa, mentre al secondo si deve la concessione della Magna Charta.
C’è però un’eccezione: il Templare, Sir Brian de Bois-Guilbert, bestemmiatore di Dio, spregiatore di Madonne e di Santi, uomo di libero pensiero, audace, fiero e, ad onta dei suoi voti, gran puttaniere e, all’occorrenza, stupratore di fanciulle. In un viaggio a cavallo verso il castello di Front-de-Boeuf, dove si è raccolto un gruppo di uomini svelti di mano, arditi, feroci e di dubbia fama, partigiani di Giovanni Senza Terra contro il fratello Riccardo Cuor di Leone, incrocia l’ebrea Rebecca di York. La ragazza gli piace e, da uomo d’azione qual è, la rapisce e la porta con sé al castello. Che però viene assediato da Robin Hood e dai suoi uomini fra i quali si è mescolato, in incognito, sotto le insegne di un misterioso Cavaliere Nero, lo stesso Riccardo di ritorno da qualche stupida crociata. In una pausa dei combattimenti il Templare si presenta nella stanza in cui è tenuta prigioniera Rebecca. La ragazza salta sul davanzale della finestra e minaccia di buttarsi di sotto se l’uomo oserà avvicinarsi. Il Templare, nonostante il gesto melodrammatico di lei, potrebbe acciuffarla e farne un sol boccone, ma non sono queste le sue intenzioni. Il fiero cavaliere si è infatti innamorato ed è questo che è venuto a dirle. Ma Rebecca respinge il suo amore. Il colloquio è interrotto dall’assalto degli assedianti, urge la presenza del Templare sugli spalti. Dopo furiosi combattimenti il castello è preso e dato alle fiamme. Ma il Templare, che è la miglior lama del suo tempo, si fa largo a cavallo e a colpi di spada fra gli arcieri di Robin  Hood, uccidendone in gran numero, e riesce con un manipolo dei suoi ad aprirsi un varco e fuggire. Non ha però mollato la presa: sul cavallo di uno dei suoi fedeli armigeri saraceni c’è, tenuta ben stretta, Rebecca.
Brian de Bois-Guilbert, con la sua preda, si rifugia in uno dei santuari dell’Ordine del Tempio di Sion a Templestowe. Crede di essersi messo al sicuro, invece è caduto in trappola. Proprio in quei giorni è calato a Templestowe il Gran Maestro dell’Ordine, il vecchio e bigotto Luca de Beaumanoir, richiamato dalle voci sulla licenziosità dei guerrieri del Tempio. Vuole riportare l’ordine. La presenza di Rebecca lo manda in catalessi: una donna, ebrea per giunta, presumibilmente una strega che con le arti del Maligno ha preso il cuore del più brillante cavaliere del Tempio, suo pronosticato successore. La donna va processata e, come da regola, bruciata viva. Brian, di notte, si reca da Rebecca e le propone di fuggire insieme: lui rinuncerà alla fama, alla gloria, al potere, alle sue enormi ambizioni, al casato, al suo stesso onore, a tutto. Si rifaranno una vita in Palestina dove conta molti amici potenti. Rebecca rifiuta, orgogliosa e fiera (è proprio questo che infiamma il Templare, hanno lo stesso temperamento), preferisce la morte. C’è il processo sommario e la condanna. Il Templare riesce a far giungere alla ragazza un biglietto: «Chiedi il Giudizio di Dio». Un campione del Tempio affronterà il cavaliere che volesse rappresentare le ragioni di Rebecca. Se costui vince la ragazza è salva, altrimenti morirà. Rebecca ha tre giorni di tempo, a partire dal bando, per trovarsi un campione. Ma come può, tagliata com’è fuori da tutto? Eppoi chi mai vorrà difendere un’ebrea? Il piano di Brian de Bois-Guilbert è di presentarsi lui stesso in lizza, senza insegne, a celata abbassata, in incognito, di abbattere l’avversario e portarsi via la sua bella. Ma il Gran Maestro affida perfidamente proprio a lui la parte di campione del Tempio nel «Giudizio di Dio». Non è forse la miglior lama della cristianità? Il Templare si precipita da Rebecca e le chiede, la scongiura, la implora ancora una volta di fuggire con lui. Nuovo rifiuto della ragazza, la cui  ostinazione comincia a dare sui nervi (Scappa con Brian, testona, che è un bel ragazzo, aitante, affascinante, tenebroso quanto basta, intelligente, libero, senza pregiudizi. Niente da fare, lei difende la sua purezza,  inoltre, a riprova che non c’è limite alla stupidità delle donne, è segretamente innamorata dell’inutile Ivanhoe che, naturalmente, non se la fila). Brian si butta ai suoi piedi: «Te lo chiedo per l’ultima volta» dice, «perché se scendo in lizza non c’è forza al mondo, nemmeno il mio amore per te, che potrà prevalere sul mio orgoglio di guerriero. Sarò costretto ad ucciderti con le mie stesse mani».
È l’imbrunire del terzo giorno, il tempo sta per scadere. Nessuno si è presentato per l’ebrea. Nella lizza, intorno alla quale si è radunata una gran folla, che assiepa le tribune, gli spalti e il parterre (il torneo, nel  Medioevo, equivale al nostro calcio), tutto è pronto: il Templare, bardato e armato di tutto punto, ma con la visiera ancora alzata, è al suo posto di combattimento. «Era d’un pallore spettrale, come se non avesse dormito per parecchie notti, ma teneva le redini del suo scalpitante destriero con l’elegante disinvoltura abituale nella migliore lancia dell’Ordine del Tempio. Il suo aspetto era, nell’insieme, imponente e maestoso; ma, guardandolo attentamente, la gente scorgeva nei suoi tratti duri qualcosa che la costringeva a distogliere gli occhi». Poco più in là, vicino alla catasta destinata a incenerirla, c’è Rebecca di York, bellissima nella semplicità del suo abito che è stato spogliato di tutti gli ornamenti nel timore che nascondano qualche sortilegio. «In quel momento la voce di Bois-Guilbert colpì il suo orecchio: era soltanto un bisbiglio, eppure la fece sussultare».
«Rebecca» diceva il Templare, «mi senti?»
«Non ho nulla da spartire con voi, uomo crudele e spietato».
Il Templare taglia corto: «Sì, ma intendi le mie parole?»
«Sì».
«Monta sul mio cavallo e filiamocela. Tra un’ora li avremo seminati».
«Vattene, tentatore. Nemmeno nell’estremità in cui mi trovo, eccetera, eccetera». (Che barba. Mollala Brian, lascia perdere questa ostinata gallina, abbandonala al suo destino, che muoia se è questo che vuole, e la sia finita. E tu torna a scorrazzare libero per i campi di battaglia d’Europa e d’Oriente. Basta umiliarsi davanti a ‘sta stronza).
Mentre si svolge questo drammatico, ultimo colloquio fra l’Innamorato e l’Ostinata, in fondo alla pianura si vede avanzare un cavaliere al galoppo. È il campione che viene a difendere Rebecca. È Ivanhoe. Un lampo passa negli occhi del Templare. Se c’è uno che gli sta profondamente sul cazzo è Vilfredo d’Ivanhoe. Rappresenta tutto ciò che detesta: devozione ottusa e bigotta, cuore scevro da dubbi, buoni sentimenti, fedeltà alla Corona, il politically correct.
Presentazioni, cerimonie, araldi, squilli di tromba. I due campioni sono di fronte. Il viso roseo del biondo e riccioluto Ivanhoe è quello dell’eroe positivo che sa che nulla di male gli può accadere. Il volto di Sir Brian de Bois-Guilbert, mentre si abbassa la celata, è attraversato da ombre e da oscuri rossori. I due cavalieri si scagliano l’uno contro l’altro lancia in resta. Quella del Templare prende in pieno il rivale, un colpo dato con forza formidabile che disarciona Ivanhoe e lo manda a ruzzolare per le terre, una ventina di metri lontano, insieme al suo cavallo. Ma anche Brian, che è stato appena sfiorato dalla lancia dell’avversario, vacilla,  barcolla, perde le staffe, cade. Ivanhoe, districandosi dal cavallo, gli è sopra, gli punta la spada alla gola e gli intima di arrendersi. Nessuna risposta. Dalle tribune il Gran Maestro chiede che sia risparmiata la vita al campione sconfitto. Gli araldi gli tolgono l’elmo. «Aveva gli occhi chiusi, e sul volto ancora quel color di  fuoco. Mentre lo guardavano stupiti, gli occhi si aprirono, ma erano fissi e vitrei. Il colore acceso svanì dal suo  volto, e subentrò il pallore della morte. Illeso dalla lancia dell’avversario, era stato ucciso dalla violenza  delle sue contrastanti passioni».
Nota. Anche Ayrton, quel pomeriggio, quando si abbassò la visiera del casco sapeva che andava a morire. Ma il suo orgoglio di campione gli imponeva di correre.

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