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Su & giù

Avverbi che si pregustano anche quando sono da soli. Perché richiamano il linguaggio e il gioco erotico dove è tutto un tirar su e giù gli indumenti femminili (vedi Mutandine). In fondo, se lei indossa la gonna, bastano un solo su e un solo giù perché perda ogni decenza.
Particolarmente in giù c’è, come in tutto ciò che viene abbassato, che scende, un senso di avvilimento e di sconfitta. Che il calare delle mutandine di lei sia il segno di un’umiliazione e di una disfatta lo conferma anche il linguaggio dove, per definire una resa ignominiosa, si dice appunto «calare le braghe». Quando lei si tira giù le mutande è come se ammainasse la sua bandiera di donna. Certo poi entra in campo la femmina e son dolori, ma questo è un altro discorso (vedi Atto sessuale).

Nudo (Il)

Che il nudo non sia erotico è un fatto.
Perché la natura non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido, ci possono commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che creò l’uomo e la donna senza peccato e li mise perciò nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso Terrestre. L’erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito. Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi psicologici e conoscitori dell’animo umano che sono i preti. Scriveva agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo vescovo dell’America ancora indiana: «Vi è anche un altro argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l’inclinazione a quel vizio…» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa Madre (vedi Chiesa), è esperienza comune, di chiunque sia stato almeno una volta in un campo di nudisti, che  l’eccitazione arriva la sera, quando le ragazze si rivestono.
Il nudo dunque non è erotico per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche. Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L’uomo vuole vedere quello che c’è sotto, ma perché questo sia possibile bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio. E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono l’attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è immancabilmente deludente.
Perché la realtà non può nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa le ali all’immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E se all’uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la verità invece di raccontargli una fiaba.
E l’uomo è un bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina. La donna vive la realtà, l’uomo il sogno, ha bisogno sempre di andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). È Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela.
Quindi anche nella questione del nudo l’atteggiamento dei due sessi è molto diverso. Mentre il maschio prova un’attrazione morbosa, mista a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa l’efficienza. Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che guardare (vedi Voyeur). Lo strip-tease è un gioco per maschi. E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente, anche uno strip degli uomini è perché la donna si è appiattita sullo stereotipo maschile.
Inoltre c’è un altro elemento per cui lo strip-tease è estraneo all’interesse della donna. Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia e si leva lentamente tutti i simboli della sua  individualità e del suo status di persona, gioca l’eterno bisogno dell’uomo di oggettivare, umiliare, ridicolizzare la donna. E non c’è dubbio che la posizione di chi si mette progressivamente nudo davanti ad  altri vestiti, sia ridicola perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico a ciò deputato ma in una casa privata, c’è un contrasto, una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del ridicolo (vedi Riso).
Un uomo si eccita a vedere una donna che dà di sé questo degradante spettacolo. Invece la donna non ha alcun interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo del ridicolo, c’è una differenza sostanziale fra i genitali femminili e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è tutt’altro che ridicola (nello strip ridicola non è la nudità in sé della donna ma la  situazione in cui viene esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli cascanti suscitano invece un’istintiva ilarità (non a caso nello strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per pudore, non per limiti di censura – la fica è infinitamente più oscena – ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile eccita l’uomo, anche al di là dell’aspetto voyeuristico, perché umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli stessi motivi, l’eros della donna.
La donna, semmai, si eccita a vedere ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un’altra donna, l’eterna rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare, scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un’altra donna.
Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma senza compromettersi e senza esporsi. Il recente fenomeno delle “cubiste”, che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell’uomo, anche il sadismo della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può ricavare.
Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo Bataille, l’essenza dell’erotismo è la profanazione della donna, la sua riduzione a femmina, ad animale (vedi Atto sessuale), questo può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda. La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione (vedi Mutandine). Una donna già nuda non può essere degradata. È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare un animale, si può profanare solo un uomo. Cioè una donna vestita.
Se poi l’abbigliamento di lei denuncia l’appartenenza di classe, la profanazione e il piacere si allargano all’intera classe cui la donna appartiene, uomini compresi.
L’altra condizione perché ci sia la profanazione è che sia percepìta come tale non solo da lui ma anche da lei.
E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del pudore e della vergogna (vedi Pudore). Tanto più tali elementi, veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato.
Infine c’è un’ultima ragione per cui il nudo non è sexy. Se infatti a lui impedisce l’esplorazione e la scoperta, a lei preclude il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono fatti. Rien ne va plus.
Nuda lei non ha alcun margine: non può allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura, sull’accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul “ti vedo e non ti vedo”, non può insomma accennare nessuno di quei gesti, di quegli “attuzzi e moine”, che fan parte da sempre del gioco dello charme.
Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere solo agli affamati.

Mutandine

“Alter ego” della fica. Vivono in una tale, intima, simbiosi da costituire una sorta di “doppio”, dove le  mutandine rappresentano la cultura e la fica la natura. Togliere o abbassare le mutandine a una donna significa spogliarla del suo involucro culturale e sociale e ricondurla, materialmente e simbolicamente, alla sua condizione di femmina, degradarla da persona, con uno status, un orgoglio, una dignità, ad animale.
Il passaggio dal vestito al nudo, dalla donna alla femmina, è più evidente se le mutandine restano abbassate invece di essere tolte completamente. Se infatti lei è interamente nuda viene meno il termine di raffronto.
C’è la femmina, ma manca la donna. Una donna è veramente nuda, in quanto donna, solo quando è  semivestita. Perché la degradazione rilevi, è quindi necessario che sul corpo nudo di lei resti qualche elemento che ricordi la donna. Possono essere gli orecchini, la collana, i braccialetti, l’orologio, la catenella intorno alla vita o al piede, il reggiseno, la camicetta, le scarpe. Ma con le mutandine a mezz’asta c’è qualcosa di più. Non solo perché sono l’ultimo indumento, il più intimo, la fica in chiave simbolica, ma perché sono state tirate giù laddove gli altri elementi dell’abbigliamento restano su. Le mutandine abbassate sono dignità e orgoglio di donna abbassati e degradati, la collana o la camicetta o le scarpe sono quanto ne rimane. Con le mutandine a mezz’asta è lei stessa a mezz’asta, non più completamente donna ma non ancora interamente femmina. Per cui l’uomo può godere, contemporaneamente, di entrambe, della donna degradata e della femmina nuda.
Le mutandine hanno un fondo. Ispezionarlo è la violazione massima dell’intimità di lei. Guardare la nudità di una donna, anche nei suoi anfratti più nascosti, implica solo un giudizio sul suo corpo, ma guardare il fondo delle sue mutandine significa sottoporre a esame le sue emozioni più segrete, la sua personalità e soprattutto la sua pulizia che è l’intrusione capitale. Perché nel mondo moderno e borghese (vedi Borghesia), la pulizia, il decoro, l’ordine hanno un valore primario, tanto che il passaggio dal Medioevo all’età borghese può essere definito anche come il passaggio dallo sporco al pulito (Lo sporco e il pulito. L’igiene del corpo dal Medioevo a oggi, G. Vigarello, Marsilio 1988). Non essere trovate “in ordine” imbarazza terribilmente le donne e penetrare quest’ultima intimità è il privilegio assoluto dell’amante.
Non possiede la propria donna chi non conosce il fondo delle sue mutandine. Il resto è un optional.
La discesa delle mutandine è il momento della verità, il più emozionante, soprattutto se si tratta della prima volta. È la dichiarazione di resa e la presa di possesso.
Bisognerebbe poter rivedere al ralenty l’istante in cui le mutandine, sotto la cedevolezza resistente dell’elastico, che dilata e ritarda per qualche attimo la capitolazione, lasciano con un lieve scatto gli umidori del sesso, rivelando il proprio interno, ormai vinte, per poi discendere fluidamente, con un leggero fruscio, lungo le gambe.
Le mutandine hanno da essere usuali, senza svolazzi, comprate in negozi normali, stando alla larga dagli specializzati nell'”intimo” (espressione già di per sé volgarissima), di colore classico, bianche o nere, o, per la donna che voglia sbandierare fin da subito la propensione masochista, rosa o azzurre. I pizzi, i volant, i nastri, gli orpelli vanno lasciati alle cinquantenni che hanno la necessità di puntare sull’involucro più che sul contenuto. Infiocchettare la fica va bene, ma non bisogna esagerare. Da evitare i colori violenti, inusuali, il rosso, il viola, il verde, il giallo, le mutandine tigrate o leopardate e quelle che hanno un’apertura in mezzo e che si comprano nei sex shop insieme al vibratore (vedi voce). Lei non è una troia da casino, ma la ragazza della porta accanto che deve essere ridotta a troia da casino.
Quando in un libello che la pretende a erotico trovate espressioni come «Non mi sono messa le mutandine per fare prima» potete buttarlo subito nella pattumiera: si tratta di un romanzaccio pornografico e anatomico buono per serve che si mettono il borotalco nel culo. Nel miglior romanzo di Alberto Moravia, Gli indifferenti, il massimo della tensione viene raggiunto quando lui, dopo averci girato intorno a lungo, le toglie le mutande.
Con le sue mutandine si possono fare molti giochi divertenti, sui quali però non è il caso di insistere, nemmeno in questa sede. In ogni modo, com’è arcinoto, le mutandine si sfilano lentamente, facendole assaporare la capitolazione, e poi tenendole per un lembo con due dita, con un’aria un po’ disgustata, le si sventolano per un attimo, come un trofeo, prima di mandarle con un gesto leggero, in cui non manca una sfumatura di disprezzo, a raggiungere sul pavimento il collant e gli altri indumenti caduti sul campo. Perché il destino inesorabile delle mutandine, indossate al mattino con orgogliosa sicurezza, è di fare una fine  ingloriosa.
A festa conclusa gliele si restituisce, porgendogliele con un sorriso ambiguo. C’è sempre qualcosa di affrettato, di imbarazzato e di indispettito quando lei se le rimette. Lasciata alle spalle la femmina si rende conto, rientrando con quel gesto nei suoi panni quotidiani, dell’onore perduto come donna. Ma proprio il gesto di ritirarsele su, mentre per un istante ancora restano sospese come un ponte fra le gambe, sconciate, prima di riprendere la posizione e la funzione cui sono, almeno apparentemente, destinate, sottolinea l’irrimediabilità dell’oltraggio (perché se le ritira su vuol dire, lapalissianamente, che erano state tirate giù).
Nota. In inglese «Knickers!» (mutandine femminili) è un’esclamazione spregiativa.
Le mutandine, per la loro capacità evocativa, mantengono una forte carica erotica anche da sole. La loro autonomia è confermata, oltre che dal feticismo che si concentra su questo indumento più che su ogni altro, dal fatto che in epoche più pudiche non potevano essere nominate, alla pari degli organi sessuali, e venivano chiamate les inexpressibles, le indicibili. E ancora oggi si preferisce parlare di slip (che sono anche da bagno e quindi più neutri) o, nel lessico familiare, di braghette che è un termine vago e onnicomprensivo.
Se i due elementi del “doppio” possono, dal punto di vista erotico, esistere anche a se stanti, è indubbio però che è in simbiosi che raggiungono la loro massima potenza sinergica. Poche posizioni sono così oscene come quella di lei con le mutandine, ridotte a un sacchetto vuoto e grottesco, tese fra le ginocchia allargate. Non c’è solo la funzione degradante di cui s’è parlato (il segnale che sta abbandonando il suo status di donna che però  l’indumento, ancora indosso, ma distolto, richiama), c’è che in questa situazione lei espone nudo, contemporaneamente, il suo “doppio” sesso: quello naturale e quello simbolico, l’interno delle gambe e l’interno delle mutande.
Ma questa sinergia opera anche quando le mutandine stanno correttamente al loro posto. Accarezzare il sesso di lei da sopra le mutande è uno dei piaceri più puri, fa percepire pienamente la fica col vantaggio di avere al tatto una superficie liscia e coerente invece che una carne frastagliata, informe, fradicia e vagamente disgustosa. La simbiosi tocca la perfezione quando lei le bagna, dando silenziosa e inequivocabile notizia di una resa già totale (Credo non ci sia nulla di più elettrizzante di una donna interamente abbigliata e solo sfiorata che, con candore disarmante, ti confessa: «Sono tutta bagnata». Dove in queI tutta c’è il suo identificarsi col proprio sesso; l’abbandono alla femmina nel momento però in cui, vestita, è ancora donna).
Essenziali e insostituibili, tanto da far sorgere l’interrogativo di come gli uomini riuscissero ad eccitarsi nelle epoche buie in cui le donne non le portavano, le mutande cominciano ad essere usate abitualmente con la Rivoluzione industriale e la produzione di massa dei tessuti.
Prima l’ultimo indumento era la camicia, da cui l’ormai obsoleto e incomprensibile «restare in camicia» sostituito da «restare in mutande» (Enciclopedia illustrata delcostume, Accademia).
La civiltà occidentale ha inizio con le mutande che, dopo una lunga evoluzione e vari aggiustamenti (caleçons, mutandoni di batista lunghi fino alla caviglia o al ginocchio, calzoncini con i bottoni, culottes), trovano la loro perfezione e l’apogeo nel bikini (che valorizza contemporaneamente anche il seno staccandolo dal resto del corpo) che non a caso prende il nome da un atollo dove fu sperimentata l’atomica. La Bomba e il bikini sono l’emblema della moderna civiltà industriale. E le mutandine, insieme al cesso in casa, anche la sola innovazione che la giustifichi.

Fica (La)

È l’enigma. È brutta, laida, umidiccia, maleodorante, percorsa nei due sensi da deiezioni. Fa schifo.
Non ha una forma definita, è un buco slabbrato, un vuoto, un’essenza. Se la donna non l’avesse sarebbe perfetta.
Ma senza questo oggetto inqualificabile, “l’insetto fica” come la chiama con disprezzo qualcuno, l’erotismo non sarebbe possibile. Come dice Bataille è la laidezza dei genitali femminili che esalta la bellezza di una donna nel momento stesso in cui la deturpa. La fica ha quindi valore per contrasto. Ne consegue che nella donna brutta la fica è un’aggravante: sei brutta e, per soprammercato, c’hai anche la fica.
Quest’abisso marino che la donna ha fra le gambe ha sempre fatto paura all’uomo. Perché rappresenta, materialmente e simbolicamente, la caoticità della femmina, la sua creatività, la sua inquietante fecondità. Da lì ha origine il mistero di tutti i misteri: la vita. È per questa atavica paura della donna, della femmina per essere precisi, che l’uomo ha sempre cercato di limitarla, di condizionarla, di recintarla, di confinarla, di controllarla, di sottometterla, di soggiogarla. È la vitalità della donna che fa paura. Il mondo femminile è primordiale, istintivo, ebbro, baccante, danzante, dionisiaco, quello dell’uomo è apollineo. La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte.
Anche lo stupro, in particolare quello di gruppo, appartiene a questa paura. Soprattutto oggi, in epoca di permissivismo sessuale, lo stupro non risponde a un bisogno fisiologico, facilmente appagabile altrimenti, ma a quello psicologico di umiliare e annullare la donna, il nemico di sempre sfuggito al controllo.
E se nell’amplesso l’uomo preferisce, in genere, che lei conservi su di sé qualche elemento dell’abbigliamento non è solo perché segnala quel processo di degradazione da donna a femmina in cui consiste l’erotismo (vedi Atto sessuale, Mutandine e Nudo), ma anche perché una donna interamente nuda, totalmente consegnata alla propria animalità, terrorizza l’uomo. Una donna con qualche cosa addosso è ancora cultura, e quindi in certa misura governabile, senza è una forza della natura.
Se la fica richiama tutti questi timori e ribrezzi ancestrali, molto più tranquillizzante è l’altro orifizio. Tanto per cominciare, pur essendo anch’esso un buco ha una forma, una definizione, una compiutezza. Possiede, come l’altro, l’attrazione del vuoto, dell’abisso, del tenebroso, ma è sterile e inoffensivo. Non nasconde insidie, se non trascurabili e, in alcuni momenti, persino eccitanti. A differenza dell’altro è consistente ma elastico sicché, dopo una difesa di bandiera, finisce sempre per schiudersi e cedere all’invasore. Perché, come il culo che lo avvolge, lo nasconde e lo rende segreto e prezioso, è fatto per essere strapazzato e profanato. Infine non chiede niente. La fica invece avanza pretese. Esige. Vuole il godimento, l’orgasmo e a volte addirittura la fecondazione. «Fanno figli come conigli e pisciano sangue ogni mese lunare» fa dire Sartre ne L’età della ragione al bellissimo omosessuale Daniele Sereno. Ma questo disprezzo non è che l’altra faccia di quella paura che l’uomo, omosessuale o no, ha, da sempre, della donna. Della femmina. Della fica.

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