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Orgia

Per molti è un mito, una meta, un sogno proibito. Ha il posto d’onore nei film porno di quart’ordine che si concludono immancabilmente con una grande ammucchiata. In realtà è quanto di più lontano dall’erotismo si possa dare. Come un sole troppo violento uccide i colori e un’abbuffata i sapori, il carnaio dei corpi variamente intrecciati annulla le sfumature e i dettagli che sono invece essenziali al gioco erotico. L’eros ha bisogno di concentrazione e si potrebbe anche dire che si sostànzia nella fissazione, a volte ossessiva, di alcuni particolari. L’orgia invece, nella migliore delle ipotesi, quando non è una triste gozzoviglia di impiegati del catasto convertiti a quella pericolosa fesseria che è la “coppia aperta”, è dispersiva, caotica, panica, sfrenata.
In quanto tale può piacere alle donne (nell’immaginario di molte c’è la fantasia di essere possedute da più uomini contemporaneamente, mentre il viceversa è molto più raro, anche per un fattore banalmente fisiologico oltre che psicologico: la femmina ha tre orifizi, il maschio un cazzo solo). Può piacere quindi alla donna, ma non all’uomo. L’uomo, proprio perché più coinvolto nell’erotismo, ha bisogno, nel rapporto, di filarsi una sua storia, di farsi il suo film, di seguire rituali piuttosto rigidi e ripetitivi che lo portino all’erezione, mentre la donna si abbandona con molta più naturalezza alla propria sessualità.
L’orgia non solo elimina il dettaglio ma anche l’individualità. Nell’ammucchiata tutti i corpi si equivalgono e perdono valore. La fica è, più o meno, uguale in tutte le donne. L’uomo – a meno che non sia della categoria del “purché respirino” – non cerca la fica, spesso anzi gli organi sessuali femminili, se proposti a freddo, lo disgustano. L’uomo vuole una fica collegata a un certo viso, alla delicatezza di un lineamento, alla grazia di un gesto, a un timbro di voce e, insomma, alla personalità di una particolare donna. Ciò che sconvolge l’uomo, che lo eccita fino al parossismo, è andare a scoprire ciò che razionalmente, com’è ovvio, sa, ma che emotivamente rifiuta di credere: che anche quella donna, che per qualche motivo lo ha attratto, fra le gambe ha la fica. Che cioè è un animale. Scrive Cesare Pavese in La luna e i falò: «Pensavo alla faccia di Irene e di Silvia e mi dicevo che anche loro pisciavano». E in un altro passo aggiunge: «La cosa che non mi capacitava, a quei tempi, era che tutte le donne sono fatte in un modo, tutte cercano un uomo. È così che dev’essere, dicevo pensandoci; ma che a tutte, anche le più belle, anche le più signore, gli piacesse una cosa simile mi stupiva». Sì, per quanto possa sembrare strano, l’uomo si stupisce che anche le donne piscino, che anche quelle che lo affascinano abbiano la fica. L’inesausto gioco dell’uomo è di sbucciare la donna per svelare la femmina, per scoprire l’inaudito: che davvero, sotto, ha la fica. E poiché ce l’ha, il gioco finisce sempre con una soddisfazione deludente: la soddisfazione è di averla ridimensionata a femmina, la delusione è che, se ce l’ha, è, in fondo, uguale a tutte le altre. Il motivo del piacere è lo stesso della delusione. È l’eterna “fourchette” in cui si dibatte il maschio.
In ogni caso nell’orgia è eliminato uno degli elementi. fondamentali del gioco: il disvelamento della sessualità, dell’animalità della donna, di tutte le donne che vi partecipano, perché nell’ammucchiata, nel tumulto e nella confusione dei corpi, nella stessa ideologia sottesa a questa pratica, tale disvelamento è scontato, previsto, è un già dato.
Cosa diversa dall’orgia e dall’amore di gruppo è quando in una riunione di più persone un solo soggetto è preso di mira e ricondotto alla sua sessualità (il caso classico è quello dello strip-tease, vedi Nudo, ma naturalmente il gioco può essere anche molto più pesante).
Qui la personalità, i dettagli e la stessa animalità di lei tornano ad avere un valore, vengono anzi enfatizzati dal fatto che sono esposti all’osservazione concentrica di più sguardi, alla curiosità divorante di molti invece che di uno solo.

Prostitute

Pagare una donna per fare l’amore, c’è qualcosa di più insensato? Ma come, io faccio la fatica di scoparti e ti devo anche pagare? Siamo diventati matti? Bisogna essere scesi nel pozzo più profondo dell’umiliazione e del disprezzo di sé per arrivare a tanto.
Cosa diversa è pagare la ragazza della porta accanto perché si arrampichi nuda sul lampadario. Qui a degradarsi non è lui, ma lei che vende non il suo corpo, ma qualcosa di infinitamente più prezioso: la sua dignità.
Nota. Nell’ottimo romanzo di J.K. Toole, Una banda di idioti (Marcos Y Marcos 1998), Lana Lee, tenutaria di un locale, dove si fanno anche degli spogliarelli, rimprovera aspramente una ragazza che si è vestita in modo troppo vistoso, da troia: «Ormai la conosco bene la storia: spogliare una ragazza equivale a insultarla. I porci che vengono in questo locale non vogliono vedere insultare una puttana mezza scema… Tutti si possono permettere di insultare una puttana, ma la gente vuole vedere una verginella pura e dolce che viene offesa e spogliata là, sul palcoscenico, sotto i loro occhi.
Cerca di usare il cervello, una buona volta. Tu devi sembrare pura, una bella ragazzina innocente e raffinata che è tutta sconvolta per il fatto di doversi spogliare in pubblico». Purtroppo i locali di strip-tease, anche i più raffinati come il famoso Crazy Horse, almeno fino a quando li ho frequentati io, il che risale però a moltissimi anni fa, non avevano l’intelligenza di Lans Lee e presentavano ragazze con paillettes, con piume, con vestiti  improbabili togliendo al gioco molto del suo appeal e forse tutto. La cubista (vedi Nudo) è indubbiamente un bel passo avanti nel genere, non solo si propone come una ragazza normale ma, a volte, è persino una ragazza normale.

Nudo (Il)

Che il nudo non sia erotico è un fatto.
Perché la natura non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido, ci possono commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che creò l’uomo e la donna senza peccato e li mise perciò nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso Terrestre. L’erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito. Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi psicologici e conoscitori dell’animo umano che sono i preti. Scriveva agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo vescovo dell’America ancora indiana: «Vi è anche un altro argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l’inclinazione a quel vizio…» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa Madre (vedi Chiesa), è esperienza comune, di chiunque sia stato almeno una volta in un campo di nudisti, che  l’eccitazione arriva la sera, quando le ragazze si rivestono.
Il nudo dunque non è erotico per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche. Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L’uomo vuole vedere quello che c’è sotto, ma perché questo sia possibile bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio. E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono l’attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è immancabilmente deludente.
Perché la realtà non può nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa le ali all’immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E se all’uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la verità invece di raccontargli una fiaba.
E l’uomo è un bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina. La donna vive la realtà, l’uomo il sogno, ha bisogno sempre di andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). È Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela.
Quindi anche nella questione del nudo l’atteggiamento dei due sessi è molto diverso. Mentre il maschio prova un’attrazione morbosa, mista a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa l’efficienza. Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che guardare (vedi Voyeur). Lo strip-tease è un gioco per maschi. E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente, anche uno strip degli uomini è perché la donna si è appiattita sullo stereotipo maschile.
Inoltre c’è un altro elemento per cui lo strip-tease è estraneo all’interesse della donna. Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia e si leva lentamente tutti i simboli della sua  individualità e del suo status di persona, gioca l’eterno bisogno dell’uomo di oggettivare, umiliare, ridicolizzare la donna. E non c’è dubbio che la posizione di chi si mette progressivamente nudo davanti ad  altri vestiti, sia ridicola perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico a ciò deputato ma in una casa privata, c’è un contrasto, una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del ridicolo (vedi Riso).
Un uomo si eccita a vedere una donna che dà di sé questo degradante spettacolo. Invece la donna non ha alcun interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo del ridicolo, c’è una differenza sostanziale fra i genitali femminili e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è tutt’altro che ridicola (nello strip ridicola non è la nudità in sé della donna ma la  situazione in cui viene esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli cascanti suscitano invece un’istintiva ilarità (non a caso nello strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per pudore, non per limiti di censura – la fica è infinitamente più oscena – ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile eccita l’uomo, anche al di là dell’aspetto voyeuristico, perché umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli stessi motivi, l’eros della donna.
La donna, semmai, si eccita a vedere ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un’altra donna, l’eterna rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare, scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un’altra donna.
Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma senza compromettersi e senza esporsi. Il recente fenomeno delle “cubiste”, che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell’uomo, anche il sadismo della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può ricavare.
Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo Bataille, l’essenza dell’erotismo è la profanazione della donna, la sua riduzione a femmina, ad animale (vedi Atto sessuale), questo può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda. La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione (vedi Mutandine). Una donna già nuda non può essere degradata. È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare un animale, si può profanare solo un uomo. Cioè una donna vestita.
Se poi l’abbigliamento di lei denuncia l’appartenenza di classe, la profanazione e il piacere si allargano all’intera classe cui la donna appartiene, uomini compresi.
L’altra condizione perché ci sia la profanazione è che sia percepìta come tale non solo da lui ma anche da lei.
E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del pudore e della vergogna (vedi Pudore). Tanto più tali elementi, veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato.
Infine c’è un’ultima ragione per cui il nudo non è sexy. Se infatti a lui impedisce l’esplorazione e la scoperta, a lei preclude il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono fatti. Rien ne va plus.
Nuda lei non ha alcun margine: non può allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura, sull’accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul “ti vedo e non ti vedo”, non può insomma accennare nessuno di quei gesti, di quegli “attuzzi e moine”, che fan parte da sempre del gioco dello charme.
Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere solo agli affamati.

Fica (La)

È l’enigma. È brutta, laida, umidiccia, maleodorante, percorsa nei due sensi da deiezioni. Fa schifo.
Non ha una forma definita, è un buco slabbrato, un vuoto, un’essenza. Se la donna non l’avesse sarebbe perfetta.
Ma senza questo oggetto inqualificabile, “l’insetto fica” come la chiama con disprezzo qualcuno, l’erotismo non sarebbe possibile. Come dice Bataille è la laidezza dei genitali femminili che esalta la bellezza di una donna nel momento stesso in cui la deturpa. La fica ha quindi valore per contrasto. Ne consegue che nella donna brutta la fica è un’aggravante: sei brutta e, per soprammercato, c’hai anche la fica.
Quest’abisso marino che la donna ha fra le gambe ha sempre fatto paura all’uomo. Perché rappresenta, materialmente e simbolicamente, la caoticità della femmina, la sua creatività, la sua inquietante fecondità. Da lì ha origine il mistero di tutti i misteri: la vita. È per questa atavica paura della donna, della femmina per essere precisi, che l’uomo ha sempre cercato di limitarla, di condizionarla, di recintarla, di confinarla, di controllarla, di sottometterla, di soggiogarla. È la vitalità della donna che fa paura. Il mondo femminile è primordiale, istintivo, ebbro, baccante, danzante, dionisiaco, quello dell’uomo è apollineo. La donna è la vita, l’uomo è la legge, la regola, il rigore, la morte.
Anche lo stupro, in particolare quello di gruppo, appartiene a questa paura. Soprattutto oggi, in epoca di permissivismo sessuale, lo stupro non risponde a un bisogno fisiologico, facilmente appagabile altrimenti, ma a quello psicologico di umiliare e annullare la donna, il nemico di sempre sfuggito al controllo.
E se nell’amplesso l’uomo preferisce, in genere, che lei conservi su di sé qualche elemento dell’abbigliamento non è solo perché segnala quel processo di degradazione da donna a femmina in cui consiste l’erotismo (vedi Atto sessuale, Mutandine e Nudo), ma anche perché una donna interamente nuda, totalmente consegnata alla propria animalità, terrorizza l’uomo. Una donna con qualche cosa addosso è ancora cultura, e quindi in certa misura governabile, senza è una forza della natura.
Se la fica richiama tutti questi timori e ribrezzi ancestrali, molto più tranquillizzante è l’altro orifizio. Tanto per cominciare, pur essendo anch’esso un buco ha una forma, una definizione, una compiutezza. Possiede, come l’altro, l’attrazione del vuoto, dell’abisso, del tenebroso, ma è sterile e inoffensivo. Non nasconde insidie, se non trascurabili e, in alcuni momenti, persino eccitanti. A differenza dell’altro è consistente ma elastico sicché, dopo una difesa di bandiera, finisce sempre per schiudersi e cedere all’invasore. Perché, come il culo che lo avvolge, lo nasconde e lo rende segreto e prezioso, è fatto per essere strapazzato e profanato. Infine non chiede niente. La fica invece avanza pretese. Esige. Vuole il godimento, l’orgasmo e a volte addirittura la fecondazione. «Fanno figli come conigli e pisciano sangue ogni mese lunare» fa dire Sartre ne L’età della ragione al bellissimo omosessuale Daniele Sereno. Ma questo disprezzo non è che l’altra faccia di quella paura che l’uomo, omosessuale o no, ha, da sempre, della donna. Della femmina. Della fica.

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