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Omosessuale

È l’essere erotico per eccellenza. Il suo atto è trasgressivo per definizione, tanto che viene chiamato contronatura. Lo sconvolgimento dell’ordine non potrebbe essere più clamoroso. Mentre nell’uomo e nella donna l’erotismo vuole un certo sforzo mentale, perché è una costruzione culturale, nell’omosessuale è introiettato nell’atto stesso. Non è certamente un caso che, com’è noto, i gay abbiano un’attività sessuale intensissima e che, a differenza degli etero, l’oggetto del desiderio sia abbastanza indifferenziato. L’omosessuale può accoppiarsi praticamente con chiunque, purché sia del suo stesso sesso. Per lui i dettagli (vedi Orgia) contano molto meno perché l’effrazione, la profanazione, la bestemmia è “in re ipsa”. Nella New York pre-Aids esisteva un famoso locale gay che aveva organizzato una “sala giochi” molto particolare e significativa. Sulla parete in legno di una room erano stati praticati, ad altezza opportuna, alcuni fori a misura di deretano in cui chi stava nella stanza attigua infilava il suo. Il visitatore della room dopo aver esaminato i culi nudi esposti ne infilzava uno a piacere, senza vedere il viso del suo proprietario né esserne visto.
Il problema dell’omosessuale è che cerca un uomo e invece quasi sempre trova una “checca” come lui e deve fare di necessità virtù. Nel rapporto omosessuale – a meno che non si tratti di una coppia consolidata – i partner possono assumere indifferentemente la parte del “pistillo” o della “corolla”. Tuttavia esiste un tipo di omosessuale che, per aspetto fisico, atteggiamenti, mentalità, è un uomo a tutti gli effetti. Un uomo a cui  piacciono gli altri uomini, per lo più giovanissimi. Costui è ambitissimo e ricercatissimo, ma si tratta di una specie rara quanto prelibata.
Un surplus di appeal veniva all’omosessualità dall’interdetto sociale, quando era “il vizio che non osa dire il suo nome” e viveva nell’ebbrezza della clandestinità e delle catacombe, col brivido d’esser scoperto. Alla trasgressione dell’ordine naturale si aggiungeva quella dell’ordine sociale. Con la liberazione omosessuale, il movimento Gay, il Fuori, questa pacchia è finita.
Oggi l’omosessualità è prevalentemente di sinistra, privilegiando il proprio aspetto eversivo e nella misura in cui a sinistra e nell’omosessualità c’è ancora qualcosa di eversivo. Ma ai tempi felici in cui il Fuori e l’Arcigay non esistevano ancora e la liberazione omosex era di là da venire, era di destra. Perché privilegiava l’ammirazione per l’uomo forte, l’ordine, le divise, tutti elementi intesi come espressione di virilità (l’omosessuale non è attratto da un altro omosessuale, gli piace l’uomo, il macho, è maschilista per natura). Inoltre se oggi l’omosessualità si è proletarizzata, un tempo le cose andavano diversamente. Nel senso che era il “vizio proibito”, ma tacitamente tollerato purché non desse troppo scandalo, delle classi alte, mentre incontrava l’interdetto assoluto di quelle più povere dove era oggetto di scherno feroce e di una repressione altrettanto feroce. È notorio, a questo proposito, il puritanesimo del Partito comunista, quel puritanesimo che fece tanto soffrire il giovane Pasolini. Nell’Unione Sovietica gli omosessuali (chiamati “gli uomini azzurri”) erano passibili di galera. L’omosessualità era un vizio borghese. E nell’internazionale degli invertiti, nel jet set omosessuale, i “ragazzi così” – in tal modo si chiamavano fra di loro negli anni Cinquanta e Sessanta – erano di destra per vocazione e portafoglio.
Per loro i giovani proletari erano solo carne da macello, serbatoio inesauribile di “marchette” che si potevano avere a basso costo, sulle orme dei ricchi viaggiatori inglesi e francesi dell’Ottocento e della prima metà del Novecento che scendevano a fare il classico “tour d’Italie” col pretesto di visitare le città d’arte e con lo scopo di raccattare, soprattutto a Napoli e a Palermo, in civiltà di grandi tradizioni ma impoverite, mignons di bell’aspetto e a buon mercato.
Mentre l’erotismo maschile, pur essendo, al fondo, un gioco di annientamento, di autoannientamento e di morte, può essere funzionale, almeno in via teorica, alla fecondazione, quello omosessuale è sterile per definizione. C’è quindi nell’omosessuale, maschio mancato, femmina incompleta, un istinto di morte ancor più marcato che nei suoi colleghi etero. Del resto nell’eros omosex, la merda è, per ovvi motivi, un cult con cui gli adepti trafficano spesso e volentieri, tanto nel concreto che nell’immaginario. E la merda è, quantomeno simbolicamente, lo zero, il nulla («Sei una merda»), è ciò che è stato scartato dal corpo vivo dell’uomo, è materia inerte e inorganica. È morte.
Nota. Vedi Popò.

Popò

Il conte di Cavour ci si divertiva con le aristocratiche della corte piemontese. La nobildonna doveva salire su un’ampia lastra di cristallo tenuta a mezzo metro da terra da due robusti valet. Qui, dopo essersi sollevata le lunghe gonne e levata le mutande, si accovacciava mentre Camillo Benso, pare interamente nudo, si stendeva sotto in posizione strategica per seguire l’evento.
Ma la prospettiva più interessante, checché ne pensasse Cavour, non era la sua ma quella dei valet che potevano osservare a loro agio il viso dell’altezzosa dama mentre perdeva ogni aplomb aristocratico. Le cronache non dicono a chi toccasse poi pulire il cristallo, se ai valet, com’è probabile, o alla stessa dama per imbarazzarla ancora di più. Raccontano invece che, a volte, il conte di Cavour si prendeva un superadditum di piacere. Faceva rivestire la signora impedendole di passare per il bagno e imponendole di non cambiarsi fino all’indomani.
Dopo cena, sbrigate le delicate faccende del suo ufficio di premier, andava ad intercettarla in uno dei salotti di Torino e si eccitava pazzamente al pensiero di essere il solo a sapere come quell’elegante e irreprensibile signora era conciata sotto.
Anche Gabriele D’Annunzio amava questa pratica e pare vi costringesse, fra le altre, Eleonora Duse. Ma poiché il «Vate» era un gran millantatore è molto probabile che si tratti di una vanteria.
Fin qui il divertissement. In realtà i legami fra escrementi ed erotismo sono profondi. Ciò che li unisce è l’istinto di morte, il senso di morte. La merda, poiché è ciò che è stato scartato dal corpo vivo dell’individuo, rappresenta, nel simbolico, la morte (Questo per l’uomo, per la donna il discorso, come vedremo, è diverso).
Ma anche l’erotismo, per quanto connesso all’attività sessuale, e quindi vitale, è un gioco di morte. Eros è Thànatos. Perché il suo punto d’arrivo è molto spesso e quasi fatalmente una tautologia sterile. Il gioco erotico diventa cioè fine a se stesso. Lo scopo non è più il sesso ma profanare la donna e anche la femmina attraverso il sesso. È vero che essenza dell’erotismo è la degradazione della donna a femmina (vedi Atto sessuale), ma oltre certi limiti lo scopo di questo processo non è più, come dovrebbe, restituirla alla sua sessualità, e tanto meno alla sua fecondità, bensì la sessualità è lo strumento della degradazione che diventa il vero scopo. Non la si degrada per godere della sua femminilità, ma si usa la femminilità per degradarla. Il mezzo, il gioco erotico, si è fatto fine. L’erotismo non è, come afferma ottimisticamente Bataille, «d’approvazione della vita fin dentro la morte», ma qualcosa che tende a mortificare e ad escludere la sessualità e quindi la vita. Lo si vede molto bene in De Sade, l’erotomane per eccellenza. In Sade non si consumano quasi mai atti sessuali normali poiché richiamano la procreazione che è aborrita, come aborrita, tanto che molti dei suoi personaggi impongono alle ragazze di nasconderla, di coprirla, di non farla vedere, è la vagina in quanto odioso organo di riproduzione. L’opera sadiana è interamente percorsa da un profondo senso di morte e quindi non è certamente un caso, è anzi conseguente, che anche gli escrementi vi abbiano un posto d’onore.
Per l’uomo quindi l’atto sessuale può diventare facilmente secondario rispetto al gioco erotico o venir addirittura eliminato. Per la donna rimane invece l’obiettivo primario. Legata alla natura, potenzialmente feconda, la donna, nonostante tutte le sovrastrutture culturali che le sono state calate addosso, resta un essere-per-la-vita, mentre l’uomo è-per-la-morte. L’uomo è quindi per l’eros, la donna per il sesso.
Nota 1. Naturalmente ciò vale per la donna che non sia stata completamente assorbita dal modello dominante, che è maschilista anche quando si pretende femminista. Certamente oggi ci sono anche molte donne che preferiscono i giochini alla penetrazione.
Nota 2. Nella tradizione kabbalistica, e peraltro anche in Platone, l’Essere primigenio è androgino. Con la caduta si scinde in due: la Donna, che viene definita «la Vita» o «la Vivente», e l’Uomo, che è colui che «è escluso dall’Albero della Vita». Ciò che in definitiva, e nonostante tutto, spinge l’uomo verso la donna è la nostalgia della vita. Nel linguaggio degli innamorati lui le dice «tu sei la mia vita», «non posso vivere senza di te» (in una bella e dimenticata canzone della fine degli anni ’60 Tony Del Monaco canta: “Io che avevo ormai perduto tutte quante le speranze / non credevo nei miei occhi quando sei venuta tu / Vita mia, vita mia, l’unica ragione, tu, della mia vita»). Lei invece lo chiama amore, tesoro, gioia, cucciolo e con ogni altra sorta di vezzeggiativi, ma quasi mai gli dice «Tu sei la mia vita». Perché la vita è lei.
Questo diverso orientamento dell’uomo e della donna verso la vita e la morte attraverso il sesso e l’erotismo lo cogliamo anche nel diverso atteggiamento riguardo agli escrementi. L’uomo prova una morbosa attrazione per gli escrementi della donna perché gli fan ribrezzo e perché rappresentano la sua parte inorganica, inerte, morta. Se ne serve quindi da un lato per degradarla e dall’altro per negarne la temuta vitalità e fecondità. Anche la donna ha un certo interesse per gli escrementi, ma per ragioni tutte diverse da quelle dell’uomo, anzi opposte. Tanto per cominciare sono i suoi escrementi e non quelli del partner (nessuna donna si è mai stesa sotto una lastra di cristallo per vedere come cagava il conte di Cavour o chi per lui). In secondo luogo la donna non prova una particolare ripugnanza per gli escrementi perché, oltre ad averci quotidianamente a che fare nell’accudimento degli infanti, sente che, per quanto schifosi, fan pur sempre parte della natura e della vita. L’uomo invece ne è attratto solo in quanto ne è disgustato. Che «inter faeces et urinam nascimur», che si nasca fra le feci e l’urina, come nota con ribrezzo Sant’Agostino, è cosa che può turbare un uomo, non parliamo di un santo, non la donna che ne fa esperienza diretta e vitale.

Guerra, Amore è Morte

Guerra e sesso sono antipodi.
Il sesso è la vita, la guerra è la morte. La guerra è dei maschi, il sesso delle femmine. La guerra è il grande gioco, il gioco che l’uomo si è inventato per assecondare il proprio senso di morte e, insieme, liberarsene («Ho pensato molto alla morte, ma da quando mi batto non ci penso più», Malraux).
La guerra, finché è stata tale, cioè fino a quando non è diventata una questione di macchine e di tecnica, era una faccenda per soli uomini, i quali mettevano alla prova il proprio coraggio, il valore, l’onore, categorie che, di per sé, non dicono nulla alla donna (La donna non sente alcun bisogno di provare il proprio coraggio, ce l’ha, se occorre, e basta. Non lo considera, per quel che la riguarda, un valore, lo ammira, semmai, nell’uomo come segno di quella virilità che sola davvero le interessa). La guerra è un gioco omosessuale. E “gioco di adolescenti crudeli” la chiama infatti il polemologo Franco Cardini riferendosi al certamen cavalleresco che ha segnato l’apogeo dell’ideale guerriero. Nel combattimento l’uomo trova quell’ebbrezza che il sesso, dominio della donna, non gli può dare con la stessa pienezza. La guerra è erotismo sublimato da cui il sesso e la donna sono rigorosamente esclusi. I bambini, che sono maschi allo stato puro, mentale, non ancora sviati dal desiderio sessuale, giocano con i soldatini, con le pistole, con gli archi e le frecce, con le cerbottane, con le fionde, le bambole gli fanno schifo: non appartengono, al pari della donna, al mondo maschile. In molte comunità primitive i giovani guerrieri, dopo i riti di iniziazione, vanno a vivere in “case degli uomini” isolate dalle altre abitazioni e dal resto della popolazione. A loro è richiesta la castità, perché l’energia maschile non vada dispersa. Sono considerati “i veri uomini” laddove chi non ha subìto il rito di iniziazione guerriera è  assimilato, qualunque ne sia l’età, al corpo informe delle donne, dei bambini, delle bestie. Senza spingerci così lontano nell’etnologia, anche nel Medioevo cristiano l’Ordine dei Templari è un corpo di guerrieri votati alla castità (almeno in teoria, perché poi, nella pratica, per resistere all'”eterno femminino” ci vogliono veramente due palle da guerriero o non averle affatto).
Se nella società occidentale contemporanea la guerra ha ricevuto, per la prima volta nella storia, una scomunica radicale (anche se contraddittoria: noi facciamo la guerra per impedire ad altri popoli, con diversa storia, tradizione, cultura, mentalità, temperamento e vitalità, di farsela fra loro in santa pace, vedi Bosnia e Kosovo) non è solo perché la guerra moderna, con la perenne minaccia della Bomba e l’uso di armi tecnologiche asettiche e micidiali, è diventata improponibile, si è denaturata e non soddisfa più le pulsioni cui un tempo dava sfogo, ma anche perché questa società, con la vertiginosa ascesa della donna, è permeata da un’ideologia femminile. L’intero Occidente è diventato matriarcale come il Paese di punta del suo modello, l’America.
Se guerra e sesso non hanno nulla da spartire, profondi sono invece i legami fra erotismo e guerra. Sono entrambi giochi intellettuali del maschio che rispondono alla sua pulsione di morte (sul punto vedi, più diffusamente, la voce Popò). E questo vale anche, anzi soprattutto, per quella forma sublimata dell’erotismo che è l’amore. Non per nulla la psicoanalisi, e prima di lei la sapienza antica e il genio di Leopardi, ha creato la categoria di Eros e Thànatos. La grande passione (vedi voce) è quasi sempre distruttiva e, soprattutto, autodistruttiva.
C’è nell’innamorato un desiderio profondo di annullarsi nel proprio sentimento e di sparire («Ti amo da morire»). Ciò è vero principalmente per l’uomo. E il senso di annientamento che prova, insieme al piacere, nell’eiaculazione ne è una conferma.
L’amore è masochista. Così dice l’esperienza, così canta tutta la grande poesia d’amore. Nei poeti stilnovisti la donna amata è, per principio e definizione, irraggiungibile. E in Cavalcanti, in Dante, in Cino da Pistoia, in Guinizelli l’amore per la Donna così idealizzata distrugge e uccide, anche se è attraverso questa catarsi che si raggiunge uno stadio superiore, una salute (questo è il termine usato da Dante) trascendente. E Fabrizio De André, che di quella poesia è un po’ il continuatore in chiave moderna, è stato il cantore della Morte. E anche dell’amore, ma solo in quanto conduce a morte (Marinella: lei, dopo un giorno sognante, scivola nel fiume; La ballata del Michè: lui uccide e si impicca per amore; Leggenda di Natale: lui la seduce e lei ne muore; La ballata dell’amore cieco: lui si uccide per lei, indifferente). Ma anche le più modeste canzonette nostrane, che fanno il verso ai Baci Perugina che lo fanno alla grande letteratura, son tutte una lagna di innamorati, quasi  sempre uomini, imploranti, belanti, mortificati, traditi, delusi (Paoli, Tenco e il più potabile Endrigo sono i capostipiti di questa solfa).
Il destino dello stendhaliano amour passion è di non poter essere appagato. Se è corrisposto brucia nell’ansia e nella febbre di non riuscire, nonostante le richieste e gli abbandoni sempre più estremi, a raggiungere il pieno possesso, di non arrivare in fondo a se stesso, finché si esaurisce per sfinimento oppure si placa e non è più «il grande amore». Non per nulla i Fedeli d’Amore medioevali mettevano, prudentemente, la donna su un piedestallo inarrivabile e, come nota Rilke, ciò che si temeva di più di ogni altra cosa era che lei ci stesse. Se non è corrisposto il grande amore porta a sofferenze inaudite nella realtà («D’amore non si muore / sarà anche vero / ma quando ci sei dentro non sai che fare») e a morte certa, in letteratura.
Ivanhoe di Walter Scott è uno stupendo affresco dell’Inghilterra del XI secolo, privo però di personaggi di un qualche spessore psicologico e letterario (Ivanhoe e la sua insulsa fidanzata, Lady Rowena, sono due bellocci hollywoodiani, non a caso molto utilizzati dal cinema americano, specialista in polpettoni storici indigeribili; mi ricordo in particolare un pestilenziale Ivanhoe della mia fanciullezza con Robert Taylor e una Elisabeth Taylor ancora più irritante che in Torna a casa, Lassie!).
Nota 1. Scott e Manzoni sono accomunati, scolasticamente, come capostipiti del “romanzo storico”. Scemenze da liceo. In Manzoni il paesaggio storico fa solo da sfondo a personaggi universali, in Scott è il protagonista e i personaggi sono marginali.
Nota 2. Riccardo Cuor di Leone è passato alla storia con buonissima fama, John Lackland con una pessima. La verità invece è che il primo era un muscolare senza testa, mentre al secondo si deve la concessione della Magna Charta.
C’è però un’eccezione: il Templare, Sir Brian de Bois-Guilbert, bestemmiatore di Dio, spregiatore di Madonne e di Santi, uomo di libero pensiero, audace, fiero e, ad onta dei suoi voti, gran puttaniere e, all’occorrenza, stupratore di fanciulle. In un viaggio a cavallo verso il castello di Front-de-Boeuf, dove si è raccolto un gruppo di uomini svelti di mano, arditi, feroci e di dubbia fama, partigiani di Giovanni Senza Terra contro il fratello Riccardo Cuor di Leone, incrocia l’ebrea Rebecca di York. La ragazza gli piace e, da uomo d’azione qual è, la rapisce e la porta con sé al castello. Che però viene assediato da Robin Hood e dai suoi uomini fra i quali si è mescolato, in incognito, sotto le insegne di un misterioso Cavaliere Nero, lo stesso Riccardo di ritorno da qualche stupida crociata. In una pausa dei combattimenti il Templare si presenta nella stanza in cui è tenuta prigioniera Rebecca. La ragazza salta sul davanzale della finestra e minaccia di buttarsi di sotto se l’uomo oserà avvicinarsi. Il Templare, nonostante il gesto melodrammatico di lei, potrebbe acciuffarla e farne un sol boccone, ma non sono queste le sue intenzioni. Il fiero cavaliere si è infatti innamorato ed è questo che è venuto a dirle. Ma Rebecca respinge il suo amore. Il colloquio è interrotto dall’assalto degli assedianti, urge la presenza del Templare sugli spalti. Dopo furiosi combattimenti il castello è preso e dato alle fiamme. Ma il Templare, che è la miglior lama del suo tempo, si fa largo a cavallo e a colpi di spada fra gli arcieri di Robin  Hood, uccidendone in gran numero, e riesce con un manipolo dei suoi ad aprirsi un varco e fuggire. Non ha però mollato la presa: sul cavallo di uno dei suoi fedeli armigeri saraceni c’è, tenuta ben stretta, Rebecca.
Brian de Bois-Guilbert, con la sua preda, si rifugia in uno dei santuari dell’Ordine del Tempio di Sion a Templestowe. Crede di essersi messo al sicuro, invece è caduto in trappola. Proprio in quei giorni è calato a Templestowe il Gran Maestro dell’Ordine, il vecchio e bigotto Luca de Beaumanoir, richiamato dalle voci sulla licenziosità dei guerrieri del Tempio. Vuole riportare l’ordine. La presenza di Rebecca lo manda in catalessi: una donna, ebrea per giunta, presumibilmente una strega che con le arti del Maligno ha preso il cuore del più brillante cavaliere del Tempio, suo pronosticato successore. La donna va processata e, come da regola, bruciata viva. Brian, di notte, si reca da Rebecca e le propone di fuggire insieme: lui rinuncerà alla fama, alla gloria, al potere, alle sue enormi ambizioni, al casato, al suo stesso onore, a tutto. Si rifaranno una vita in Palestina dove conta molti amici potenti. Rebecca rifiuta, orgogliosa e fiera (è proprio questo che infiamma il Templare, hanno lo stesso temperamento), preferisce la morte. C’è il processo sommario e la condanna. Il Templare riesce a far giungere alla ragazza un biglietto: «Chiedi il Giudizio di Dio». Un campione del Tempio affronterà il cavaliere che volesse rappresentare le ragioni di Rebecca. Se costui vince la ragazza è salva, altrimenti morirà. Rebecca ha tre giorni di tempo, a partire dal bando, per trovarsi un campione. Ma come può, tagliata com’è fuori da tutto? Eppoi chi mai vorrà difendere un’ebrea? Il piano di Brian de Bois-Guilbert è di presentarsi lui stesso in lizza, senza insegne, a celata abbassata, in incognito, di abbattere l’avversario e portarsi via la sua bella. Ma il Gran Maestro affida perfidamente proprio a lui la parte di campione del Tempio nel «Giudizio di Dio». Non è forse la miglior lama della cristianità? Il Templare si precipita da Rebecca e le chiede, la scongiura, la implora ancora una volta di fuggire con lui. Nuovo rifiuto della ragazza, la cui  ostinazione comincia a dare sui nervi (Scappa con Brian, testona, che è un bel ragazzo, aitante, affascinante, tenebroso quanto basta, intelligente, libero, senza pregiudizi. Niente da fare, lei difende la sua purezza,  inoltre, a riprova che non c’è limite alla stupidità delle donne, è segretamente innamorata dell’inutile Ivanhoe che, naturalmente, non se la fila). Brian si butta ai suoi piedi: «Te lo chiedo per l’ultima volta» dice, «perché se scendo in lizza non c’è forza al mondo, nemmeno il mio amore per te, che potrà prevalere sul mio orgoglio di guerriero. Sarò costretto ad ucciderti con le mie stesse mani».
È l’imbrunire del terzo giorno, il tempo sta per scadere. Nessuno si è presentato per l’ebrea. Nella lizza, intorno alla quale si è radunata una gran folla, che assiepa le tribune, gli spalti e il parterre (il torneo, nel  Medioevo, equivale al nostro calcio), tutto è pronto: il Templare, bardato e armato di tutto punto, ma con la visiera ancora alzata, è al suo posto di combattimento. «Era d’un pallore spettrale, come se non avesse dormito per parecchie notti, ma teneva le redini del suo scalpitante destriero con l’elegante disinvoltura abituale nella migliore lancia dell’Ordine del Tempio. Il suo aspetto era, nell’insieme, imponente e maestoso; ma, guardandolo attentamente, la gente scorgeva nei suoi tratti duri qualcosa che la costringeva a distogliere gli occhi». Poco più in là, vicino alla catasta destinata a incenerirla, c’è Rebecca di York, bellissima nella semplicità del suo abito che è stato spogliato di tutti gli ornamenti nel timore che nascondano qualche sortilegio. «In quel momento la voce di Bois-Guilbert colpì il suo orecchio: era soltanto un bisbiglio, eppure la fece sussultare».
«Rebecca» diceva il Templare, «mi senti?»
«Non ho nulla da spartire con voi, uomo crudele e spietato».
Il Templare taglia corto: «Sì, ma intendi le mie parole?»
«Sì».
«Monta sul mio cavallo e filiamocela. Tra un’ora li avremo seminati».
«Vattene, tentatore. Nemmeno nell’estremità in cui mi trovo, eccetera, eccetera». (Che barba. Mollala Brian, lascia perdere questa ostinata gallina, abbandonala al suo destino, che muoia se è questo che vuole, e la sia finita. E tu torna a scorrazzare libero per i campi di battaglia d’Europa e d’Oriente. Basta umiliarsi davanti a ‘sta stronza).
Mentre si svolge questo drammatico, ultimo colloquio fra l’Innamorato e l’Ostinata, in fondo alla pianura si vede avanzare un cavaliere al galoppo. È il campione che viene a difendere Rebecca. È Ivanhoe. Un lampo passa negli occhi del Templare. Se c’è uno che gli sta profondamente sul cazzo è Vilfredo d’Ivanhoe. Rappresenta tutto ciò che detesta: devozione ottusa e bigotta, cuore scevro da dubbi, buoni sentimenti, fedeltà alla Corona, il politically correct.
Presentazioni, cerimonie, araldi, squilli di tromba. I due campioni sono di fronte. Il viso roseo del biondo e riccioluto Ivanhoe è quello dell’eroe positivo che sa che nulla di male gli può accadere. Il volto di Sir Brian de Bois-Guilbert, mentre si abbassa la celata, è attraversato da ombre e da oscuri rossori. I due cavalieri si scagliano l’uno contro l’altro lancia in resta. Quella del Templare prende in pieno il rivale, un colpo dato con forza formidabile che disarciona Ivanhoe e lo manda a ruzzolare per le terre, una ventina di metri lontano, insieme al suo cavallo. Ma anche Brian, che è stato appena sfiorato dalla lancia dell’avversario, vacilla,  barcolla, perde le staffe, cade. Ivanhoe, districandosi dal cavallo, gli è sopra, gli punta la spada alla gola e gli intima di arrendersi. Nessuna risposta. Dalle tribune il Gran Maestro chiede che sia risparmiata la vita al campione sconfitto. Gli araldi gli tolgono l’elmo. «Aveva gli occhi chiusi, e sul volto ancora quel color di  fuoco. Mentre lo guardavano stupiti, gli occhi si aprirono, ma erano fissi e vitrei. Il colore acceso svanì dal suo  volto, e subentrò il pallore della morte. Illeso dalla lancia dell’avversario, era stato ucciso dalla violenza  delle sue contrastanti passioni».
Nota. Anche Ayrton, quel pomeriggio, quando si abbassò la visiera del casco sapeva che andava a morire. Ma il suo orgoglio di campione gli imponeva di correre.

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