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Gonna

È la donna. «Né strega né madonna solo gonna» recitava un fortunato slogan di qualche anno fa che reclamizzava una gonna-jeans. Invenzione diabolica, come la donna, nasce con lei. La portavano già nel Paleolitico.
La gonna consente allo sguardo dell’uomo, che, come scrive Malaparte, «striscia sempre verso il sesso della donna», di insinuarsi, di infiltrarsi, di sbirciare e la obbliga all’autocontrollo, a tenere unite le gambe, a stare composta. È un estenuante “ti vedo e non ti vedo”, condotto sul filo dei centimetri, sul gioco delle gambe, sul loro accavallarsi, con cui la donna allude, stuzzica, provoca con tranquilla coscienza e in piena legittimità perché non è colpa sua se il costume vuole che indossi la gonna e non una tuta da astronauta. La gonna è la malizia e la malizia, si sa, è donna. È quasi incredibile quanti segreti nasconda quel trapezio di stoffa che quando sta sull’appendiabiti è poco più di uno straccetto, ma indossato sembra difendere un territorio sconfinato e inesplorato (vedi Corpo) e quanto lungo e periglioso possa essere, soprattutto se lei è seduta, il viaggio della mano sotto la gonna verso il bordo delle mutandine, che un tempo aveva come esaltanti tappe intermedie l’orlo delle calze, i tiranti del reggicalze e il passaggio alla nudità della pelle. Oggi il collant, vera mina antiuomo, ha precluso quasi tutti questi giochi (vedi alla voce Calze).
Nota. Chi, in epoche meno sciaguratamente permissive, ha limonato con una ragazza nei cine di terza visione, sa cosa intendo dire (vedi Petting).
«Volevo i pantaloni» poteva dirlo solo una donna brutta, cretina e tendenzialmente lesbica. Oltre a impedire ogni incursione, il pantalone se è largo la rende informe, se è attillato la costringe ad abbandonare le mutandine («Perché si vedono!» strillano inorridite) per il tanga. Ma non sono la stessa cosa. Il tanga toglie il gusto del denudamento, non ha gioco, sta per definizione nel solco delle natiche mentre le mutandine, arricciandosi, vi si insinuano discretamente e segretamente durante il corso della giornata. E il culo, già di per sé ridicolo (vedi Culo) ne viene sconciato e ulteriormente enfatizzato come culo. Quando una donna è in bikini davanti a occhi altrui tende sempre, istintivamente, infilando con un gesto rapido gli indici nell’elastico delle mutandine, dietro, a rimetterle a posto. Non lo fa per pudore, per coprirsi ma perché si sente ridicola con le mutande infilate fra le chiappe (il ridicolo è sempre dato da uno squilibrio, uno scarto, uno scostamento, da qualcosa che dovrebbe essere in un modo e invece si presenta in un altro, vedi Riso). Ma questo gesto delizioso
aggrava la situazione: perché rivela l’imbarazzo. E imbarazzare una donna è, in definitiva, uno dei massimi piaceri dell’uomo.

Nudo (Il)

Che il nudo non sia erotico è un fatto.
Perché la natura non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido, ci possono commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che creò l’uomo e la donna senza peccato e li mise perciò nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso Terrestre. L’erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito. Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi psicologici e conoscitori dell’animo umano che sono i preti. Scriveva agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo vescovo dell’America ancora indiana: «Vi è anche un altro argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l’inclinazione a quel vizio…» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa Madre (vedi Chiesa), è esperienza comune, di chiunque sia stato almeno una volta in un campo di nudisti, che  l’eccitazione arriva la sera, quando le ragazze si rivestono.
Il nudo dunque non è erotico per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche. Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L’uomo vuole vedere quello che c’è sotto, ma perché questo sia possibile bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio. E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono l’attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è immancabilmente deludente.
Perché la realtà non può nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa le ali all’immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E se all’uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la verità invece di raccontargli una fiaba.
E l’uomo è un bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina. La donna vive la realtà, l’uomo il sogno, ha bisogno sempre di andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). È Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela.
Quindi anche nella questione del nudo l’atteggiamento dei due sessi è molto diverso. Mentre il maschio prova un’attrazione morbosa, mista a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa l’efficienza. Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che guardare (vedi Voyeur). Lo strip-tease è un gioco per maschi. E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente, anche uno strip degli uomini è perché la donna si è appiattita sullo stereotipo maschile.
Inoltre c’è un altro elemento per cui lo strip-tease è estraneo all’interesse della donna. Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia e si leva lentamente tutti i simboli della sua  individualità e del suo status di persona, gioca l’eterno bisogno dell’uomo di oggettivare, umiliare, ridicolizzare la donna. E non c’è dubbio che la posizione di chi si mette progressivamente nudo davanti ad  altri vestiti, sia ridicola perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico a ciò deputato ma in una casa privata, c’è un contrasto, una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del ridicolo (vedi Riso).
Un uomo si eccita a vedere una donna che dà di sé questo degradante spettacolo. Invece la donna non ha alcun interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo del ridicolo, c’è una differenza sostanziale fra i genitali femminili e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è tutt’altro che ridicola (nello strip ridicola non è la nudità in sé della donna ma la  situazione in cui viene esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli cascanti suscitano invece un’istintiva ilarità (non a caso nello strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per pudore, non per limiti di censura – la fica è infinitamente più oscena – ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile eccita l’uomo, anche al di là dell’aspetto voyeuristico, perché umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli stessi motivi, l’eros della donna.
La donna, semmai, si eccita a vedere ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un’altra donna, l’eterna rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare, scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un’altra donna.
Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma senza compromettersi e senza esporsi. Il recente fenomeno delle “cubiste”, che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell’uomo, anche il sadismo della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può ricavare.
Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo Bataille, l’essenza dell’erotismo è la profanazione della donna, la sua riduzione a femmina, ad animale (vedi Atto sessuale), questo può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda. La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione (vedi Mutandine). Una donna già nuda non può essere degradata. È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare un animale, si può profanare solo un uomo. Cioè una donna vestita.
Se poi l’abbigliamento di lei denuncia l’appartenenza di classe, la profanazione e il piacere si allargano all’intera classe cui la donna appartiene, uomini compresi.
L’altra condizione perché ci sia la profanazione è che sia percepìta come tale non solo da lui ma anche da lei.
E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del pudore e della vergogna (vedi Pudore). Tanto più tali elementi, veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato.
Infine c’è un’ultima ragione per cui il nudo non è sexy. Se infatti a lui impedisce l’esplorazione e la scoperta, a lei preclude il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono fatti. Rien ne va plus.
Nuda lei non ha alcun margine: non può allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura, sull’accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul “ti vedo e non ti vedo”, non può insomma accennare nessuno di quei gesti, di quegli “attuzzi e moine”, che fan parte da sempre del gioco dello charme.
Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere solo agli affamati.

Riso (il)

II riso di gola, di cuore, spontaneo, schietto, gioioso, allegro non appartiene né al sesso né all’erotismo, che sono entrambi cose troppo serie, avendo l’uno a che fare con la vita e l’altro con la morte. Una risata di questo genere spezza il meccanismo e può far cadere qualsiasi tensione erotica e sessuale. Cosa diversa è il riso di testa, che esprime scherno, dileggio, compatimento, disprezzo e che è suscitato da una situazione ridicola. Anche questo tipo di riso è estraneo alla sessualità ma è invece congeniale all’erotismo. Se scopo dell’atto erotico è di sciupare, sconciare, deturpare la bellezza di lei, la sua dignità e umanità, il ridicolo ne è lo strumento più potente. Perché il ridicolo uccide più di ogni altra cosa. Scrive lo psicologo Dino Origlia: «Una persona di cui tutti possono ridere non è nemmeno più una persona, non è più nulla». Il ridicolo, che è un fatto esclusivamente umano (solo l’uomo è un animale che sa ridere e che fa ridere, le bestie e gli altri elementi della natura non sono, e non possono essere, ridicoli a meno che non vengano umanizzati), si sostanzia in un contrasto, in una discrepanza, in una incongruenza, in uno scarto. «Un uomo cammina per la via, inciampa e cade: i passanti ridono» scrive Henri Bergson nel suo saggio sul riso. Un uomo che cammina non deve cadere. L’effetto è maggiore se si tratta di una persona che si da arie di importanza: qui il contrasto fra la pretesa rispettabilità e la miseria della caduta è particolarmente stridente e quindi più grande il ridicolo. Quando Enrico Berlinguer, il segretario del Pci, si accasciò sul palco per un ictus davanti a una folla enorme, la scena era altamente drammatica ma anche sommamente ridicola, impudica, oscena (e infatti le Televisioni, giustamente, non la trasmisero): tu sei lì che impersoni la speranza di milioni di uomini e basta che tre millimetri della tua carne più segreta cedano per non essere più nulla, solo un povero corpo che cade. L’erotismo tende esattamente a questo: a inserire un elemento di contrasto, una incongruità, nella bellezza, nella dignità, nella umanità di una donna, un fattore di disordine nel suo ordine. Il ridicolo, così come l’osceno con cui è strettamente imparentato (nel senso che il ridicolo è sempre osceno, anche se l’osceno non sempre è ridicolo), è uno dei passaggi fondamentali di questo processo. Una bella signora cui venga alzata di colpo la gonna è eccitante. Certamente perché vediamo parti del suo corpo prima coperte, ma anche, e forse soprattutto, perché le mutande così rivelate inseriscono un elemento incongruo, non c’entrano niente con l’impeccabilità del resto dell’abbigliamento di lei, con la sua rispettabilità. Così sconciata è oscena, ridicola. La stessa donna in bikini sulla spiaggia, nonostante sia quasi nuda, è molto meno eccitante, perché manca l’elemento incongruo, manca l’osceno. Manca il ridicolo. Perché esista il ridicolo è necessaria la presenza di un altro o di più altri. Il ridicolo infatti, come spiega Bergson, è sempre un gioco, crudele, di intelligenze. L’erotismo è precluso ai cretini. Una donna che non si renda conto del proprio ridicolo è eroticamente inerte, ha lo stesso appeal di una bambola gonfiabile. Se le persone che partecipano alla situazione ne sono consapevoli il ridicolo è autosufficiente, basta a se stesso, non ha bisogno di essere seguito dal riso, che resta sottinteso. Il riso però sottolinea e potenzia il ridicolo oppure nel caso che la donna non lo avverta glielo rende percepibile (così come il risolino d’imbarazzo di lei restituisce questa consapevolezza al partner, la accresce e ne aumenta l’eccitazione). Nel Muro di Sartre, Erostrato, dopo aver fatto camminare nuda la prostituta in lungo e in largo, le ordina di sedersi e di aprire le gambe. Poi la guarda in mezzo alle cosce e scoppia in una risata. Solo a questo punto lei si rende conto, arrossisce violentemente, richiude le gambe e sibila: «Porco!»
Questo tipo di riso è particolarmente devastante se è collettivo. In Mondo cane di Gualtiero Jacopetti c’è una scena di una crudezza e di una crudeltà senza pari. Durante le feste per la presa della Bastiglia, un gruppo di teppisti aggredisce una bella ragazza che si difende disperatamente. Ma è sopraffatta, non la si vede nemmeno più sommersa com’è dagli aggressori, ne si vede ciò che sta accadendo. Dal mucchio selvaggio emerge un energumeno che presenta alla cinepresa le mutandine di pizzo di lei. Il pubblico in sala scoppia in una risata fragorosa. La bellezza, l’umanità, la dignità di lei sono annientate in quel preciso istante, lo stupro diventa un fatto accessorio.

Sadomasochismo

È il motore del mondo, la grande molla dinamica dell’intero comportamento umano. In genere è mascherato e sublimato, nel sesso invece è esplicito: c’è uno che penetra e uno che viene penetrato. Le parti, almeno all’apparenza, sono assegnate: lui è sadico, lei è masochista. Nietzsche definisce l’amore «l’eterno odio fra i sessi». Una componente sadomaso esiste quindi in ogni rapporto sessuale, anche il più semplice, quello che si esaurisce nel coito. Ma non è di questo sadomasochismo naturale, elementare, che intendiamo parlare qui, ma del potenziamento che, partendo dall’archetipo di base dove c’è uno che agisce e uno che subisce, riceve nel gioco erotico fino a diventare, quando si presenta come modalità esclusiva e totalizzante del rapporto, una perversione, una patologia o, per usare l’ultimo grido del linguaggio psicoanalitico e psichiatrico che vittorianamente ripudia questi termini considerati troppo crudi, un disturbo psicosessuale. Il sadismo sessuale ha poco a che vedere con le fruste (se non per il loro valore simbolico), con le borchie, con i cinturoni, con gli strumenti di tortura e col sangue. Queste sono cose per individui culturalmente ed eroticamente sottosviluppati. Non per niente gli americani quando girano un film sul tema fanno Cruising, gli inglesi II servo. Nell’erotismo infatti il sadomasochismo più che al dolore fisico si lega alla grande categoria psicologica dell”umiliazione, di cui il ridicolo è una delle componenti più forti (vedi Riso). Umiliazione e ridicolo sono più distruttivi di qualsiasi violenza fisica. Sennonché nel gioco erotico la pulsione sadica dell’uomo è beffardamente frustrata dal masochismo della donna. Se a lui piace umiliare, a lei piace essere umiliata. E ciò che il sadico esattamente non vuole è che la vittima goda della violenza che le viene fatta. «Frustami! Frustami!» implora il masochista della barzelletta. «No» risponde, coerente, il sadico. Il problema irrisoluto e irrisolubile del sadico quando si trova di fronte il masochista (e nel sesso la donna lo è per ruolo) è che costui gode di ciò che subisce. Ricordate la terribile confessione di Stavroghin ne I demoni di Dostoevskij? «Ogni situazione estremamente vergognosa, oltremodo umiliante, ignobile e, soprattutto, ridicola in cui mi è capitato di trovarmi nella mia vita, ha sempre suscitato in me, insieme a una collera smisurata, una voluttà incredibile». Il principe russo Stavroghin, per chi conosce I demoni, è un uomo sommamente altero e orgoglioso. Al centro del gioco sadomasochista c’è infatti L’orgoglio. Il piacere del sadico è di umiliare l’orgoglio della vittima, quello della vittima è di veder umiliato e degradato il proprio orgoglio. Perché questo possa avvenire il masochista deve possedere quindi un orgoglio e quanto più è forte tanto maggiore è il piacere di entrambi. Ne consegue che i più grandi masochisti sono, paradossalmente, i “massimamente orgogliosi”, le persone che hanno una precisa coscienza di sé e del proprio valore. Quando il protagonista della Recherche si reca in uno dei più luridi bordelli di Parigi, chi trova incatenato a una colonna, interamente nudo, mentre si fa frustare da un domestico? Il barone di Charlus, il più altezzoso e sprezzante personaggio di tutta la variopinta compagnia dei Guermantes. E la medesima ragione per cui, in linea di massima, i ricchi, a letto, sono masochisti (i poveri sono già troppo umiliati dalla vita per potersi permettere questo lusso). Lo stesso vale per le donne. Le più altere, le più algide, le più superbe, le più snob e con la puzzetta sotto il naso, per non parlare delle femministe, insomma le insospettabili, sono quelle che nel sesso assumono più facilmente un atteggiamento masochista. «Da tipi simili c’è sempre da aspettarsi il peggio» dice Henry Miller in Tropico del Capricorno a proposito di una certa signorina Abercombie e delle sue arie, «una che avreste detto che non avesse la fica da come si portava in strada» e che poi si lasciava mettere una carota nel sedere. L’apice del piacere sadomaso viene raggiunto quando le gerarchle sono sconvolte o addirittura capovolte. Per questo il sadico si eccita particolarmente ad assistere all’umiliazione della donna da parte di un’altra donna. Perché mentre l’uomo nel rapporto sessuale è, almeno in apparenza, in una posizione di superiorità (è il maschio, il conquistatore, il conduttore del gioco, colui che, alla fine, penetra), ed è quindi implicito, scontato, che lei si faccia sottomettere, sta nei rispettivi ruoli, le donne invece fra loro partono alla pari. Ma una viene messa sotto. Il piacere è massimo se il rapporto gerarchico è invertito: la nipote che sottomette la zia, la segretaria la manager, la ragazza la donna matura, la cameriera la padrona (che è il tema de II servo di Losey, salvo che i protagonisti sono degli omosessuali). A mettere ulteriore benzina sul fuoco contribuisce, naturalmente, l’eterna rivalità fra femmine per la conquista del maschio. Il sadismo della donna sulla donna, anche se è raro che, senza un imput maschile, si esprima direttamente in campo sessuale, è un dato di fatto, con buona pace di tutte le chiacchiere femministe sulla “sorellanza” (le donne non votano le donne, non si fidano e ne hanno i motivi). Poiché però il gioco erotico è consensuale, l’uomo che ha pulsioni sadiche, per quanti sforzi faccia per mettere la donna in situazioni degradanti, non riesce mai ad averne ragione. Il piacere di lei annulla quello di lui. Il masochista è invincibile. Ma l’impotenza è, per così dire, la condizione metafìsica del sadismo anche quando si esce dal campo del gioco erotico e si entra in quello della violenza vera dove, non essendoci il consenso dell’altro, ma anzi l’opposizione, il sadico dovrebbe trovare finalmente la sua piena soddisfazione. Che cosa vuole infatti il sadico vero, il sadico tout court, quando sfoga, non solo e non necessariamente in ambito sessuale, la sua pulsione? Vuole ridurre l’altro a un puro oggetto. Per dirla con Bataille «il suo scopo è quello di eliminare ogni differenza fra soggetto e oggetto». Ma, e qui sta tutta la contorta contraddittorietà della mente sadica, deve essere un oggetto sensibile, capace di avvertire ciò che gli si sta facendo. Altrimenti col soggetto è annullato anche il piacere. Ma se annulla l’orgoglio dell’altro il sadico non ha più niente da umiliare, e se non riesce a piegarlo totalmente non ha raggiunto il suo scopo. Se l’altro è ridotto veramente ad oggetto non sente le sevizie, se le sente non è un oggetto ma ancora un soggetto con cui il carnefice è inevitabilmente costretto ad entrare in una qualche relazione, sia pur stravolta, che è proprio ciò che il sadico non tollera, perché vuole tenersi lontano da ogni coinvolgimento, a una distanza siderale dalla vittima, in una posizione di superiorità assoluta che è simile a quella di Dio. Il sadico è perciò obbligato, in un crescendo di ferocia, ad aumentare progressivamente le violenze fino allo sbocco conclusivo che – in questo credo che avesse ragione De Sade che lo teorizzava -non può essere che l’assassinio. La morte dell’altro realizza finalmente la distanza cui tende, ma nello stesso tempo gli toglie l’oggetto del piacere’. Nell’antico poema indiano Mahabharata, Bhima, dopo aver tagliato il braccio del nemico, e averlo con quello stesso braccio schiaffeggiato, dopo avergli sfondato il petto, troncato la testa e bevuto il sangue, ha un ruggito di furore deluso: «Che altro mi resta da fare? La morte ti protegge!». L’impotenza metafìsica e psichica del sadico tout court, del vero sadico, è un riflesso della sua sostanziale impotenza sessuale o, se si preferisce Melanie Klein a Freud, la seconda è una conseguenza della prima. In ogni caso sono strettamente legate. Quando agisce la sua pulsione in campo sessuale il sadico autentico, a differenza di quel sadico da operetta che è il maschio-bambino il quale si affanna a smontare l’affascinante e incomprensibile giocattolo e si illude, con l’atto sessuale, di possedere e degradare la donna riportandola alla sua condizione di natura, non vuole affatto ridurre la donna a femmina. È troppo intelligente. Sa benissimo che è proprio quello che lei cerca. E questo gli toglierebbe il piacere e il suo stesso status di sadico. Inoltre il rapporto sessuale, per quanto imposto all’altro con la violenza, implica comunque uno scambio, un coinvolgimento, sia pur sfigurato, che il sadico aborre insieme all’insudiciante contatto fisico (il sadico è un maniaco della propria pulizia, sporchi e sporcati devono essere, semmai, gli altri). Il vero sadico quindi non scopa. Vuole ridurre la donna a oggetto e non si scopa con un oggetto. Questa bella coerenza nasconde però le vere ragioni del suo agire. Nel sadico infatti l’atavica paura della donna, che è di ogni uomo, raggiunge un livello patologico. Alla base il sadico è un pavido e un vigliacco, un imbelle che ha paura di misurarsi con la realtà. Il duca di Blangis, uno degli aguzzini delle Centoventi giornate di De Sade, «si sarebbe fatto spaventare da un bambino deciso e, quando non poteva usare l’astuzia e il tradimento, diventava timido e vile». Il sadico erge quindi il sadismo a propria difesa, come un muro di cinta. Ha bisogno di una posizione di assoluto potere proprio per mascherare la sua impotenza. Vuole degradare la donna a oggetto perché ha paura del soggetto, ha paura di misurarsi con la femmina e teme, anzi è sicuro (a torto o a ragione, non ha importanza) di non essere all’altezza, di non soddisfarla e di rendersi quindi ridicolo agli occhi di lei, cosa che invertirebbe le posizioni facendo di lui la vittima e l’oggetto del ridicolo. Situazione che per il sadico è il massimo dell’orrore. Allora gioca d’anticipo ridicolizzando la donna ed eliminandola come femmina. Ridottala a un oggetto inerte, impotente a fare richieste sessuali, il sadico può liberare finalmente la sua libido dirigendola non sulla femmina, ma sull’atto sadico in se stesso, sull’inebriante sensazione di potere che gli da. A questo punto ha, se ce l’ha, l’erezione, ma è un’erezione che non lo implica e non lo mette alla prova. Nel Muro di Sartre, Erostrato, «vestito fino al collo», dopo aver fatto giostrare nuda la prostituta su e giù per la stanza, quando lei, infastidita, tenta un approccio, non tira fuori l’uccello ma la pistola e le ordina di fare ginnastica col suo bastone da passeggio. Il sadico, in sostanza, è un onanista patologico che ha bisogno di materializzare gli oggetti delle sue fantasie laddove il masturbatore, diciamo così, normale si accontenta dell’immaginazione.
E quindi impotente due volte: come sadico e come uomo. E un isolato che, per paura, esclude a priori ogni possibilità di relazione col mondo esterno. E non è certo un caso che il marchese De Sade abbia scritto la maggior parte delle sue opere nella condizione di massima costrizione e solitudine: il carcere. Il suo delirio di onnipotenza onirico non è che il risvolto della sua impotenza reale.

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