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Von Masoch (Leopold Sacher, barone)

Il vero masochista non è chi prova piacere nel dolore, ma dolore nel piacere.

Troie

«Troia», «Puttana», «Vacca», «Cagna», «Stronza» ed epiteti ancora più ingiuriosi e volgari sono abbastanza frequenti nella coppia “in love” almeno quanto le più appassionate e dolci espressioni d’amore. Come lei lascia fare, così lascia anche dire. Ambigua. Passiva. Sembra che essere insultata a sangue le piaccia, la ecciti.
Comunque non muove obiezioni. Sa benissimo che quell’impotente coprolalia non è che il riflesso della sua supremazia.
Come abbiamo già accennato (vedi Sadomasochismo) c’è indubbiamente un sottofondo d’odio nell’amore di un uomo per una donna. È un sentimento ambivalente.
Nota. In un trattato sessuale taoista la donna è chiamata “la nemica” e in uno europeo medioevale «Colei in cui è celato tutto il terribile e meraviglioso mistero».
Da una parte l’uomo è profondamente grato alla donna (o ne è quantomeno lusingato) per averlo scelto, fra tanti, come partner, di una notte o d’una vita. D’altra parte sente il bisogno oscuro di farle pagare qualcosa.
Che cosa? A livello superficiale, intellettuale, erotico le vuol far pagare le sue arie e la sua distanza di donna, i suoi dinieghi, il gioco del corteggiamento. È come se le dicesse: «Facevi tanto la sostenuta ma, come vedi, non sei altro che una femmina, una troia, una cagna in calore, una stronzetta come tutte le altre». E non importa se, nella fattispecie, lei si è data con facilità o ha addirittura preso l’iniziativa. Quando un uomo scopa una donna, scopa in realtà tutte le donne del suo immaginario, quelle che gli han detto di sì e quelle che gli han detto di no, quelle che ha avuto, quelle che non ha avuto e quelle che non potrà mai avere. Scopa l’archetipo e la donna concreta, di quel momento, paga per tutte (nello stupro è sicuramente così e del resto ogni rapporto sessuale è anche uno stupro). In quanto a lei, il lasciarsi insultare fa parte del suo bisogno di abbandono, di darsi senza condizioni, di dipendere totalmente, di essere femmina fino in fondo. Dominante proprio nella misura in cui sembra dominata. Tu le dici «stronza» e lei traduce «amore».
A livello più profondo, istintuale, sessuale, il maschio percepisce di essere una comparsa nella rappresentazione e si accanisce su di lei per averlo costretto a questa parte e, in un certo senso, anche su se stesso per averla accettata, per essersi lasciato andare, perché sa che è il soccombente.
Ma gettando lo scandaglio in acque ancora più torbide, credo che il maschio senta il bisogno di far scontare all’archetipo femmina, alla madre che è simbolicamente in lei, di avergli dato la vita. Perché anche sotto questo aspetto il suo sentimento è ambivalente. Da una parte la donna è sacra perché dà la vita. Non c’è nulla che commuova più l’uomo, se la ama, di saperla incinta di sé, che lo colmi di maggior gratitudine: per avergli offerto la possibilità della continuazione, per aver così lenito la sua angoscia di morte (sia pur ambiguamente, come sempre, perché nel momento in cui lei dà la vita a un altro essere contemporanèamente un poco anche ti uccide). E a riprova di questo sentimento ci sono le infinite, amorevoli, timorose, timide, impacciate, emozionate attenzioni di cui circonda la sua compagna in stato interessante. Così com’è  proverbiale, e motivo di affettuosa ironia, il nervosismo dei padri, le cento sigarette, il loro andare ossessivamente su e giù, davanti alla sala parto. L’orgoglio del maschio di essere diventato padre è superato solo da quello di lei di essere madre e, per parte mia, credo che questo sia il solo, vero “evento”, straordinario e unico pur nella sua ripetitività («ogni uomo è unico e irripetibile» ha detto papa Wojtyla e sia ringraziato, se non altro, per questo), il solo per cui valga la pena commuoversi.
Ma d’altro canto, in una contraddittorietà irresolubile che è interna alla sua struttura più profonda e permea e modella tutta la sua esistenza, l’uomo odia la donna per lo stesso motivo: perché gli deve la vita. Uno scherzo di pessimo gusto.

Passione (amour-passion)

È sadomasochismo sublimato nel sentimento o, piuttosto, nell’illusione, dell’amore. I due amanti sono violentemente attratti e dominati dal desiderio di assimilarsi, di annullarsi, di distruggersi, di divorarsi l’un l’altro («Ti vorrei mangiare»). Quest’amore cannibalico non ha lunga durata.
Finisce quando uno dei due, quasi sempre la donna, sopraffà l’altro che, a quel punto, cessa di essere un oggetto di desiderio: è stato fagocitato, digerito e viene sputato fuori. Oppure questo tipo di rapporto si esaurisce, quasi di colpo, per sfinimento, per consunzione, perché gli amanti hanno bruciato tutte le energie, come un’incendio che, dopo essere divampato con straordinaria virulenza, improvvisamente, così com’era nato, si spegne. I protagonisti dell’amour-passion sono innamorati che non si vogliono bene. Dopo, resta solo l’odio.
In realtà, com’è noto in psicoanalisi, elementi distruttivi e autodistruttivi sono presenti in ogni tipo di amore (e, si potrebbe dire, in ogni relazione umana, vedi Sadomasochismo). Solo che nell’amour-passion, come nell’estasi mistica, raggiungono una gradazione più alta, sono portati all’estremo. Senza aspettare la psicoanalisi, questo stretto legame fra Eros e Thanatos, fra Amore e Morte, è presente all’uomo fin dai tempi più remoti. In un’antichissima iscrizione latina trovata su una fontana è detto: «Morte e voluttà si mirarono congiunte e i loro due volti fecero un volto solo». In Apuleio, Fotide dice a Lucio: «Fammi morire tu che stai per morire». Ma, per la verità, lei non muore affatto. È il fuco che muore dopo aver fecondato l’Ape Regina. Basterebbe osservare i volti dei due dopo, come si distende e si spiana quello di lei, come diventa più luminoso e più bello, mentre sul viso di lui passano ombre di delusione e di insoddisfazione. Dopo l’amplesso il maschio si girerebbe volentieri dall’altra parte, colto da un sentimento di estraneità verso quel corpo fino a poco prima tanto desiderato, conscio di essere diventato inutile.

De Sade

Niente di più barboso. I suoi libri – soprattutto le Centoventi giornate – sono un elenco di torture sessuali e di  atti di depravazione, senza il bene di una descrizione, né degli ambienti, né dei personaggi, né degli atti stessi. I quadretti si susseguono uno dopo l’altro, sempre uguali, monotoni, ossessivi. Sade privilegia la quantità. L’unica vera orgia, nelle sue opere, è numerica (mi pare che a un certo punto faccia proprio l’elenco della spesa: tot assassinii, tot stupri, tot inchiappettamenti, eccetera).
Può darsi che il “divin marchese” abbia, così si dice, un valore filosofico come profeta della rivolta contro l’ordine costituito. Io mi permetto di dubitarne. Sade mette al posto dell’ordine un disordine ordinato, pignolo, maniacale. È un gendarme del sesso. Sade è il prototipo del maschilista e quindi in totale opposizione al caos, che è della femmina. Del resto è inevitabile: è un figlio dell’Illuminismo, un borghese come tutti gli altri, anche se porta un nome aristocratico, accecato dalla voluttà di vivisezionare e di smontare tutto, a cominciare dai corpi.
Ad ogni buon conto come scrittore non vale niente e tanto meno come scrittore di storie pruriginose. Conclusione: uno dei padri dell’erotismo non è erotico.
Peraltro sono pochissimi gli scrittori capaci di raccontare il sesso mantenendone la tensione. Anche gente come Apollinaire (Le undicimila verghe) o Bataille (La storia dell’occhio) è deludente da questo punto di vista.
Forse il meglio lo ha dato, curiosamente, una donna: la Violette Leduc di Teresa e Isabella. Oppure bisogna ripiegare su certa letteratura di genere, soprattutto del periodo vittoriano, tutta centrata sul sadomasochismo, specialità in cui gli inglesi sono maestri, a letto e nel racconto, ma non nella loro storia imperiale.

Dell’ambiguità femminile

L’uomo è diretto, la donna trasversale.
L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. L’uomo è razionale, la donna no. L’uomo approccia la realtà con l’attitudine del cronista, la donna con quella del romanziere: sfuma, allude, sottende. Nella donna, come nel romanzo, il non detto è più importante del detto. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. È l’eterno femminino. L’ambiguità costituisce la fonte inesauribile del suo fascino ma anche il principale motivo della perenne e irrimediabile incomprensione fra i sessi. Al confronto con la femmina il maschio è un bambinone elementare («Ricordati  che in ogni uomo c’è un bambino che vuole giocare» dice Nietzsche) che lei, a parità di condizioni, si fa su come vuole. A meno che non sia veramente innamorata. Perché la donna è un essere totale, capace quindi anche di una dedizione totale. In questo caso il suo masochismo sessuale, in genere compensato ad  abundantiam dalla sua vitalità naturale, diventa masochismo tout court e lei può davvero farsi vittima senza difese e fino alle estreme conseguenze. La storia di Adele Hugo, la figlia dello scrittore, così splendidamente raccontata da Truffaut, è un paradigma di questa capacità di annichilimento. Solo le donne sanno sacrificare con naturalezza, quasi con noncuranza, la vita per il proprio uomo (Claretta Petacci ed Eva Braun ne sono due famosi esempi storici).
Anche l’uomo può sacrificare la vita per l’amata e persino per un estraneo (questo la donna non lo farebbe mai, è troppo contrario ai suoi istinti vitali), ma lo fa, quando lo fa, per mantenere un certo concetto di sé, per orgoglio, per dovere sociale («prima le donne e i bambini») e ha bisogno quindi di un atto di volizione, di un atto eroico. Obbedisce a una regola, a un imperativo morale. La donna lo fa per istinto. Per l’uomo è molto più difficile, è un atto di coraggio, se il vero coraggio non è la temerarietà o l’incoscienza ma la capacità di superare, con la volontà, la paura. Di fronte alla morte, come al dolore, l’uomo è infatti, in partenza, molto più vile della donna, perché ne ha più paura. Per il maschio la morte è precipitare nello spaventoso Nulla da cui è venuto, per la donna è ricongiungersi alla Terra, a Gea, alla Grande Madre, a se stessa.
Questa capacità di dedizione totale al proprio uomo che appartiene, in certe occasioni, alla donna non va confusa con la generosità. È una forma di masochismo sublimato nell’amore. Ma nella quotidianità e nella normalità la donna è tutt’altro che generosa. È, al contrario, gretta, micragnosa, meschina, piccina,  attentissima al “do ut des”. L’uomo vive nell’astrazione, la donna nella concretezza. Ciò non significa però che conosca il principio di realtà. Segue semplicemente i propri istinti. Per cui può capitare che, come una falena impazzita, vada a sbattere contro il vetro della finestra e si estenui nel cercare di sormontare o di aggirare l’ostacolo impossibile. Ma la sua forza è tale che può persino riuscire, violando tutte le leggi della razionalità,  ad abbatterlo.
Che questa sia un’epoca femminea, o quantomeno unisex, lo dice anche il fatto che l’uomo ha perso le proprie caratteristiche di linearità, di dirittura, di franchezza, di lealtà e quindi di virilità. È diventato ambiguo come una donna. Parla con lingua biforcuta, raggira, tende trappole e tranelli. Non rispetta più le regole, la norma, non conosce o non riconosce più la logica, il principio di non contraddizione, ha perso il senso del diritto e della giustizia (cui la donna è refrattaria, per lei non esiste regola che possa avere valore superiore ai propri  istinti vitali). L’uomo sta cioè abbandonando il mondo artefatto che lui stesso si era costruito, senza per questo poter ritrovare quello naturale. Siamo di fronte a uomini femminilizzati e a donne maschilizzate, che  dall’uno e dall’altro sesso hanno preso solo il peggio. Siamo diventati tutti degli omosessuali.

Plumage

Nelle comunità di villaggio, soprattutto del centro e nord Europa, è esistita fino a tempi non tanto lontani dai nostri una pratica crudelissima per punire pubblicamente una donna ritenuta colpevole di qualche mancanza. Dopo averla spogliata completamente, la si cospargeva di pece sulla quale venivano appiccicate piume di gallina in gran quantità. Solo il viso restava scoperto. Il risultato era talmente grottesco da annullare totalmente la dignità e l’umanità di lei. Lady Godiva, che fu costretta dal marito a cavalcare nuda in mezzo alla folla dei suoi sudditi, se la cavò molto più a buon mercato.
Allo stesso tipo di sadismo, a sfondo chiaramente sessuale, risponde la pratica, abbondantemente applicata dai partigiani, dopo la Liberazione, alle ragazze che erano andate a letto con i fascisti o con i tedeschi, di denudare la donna, raparla a zero ed esporla al pubblico ludibrio. I capelli sono l’orgoglio della donna e uno degli elementi essenziali del suo fascino cui dedica infinite cure e attenzioni (credo che se si facesse un sondaggio il tema di come mettersi i capelli risulterebbe al primo posto nei discorsi femminili). Rapare a zero una donna, o sforbiciarle i capelli, è quindi un oltraggio inaudito, equivale a uno stupro in pubblico.
Peggio ancora andò, nella Francia di Richelieu, ad alcune giovani monache del monastero di Loudun che furono sottoposte, sulla pubblica piazza, a dei clisteri per “liberarle dal demonio” (sulla vicenda Aldous Huxley scrisse un libro, I diavoli di Loadun, che ispirò a sua volta il regista Ken Russel per un film con Vanessa Redgrave). I preti non mancavano di fantasia quando si trattava di dar sfogo, sotto le spoglie più  virtuose, alla loro libidine.
Peraltro nel cristianesimo, soprattutto in versione cattolica, c’è un sottofondo di crudeltà sottile e tanto più feroce quando è inconsapevole. Basta pensare a quelle mani “pietose”, sicuramente cristiane, che strinsero alle ginocchia, con una cinghia, la gonna di Claretta Petacci appesa per i piedi al famoso distributore di benzina di piazzale Loreto. Averla appesa come un animale da macello andava bene, ma che mostrasse “le vergogne” questo no, questo era osceno.

Sculacciata

È considerato un atto di sadismo sessuale soft, bonario, casereccio. In realtà infligge alla donna un’umiliazione cocente perché, riconducendola alla condizione di bambina punita, la ridicolizza come donna e come adulto. Non per nulla la punizione viene somministrata sulla parte più ridicola del corpo femminile (e anche maschile; nel film L’amante di Gramigna, ambientato in Sicilia, quando Volonté vuole umiliare a sangue il rivale in amore, davanti alla contesa Stefania Sandrelli, gli fa calare i calzoni e puntandogli contro la lupara, ordina «ora facci vedere lu culu»). Inoltre un sedere enfiato e arrossato dalle busse enfatizza, per così dire, il suo carattere di sedere, il suo essere ridicolo, impotente, inoffensivo, imbelle (vedi Culo). L’effrazione è alimentata dal contrasto fra la proprietà e l’eleganza dei vestiti di lei, distolti solo per quanto basta, e l’indegnità della posizione, la vergogna delle mutandine abbassate, l’indecente nudità del sedere che risalta proprio perché isolata (un sedere scoperto è molto più nudo di un sedere nudo). Per quanto, in genere, questa pratica sia finalizzata all’eccitazione che porta all’amplesso, per tutta la durata del gioco il sesso è escluso e tenuto accuratamente nascosto: lui è vestito, lei a pancia in giù. Nei film dedicati ai cultori del genere la camera non si sofferma mai sul sesso di lei, anche se a volte fa capolino da dietro, ma indugia sui suoi sgambettamenti, sullo scomposto tendersi delle mutandine, sul ballonzolare delle natiche sotto i colpi, sui dimenamenti del sedere, sui singhiozzi, sui piagnucolamenti, sul tirar su col naso e insomma su tutto quanto c’è di infantile nella rappresentazione. Ciò che lo sculacciatore (o il voyeur) vuole sia chiaro è che lei, per quanto porti addosso le insegne della donna, è ridotta a bambina. La ritualità – se i due eccitati, non si mettono a scopar prima – si conclude con la posizione del castigo: lei viso contro il muro, le mani poggiate sulla testa, la gonna sollevata, le mutandine giù, il sedere rosso come un pomodoro in mostra.
La sculacciata perde del tutto la sua aria di finta innocenza se viene data alla presenza o con la partecipazione attiva di una terza persona estranea alla coppia e destinata, dopo l’happening, a ridiventarlo. Qui la vergogna della donna, più o meno simulata quando viene sculacciata solo dal partner, può diventare reale. Il testimone dell’umiliazione la rende autentica, la certifica per il presente e pér il futuro. E la amplia enormemente se si tratta di un’altra donna, una rivale, una pari grado o addirittura di una persona di status inferiore per condizione sociale o familiare (vedi Sadomasochismo). È raro che una donna si lasci andare fino a questo punto, perché anche se l’atto resta un unicum sconvolge i rapporti reali e le gerarchie fra punita e punitrice proiettando le sue conseguenze oltre il gioco sessuale, nella vita. E se la donna è masochista a letto non lo è affatto fuori. Perché la sculacciata a trois si verifichi occorre dunque che fra gli attori si crei un’improvvisa e inaspettata combinazione alchemica, dovuta al luogo, all’ora, all’alcol e ad altre infinite circostanze oppure che il maschio della coppia abbia un’individualità così forte da piegare la partner ad ogni suo capriccio o che, infine, lei sia psicologicamente molto fragile (ma allora il gioco è meno interessante, mentre lo è al massimo grado quando la vittima ha una forte personalità). Una sculacciata collettiva, tratta dalla sua esperienza personale, è descritta, con una certa efficacia, dalla baronessa Maud Sacquard de Belleroche nel libro-confessione “L’ordinatrice”. L’umiliazione è ancora più pesante se la sculacciata viene somministrata contro la volontà di lei. In una mediocre commedia all’italiana degli anni ’70 c’è un episodio, che sembra inserito nel film da un’altra mano, tanto è inaspettato e carico di tensione e di eros rispetto alla banalità del resto, che illustra bene questa situazione.
Lei, una trentacinquenne bella, algida, scostante, fredda, calcolatrice, molto somigliante, fisicamente, alla
Koscina dei giorni migliori, è la convivente di un industriale di una cittadina di quello che oggi verrebbe chiamato il ricco Nord-Est. L’industriale ha un figlio quattordicenne, sgraziato, sdentato, rosso di pelo, brutto, morboso come tutti gli adolescenti. La donna ha un amante a Venezia e il ragazzetto, per certi suoi  scopi, cerca di coglierla in fallo, finché, dopo molti appostamenti, riesce a registrare una compromettente telefonata fra i due. Una sera mentre lei si sta struccando in bagno davanti allo specchio, il ragazzetto entra dalla porta lasciata socchiusa col registratore in mano e le fa ascoltare quella conversazione. Lei capisce subito l’antifona e si dichiara disposta a iniziarlo all’amore.
«Non è questo che voglio».
«E allora cosa?»
«Eri entrata qui per fare qualcosa. Falla». Lei, docile, si dirige verso la tazza. Abilmente il regista evoca, senza farli vedere, i gesti consueti che accompagnano questa operazione, li si intuisce solo né si vedono il corpo e i vestiti in disordine di lei. La cinepresa zoomma invece sul viso e sugli occhi chiari, gelidi, intenti. Si sente lo sgocciolio. La bocca sdentata del ragazzetto si apre in un ghigno beffardo e feroce. Gli occhi della donna sono un lago di umiliazione e di rabbia impotente.
Una notte che lei è stata a Venezia a incontrare il suo drudo, la aspetta al rientro e la ricatta nuovamente. Sono in piedi in un androne buio della villa, lui ha una torcia in mano. Ordina: «Togliti la giacca del  tailleur». La donna esegue e lui la illumina. Allo stesso modo, con colpi di torcia sui movimenti, su quanto di volta in volta viene scoperto e sulle espressioni del viso di lei, cadono la camicetta, le scarpe, la gonna, le calze, il reggicalze, il reggiseno finché la donna resta solo con un paio di slip bianchi. «E ora le mutande». C’è qualche resistenza («quelle no!»), ma alla fine anche l’ultimo indumento scivola via. Crudelmente il ragazzo illumina il triangolo del pube e il volto costernato di lei. «Girati!» L’afferra per un braccio, la trascina in una stanza vicina, la cui porta resta socchiusa, e la getta bocconi sul letto. Lei capisce le sue intenzioni solo quando la prima, violenta, pacca si abbatte sulle sue reni. Urla un «Nooo!» disperato e, mentre la porta si richiude davanti all’oltraggio, si sentono solo i colpi e i singhiozzi e i pianti di lei, che non sono di dolore ma di amara vessazione. La donna ristabilirà situazione e gerarchie quando, ad un ennesimo ricatto del ragazzo per sottometterla a giochi ancor più torbidi, lo agguanterà e lo porterà di forza a letto.
Lei ritorna donna, femmina, padrona di sé e lui viene miserabilmente ricondotto alla sua condizione di apprendista, inibito e confuso.
Quando la sculacciata viene somministrata contro la volontà della donna e in pubblico – ma qui si entra in
un campo decisamente criminale (vedi Plumage) – c’è una violenza che può avere sull’autostìma di lei conseguenze devastanti, peggiori dello stupro. La bella Anne Josèphe Théroigne de Mericourt, detta ” l’amazzone della libertà”, era un’eroina della Rivoluzione francese e aveva partecipato, portandosi con grande coraggio, alle giornate insurrezionali dell’estate del 1792. Poiché la vendetta è femmina aveva approfittato di quei tumulti per far massacrare il giornalista Suleau che portava la grave colpa di averla sbeffeggiata in un articolo. Vicina alla Gironda, teneva un salotto frequentato dai più bei nomi della Rivoluzione. Ma la aspettava un atroce contrappasso. Il 31 maggio del 1793 – secondo quanto racconta Restif de la Bretonne – usciva, dopo una riunione infocata, dalla Convenzione. Era vestita alla moda delle rivoluzionarie chic:  cappello di feltro con la piuma rossa, coccarda tricolore all’occhiello, giubbottino di panno blu, la gonna stretta e lunga fino alle caviglie. Procedeva fiera, altera, battendo con lo scudiscio la coda del vestito. Ebbe la sfortuna di incrociare un gruppo di popolane armate di battitoi che in quegli stessi giorni solcavano le strade di Parigi alla caccia di aristocratiche da fustigare, per scaricare sui loro deretani scoperti secoli di umiliazioni e di frustrazioni, e che non sapevano ben distinguere fra una rivoluzionaria, soprattutto se ben vestita, e una dama di Corte. Troppo sicura di sé, Théroigne non si rese conto del pericolo e quando fu apostrofata in modo scurrile rispose con alterigia, agitando il frustino. Ne nacque una zuffa. Théroigne si difese come una tigre, ma fu presto sopraffatta, gettata a terra, rovesciata bocconi mentre le venivano sollevate le lunghe vesti. Messa a culo nudo fu selvaggiamente fustigata dalle donne inferocite mentre attorno il popolaccio, che non manca mai queste occasioni, si godeva la scena sghignazzando e schernendo. L’umiliazione pubblica distrusse Théroigne de Mericourt e la sua personalità. Non si riprese più. Impazzita per la vergogna fu ricoverata alla Salpetrière dove languì per più di vent’anni essendosi ridotta negli ultimi tempi a mangiare i propri escrementi.
Essendo una violenta effrazione della dignità, della rispettabilità, del decoro di una persona, la sculacciata ha avuto il suo periodo di massimo fulgore nell’Inghilterra vittoriana, severa, austera, maniaca della decenza, sessuofoba.
La letteratura clandestina dell’epoca (di cui è un buon esempio The Pearl-The Underground Magazine of Victorian England) è zeppa di altere e pudiche collegiali sculacciate, con i pretesti più vari, dai propri maestri, uomini e donne, sia in privé che davanti all’intera classe.
Oppure, per un vendicativo e ancora più stuzzicante contrappunto, di schoolmistress, molto comprese nella loro funzione educativa, molto severe e rigorose e, naturalmente, anche parecchio carine, colte nel rigoglio dei quarant’anni, sculacciate e fustigate a sangue da allieve irridenti e in rivolta (La fustigazione, flogging, era molto in voga nelle scuole inglesi come sistema di correzione e talvolta viene usata ancora oggi. È un portato della repressiva e ambigua educazione protestante). In questo caso la degradazione della vittima è triplice: dallo status di donna e di adulto e dal ruolo. Punita nel modo più indecoroso e indecente, retrocessa a un’età infantile inferiore a quella delle sue stesse allieve, costretta alle più umilianti ritrattazioni e alle scuse più abiette, la school-mistress perde, per sempre, la propria autorità.

Culo (il)

Gli uomini, com’è noto, si dividono in due categorie: quelli che preferiscono il seno (bosomen) e quelli che preferiscono il culo (bottomen). I primi appartengono, in genere, a culture rozze, poco smaliziate, infantilmente pragmatiste, primitive, matriarcali, fortemente legate all’immagine della donna-madre e comunque troppo giovani per avere avuto il tempo di sviluppare adeguate attitudini speculative. Bosomen sono, per esempio, gli americani. L’Europa, culla della civiltà, è invece bottomen. Venere Callipigia nacque in Grecia, nella prima metà del II secolo dopo Cristo, insieme alla grande filosofìa e alle matematiche. E “pour cause”. Perché il culo è innanzitutto una categoria metafisica. Possiede la perfezione geometrica delle figure astratte. E infatti, come forma, si apparenta alla sfera che è la figura geometrica perfetta. Ma la supera perché ha una simmetricità che manca alla sfera. Come la sfera, è un corpo finito e infinito allo stesso tempo e, poiché è curvo, il culo è vicinissimo all’essenza stessa della verità («Ogni verità è curva» dice Nietzsche). C’è, racchiuso nel culo, l’enigma del rapporto finito/infinito, spazio/tempo, che è l’enigma dell’universo. Non a caso Salvador Dalì a qualcuno che gli chiedeva come immaginasse l’universo rispose: «Un continuum a quattro natiche». Come questo inquietante apotema, così carico di significati simbolici, sia finito in fondo alla schiena dell’uomo e, peggio ancora, della donna, è un mistero. Ma qui ritorna la grande ambiguità del culo, la sua finita infinitezza. Disumano per l’esattezza e la perfezione delle sue proporzioni, il culo è anche molto umano. Mentre la perfezione è, per ciò stesso, inespressiva, il culo è la parte più eloquente del corpo. Quando Moravia ne La vita inferiore ha scritto che «il sedere manca di espressione» non sapeva quello che si diceva. Il culo segnala non solo il carattere, ma spesso anche l’appartenenza di classe di una persona. C’è il culo diffidente e avaro (che è a mele strette come hanno, in genere, i toscani), il culo fiducioso e pieno di speranza (tondo, grasso e a natiche leggermente dischiuse), il culo aggressivo (sodo e massiccio come una catena montuosa), il culo volitivo (piccolo e muscoloso), il culo colloquiale (elastico e malleabile), il culo nobile (alto, lungo e appena rilevato), il culo popolare (basso e largo), il culo burocratico (grasso e informe), il culo proletario (largo ma alto), il culo militare (stretto e muscoloso), il culo meschino e timoroso (che è quello magro senza essere ossuto), il culo indifferente (piccolo e raccolto), il culo ridanciano (largo e piatto), il culo impertinente (tondo, a scalino e sussultorio). Infine c’è il culo remissivo, che è quello che ha due tenere pieghe fra la natica e l’attaccatura della gamba ed è tondo senza essere eccessivo. Questo è il vero culo. Il culo dei culi. Perché possiede, al massimo grado, le due caratteristiche che, pur variamente mascherate, sono proprie di ogni culo: l’essere indifeso e ridicolo («L’ilare impotenza del deretano» la chiama Sartre che se ne intende). Il culo infatti è impotente. Perché, come Polifemo, è cieco nonostante possegga un occhio. E in condizione di palese inferiorità: non può guardare ma solo essere guardato. È inoffensivo perché non ha spigoli. Poco o punto muscoloso non si può difendere e chiunque può oltraggiarlo. E nudo ed esposto poiché non ha peli. Ed infine è ridicolo come tutti gli esseri grandi e grossi ma imbelli. Per questo connubio di impotenza e di ridicolo, il culo è la parte preferita dal sadico. Nessuno le busca come il culo. C’è da dire che, quasi sempre, il culo fa di tutto per meritarsele. Provoca. A volte infatti si presenta con un’aria di falsa innocenza, altre con impertinenza, altre ancora con arroganza. In altri casi si isola, fa finta di niente, come se ignorasse di essere un culo. Atteggiamenti, tutti, che attirano una adeguata punizione. Che del resto il culo, dopo una prima resistenza di pura parata e, diciamo così, di bandiera, accetta volentieri, arcuandosi, protendendosi, aprendosi, offrendosi. Perché il culo è profondamente, intimamente masochista. Ma c’è un altro elemento, nel culo, che attira il sadico: la perfezione. È la perfezione ad accendere il desiderio della profanazione. Solo ciò che è perfetto merita di essere sconciato, sciupato, oltraggiato, vilipeso e quindi, alla fine, reso imperfetto. E anche questa è una dimostrazione dell’enorme superiorità del culo sul seno. Il seno si accarezza, si vezzeggia, si mordicchia affettuosamente. Per consolarlo della sua pochezza, di essere solo un seno. Nella perfezione del culo c’è un orgoglio luciferino che va abbattuto e degradato.

Sadomasochismo

È il motore del mondo, la grande molla dinamica dell’intero comportamento umano. In genere è mascherato e sublimato, nel sesso invece è esplicito: c’è uno che penetra e uno che viene penetrato. Le parti, almeno all’apparenza, sono assegnate: lui è sadico, lei è masochista. Nietzsche definisce l’amore «l’eterno odio fra i sessi». Una componente sadomaso esiste quindi in ogni rapporto sessuale, anche il più semplice, quello che si esaurisce nel coito. Ma non è di questo sadomasochismo naturale, elementare, che intendiamo parlare qui, ma del potenziamento che, partendo dall’archetipo di base dove c’è uno che agisce e uno che subisce, riceve nel gioco erotico fino a diventare, quando si presenta come modalità esclusiva e totalizzante del rapporto, una perversione, una patologia o, per usare l’ultimo grido del linguaggio psicoanalitico e psichiatrico che vittorianamente ripudia questi termini considerati troppo crudi, un disturbo psicosessuale. Il sadismo sessuale ha poco a che vedere con le fruste (se non per il loro valore simbolico), con le borchie, con i cinturoni, con gli strumenti di tortura e col sangue. Queste sono cose per individui culturalmente ed eroticamente sottosviluppati. Non per niente gli americani quando girano un film sul tema fanno Cruising, gli inglesi II servo. Nell’erotismo infatti il sadomasochismo più che al dolore fisico si lega alla grande categoria psicologica dell”umiliazione, di cui il ridicolo è una delle componenti più forti (vedi Riso). Umiliazione e ridicolo sono più distruttivi di qualsiasi violenza fisica. Sennonché nel gioco erotico la pulsione sadica dell’uomo è beffardamente frustrata dal masochismo della donna. Se a lui piace umiliare, a lei piace essere umiliata. E ciò che il sadico esattamente non vuole è che la vittima goda della violenza che le viene fatta. «Frustami! Frustami!» implora il masochista della barzelletta. «No» risponde, coerente, il sadico. Il problema irrisoluto e irrisolubile del sadico quando si trova di fronte il masochista (e nel sesso la donna lo è per ruolo) è che costui gode di ciò che subisce. Ricordate la terribile confessione di Stavroghin ne I demoni di Dostoevskij? «Ogni situazione estremamente vergognosa, oltremodo umiliante, ignobile e, soprattutto, ridicola in cui mi è capitato di trovarmi nella mia vita, ha sempre suscitato in me, insieme a una collera smisurata, una voluttà incredibile». Il principe russo Stavroghin, per chi conosce I demoni, è un uomo sommamente altero e orgoglioso. Al centro del gioco sadomasochista c’è infatti L’orgoglio. Il piacere del sadico è di umiliare l’orgoglio della vittima, quello della vittima è di veder umiliato e degradato il proprio orgoglio. Perché questo possa avvenire il masochista deve possedere quindi un orgoglio e quanto più è forte tanto maggiore è il piacere di entrambi. Ne consegue che i più grandi masochisti sono, paradossalmente, i “massimamente orgogliosi”, le persone che hanno una precisa coscienza di sé e del proprio valore. Quando il protagonista della Recherche si reca in uno dei più luridi bordelli di Parigi, chi trova incatenato a una colonna, interamente nudo, mentre si fa frustare da un domestico? Il barone di Charlus, il più altezzoso e sprezzante personaggio di tutta la variopinta compagnia dei Guermantes. E la medesima ragione per cui, in linea di massima, i ricchi, a letto, sono masochisti (i poveri sono già troppo umiliati dalla vita per potersi permettere questo lusso). Lo stesso vale per le donne. Le più altere, le più algide, le più superbe, le più snob e con la puzzetta sotto il naso, per non parlare delle femministe, insomma le insospettabili, sono quelle che nel sesso assumono più facilmente un atteggiamento masochista. «Da tipi simili c’è sempre da aspettarsi il peggio» dice Henry Miller in Tropico del Capricorno a proposito di una certa signorina Abercombie e delle sue arie, «una che avreste detto che non avesse la fica da come si portava in strada» e che poi si lasciava mettere una carota nel sedere. L’apice del piacere sadomaso viene raggiunto quando le gerarchle sono sconvolte o addirittura capovolte. Per questo il sadico si eccita particolarmente ad assistere all’umiliazione della donna da parte di un’altra donna. Perché mentre l’uomo nel rapporto sessuale è, almeno in apparenza, in una posizione di superiorità (è il maschio, il conquistatore, il conduttore del gioco, colui che, alla fine, penetra), ed è quindi implicito, scontato, che lei si faccia sottomettere, sta nei rispettivi ruoli, le donne invece fra loro partono alla pari. Ma una viene messa sotto. Il piacere è massimo se il rapporto gerarchico è invertito: la nipote che sottomette la zia, la segretaria la manager, la ragazza la donna matura, la cameriera la padrona (che è il tema de II servo di Losey, salvo che i protagonisti sono degli omosessuali). A mettere ulteriore benzina sul fuoco contribuisce, naturalmente, l’eterna rivalità fra femmine per la conquista del maschio. Il sadismo della donna sulla donna, anche se è raro che, senza un imput maschile, si esprima direttamente in campo sessuale, è un dato di fatto, con buona pace di tutte le chiacchiere femministe sulla “sorellanza” (le donne non votano le donne, non si fidano e ne hanno i motivi). Poiché però il gioco erotico è consensuale, l’uomo che ha pulsioni sadiche, per quanti sforzi faccia per mettere la donna in situazioni degradanti, non riesce mai ad averne ragione. Il piacere di lei annulla quello di lui. Il masochista è invincibile. Ma l’impotenza è, per così dire, la condizione metafìsica del sadismo anche quando si esce dal campo del gioco erotico e si entra in quello della violenza vera dove, non essendoci il consenso dell’altro, ma anzi l’opposizione, il sadico dovrebbe trovare finalmente la sua piena soddisfazione. Che cosa vuole infatti il sadico vero, il sadico tout court, quando sfoga, non solo e non necessariamente in ambito sessuale, la sua pulsione? Vuole ridurre l’altro a un puro oggetto. Per dirla con Bataille «il suo scopo è quello di eliminare ogni differenza fra soggetto e oggetto». Ma, e qui sta tutta la contorta contraddittorietà della mente sadica, deve essere un oggetto sensibile, capace di avvertire ciò che gli si sta facendo. Altrimenti col soggetto è annullato anche il piacere. Ma se annulla l’orgoglio dell’altro il sadico non ha più niente da umiliare, e se non riesce a piegarlo totalmente non ha raggiunto il suo scopo. Se l’altro è ridotto veramente ad oggetto non sente le sevizie, se le sente non è un oggetto ma ancora un soggetto con cui il carnefice è inevitabilmente costretto ad entrare in una qualche relazione, sia pur stravolta, che è proprio ciò che il sadico non tollera, perché vuole tenersi lontano da ogni coinvolgimento, a una distanza siderale dalla vittima, in una posizione di superiorità assoluta che è simile a quella di Dio. Il sadico è perciò obbligato, in un crescendo di ferocia, ad aumentare progressivamente le violenze fino allo sbocco conclusivo che – in questo credo che avesse ragione De Sade che lo teorizzava -non può essere che l’assassinio. La morte dell’altro realizza finalmente la distanza cui tende, ma nello stesso tempo gli toglie l’oggetto del piacere’. Nell’antico poema indiano Mahabharata, Bhima, dopo aver tagliato il braccio del nemico, e averlo con quello stesso braccio schiaffeggiato, dopo avergli sfondato il petto, troncato la testa e bevuto il sangue, ha un ruggito di furore deluso: «Che altro mi resta da fare? La morte ti protegge!». L’impotenza metafìsica e psichica del sadico tout court, del vero sadico, è un riflesso della sua sostanziale impotenza sessuale o, se si preferisce Melanie Klein a Freud, la seconda è una conseguenza della prima. In ogni caso sono strettamente legate. Quando agisce la sua pulsione in campo sessuale il sadico autentico, a differenza di quel sadico da operetta che è il maschio-bambino il quale si affanna a smontare l’affascinante e incomprensibile giocattolo e si illude, con l’atto sessuale, di possedere e degradare la donna riportandola alla sua condizione di natura, non vuole affatto ridurre la donna a femmina. È troppo intelligente. Sa benissimo che è proprio quello che lei cerca. E questo gli toglierebbe il piacere e il suo stesso status di sadico. Inoltre il rapporto sessuale, per quanto imposto all’altro con la violenza, implica comunque uno scambio, un coinvolgimento, sia pur sfigurato, che il sadico aborre insieme all’insudiciante contatto fisico (il sadico è un maniaco della propria pulizia, sporchi e sporcati devono essere, semmai, gli altri). Il vero sadico quindi non scopa. Vuole ridurre la donna a oggetto e non si scopa con un oggetto. Questa bella coerenza nasconde però le vere ragioni del suo agire. Nel sadico infatti l’atavica paura della donna, che è di ogni uomo, raggiunge un livello patologico. Alla base il sadico è un pavido e un vigliacco, un imbelle che ha paura di misurarsi con la realtà. Il duca di Blangis, uno degli aguzzini delle Centoventi giornate di De Sade, «si sarebbe fatto spaventare da un bambino deciso e, quando non poteva usare l’astuzia e il tradimento, diventava timido e vile». Il sadico erge quindi il sadismo a propria difesa, come un muro di cinta. Ha bisogno di una posizione di assoluto potere proprio per mascherare la sua impotenza. Vuole degradare la donna a oggetto perché ha paura del soggetto, ha paura di misurarsi con la femmina e teme, anzi è sicuro (a torto o a ragione, non ha importanza) di non essere all’altezza, di non soddisfarla e di rendersi quindi ridicolo agli occhi di lei, cosa che invertirebbe le posizioni facendo di lui la vittima e l’oggetto del ridicolo. Situazione che per il sadico è il massimo dell’orrore. Allora gioca d’anticipo ridicolizzando la donna ed eliminandola come femmina. Ridottala a un oggetto inerte, impotente a fare richieste sessuali, il sadico può liberare finalmente la sua libido dirigendola non sulla femmina, ma sull’atto sadico in se stesso, sull’inebriante sensazione di potere che gli da. A questo punto ha, se ce l’ha, l’erezione, ma è un’erezione che non lo implica e non lo mette alla prova. Nel Muro di Sartre, Erostrato, «vestito fino al collo», dopo aver fatto giostrare nuda la prostituta su e giù per la stanza, quando lei, infastidita, tenta un approccio, non tira fuori l’uccello ma la pistola e le ordina di fare ginnastica col suo bastone da passeggio. Il sadico, in sostanza, è un onanista patologico che ha bisogno di materializzare gli oggetti delle sue fantasie laddove il masturbatore, diciamo così, normale si accontenta dell’immaginazione.
E quindi impotente due volte: come sadico e come uomo. E un isolato che, per paura, esclude a priori ogni possibilità di relazione col mondo esterno. E non è certo un caso che il marchese De Sade abbia scritto la maggior parte delle sue opere nella condizione di massima costrizione e solitudine: il carcere. Il suo delirio di onnipotenza onirico non è che il risvolto della sua impotenza reale.

Clistere

È uno dei rarissimi atti che sembra permettere al sadico di raggiungere il suo obiettivo impossibile, la quadratura del circolo: ridurre la donna a mero oggetto capace però di avvertire la propria degradazione da soggetto (vedi Sadomasochismo). Il simbolismo è trasparente quanto brutale: non sei nessuno, non sei nulla, sei solo un sacco di merda tanto che ti devo svuotare. Lei non è più una donna e nemmeno una femmina ma una latrina. Molte donne ci stanno. Perché son curiose. Perché son morbose. Perché hanno una certa attrazione per i propri escrementi. Perché le riporta all’infanzia. Perché nel piacere di lui trovano il proprio. Perché farsi profanare le eccita quanto l’uomo a profanarle. Ad alcune piace tenerselo dentro mentre fanno l’amore («Mi sento colmata in ogni buco»). Ma non è detto che le si debba accontentare. Le si può tenere per un po’ sulla corda, liberandole solo all’ultimo momento, seguendole poi nella corsa verso il bagno e assistendo dalla porta, prudentemente, al compiersi dell’evento. I più malvagi la fanno rivestire di tutto punto, la impegnano in una discussione di alto spessore intellettuale, la osservano mentre perde ogni sicurezza, contorcendosi sulla sedia, fino all’irreparabile. Un’adepta entusiasta era Paolina Bonaparte, la sorella di Napoleone, quella che fu ritratta nuda dal Canova, donna di un esibizionismo patologico. Si faceva fare quotidianamente dei clisteri al latte dalle sue cameriere, mascherando dietro problemi di salute che non aveva pulsioni più torbide. Raccontano le cronache che le piaceva stare bocconi col superbo posteriore denudato – aveva un culo bellissimo – davanti alle sue giovani serventi che la sottoponevano alle più indiscrete ispezioni finché una le alzava la camicia fìn sopra la testa e le apriva le natiche mentre l’altra, lentamente, con calma, quasi officiasse un rito sacrificale, «le infilava la giuliva siringa nel tenebroso orifìzio».

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