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Pornografia

È l’opposto dell’erotismo. Si va subito al dunque con l’esibizione di organi sessuali, maschili e femminili. Nella migliore delle ipotesi sono lezioni di anatomia comparata. Eppoi, si tratti di film, di videocassette o di una serie di fotografie (vedi Magazine & Video), è uno scopare continuo, ossessivo, in tutte le posizioni e in tutte le salse. Ora, un voyeur (vedi voce) che Si rispetti già e poco propenso a scopare per conto suo, a veder scopare gli altri non ci pensa proprio. Si sente anzi umiliato nei confronti dei maschi, generalmente giovani e attrezzatissimi, che evoluiscono davanti ai suoi occhi, perché rimarcano la sua posizione di segaiolo.
Nella pornografia mancano i preliminari, l’attesa, l’ambiguità, il gioco della fantasia, cioè proprio gli ingredienti dell’erotismo. Per questo il disegno cochon è, di norma, più eccitante della fotografia, che è troppo esplicita, non lascia spazio all’immaginazione. Il disegno invece, alludendo, evocando, non precisando, apre praterie al desiderio. È lo stesso meccanismo per cui, più in generale, l’abbozzo di un dipinto è spesso più intrigante del quadro compiuto. Nell’abbozzo c’è tutta una serie di potenzialità che vanno inevitabilmente perdute nella realizzazione definitiva che ne privilegia una («La scelta è un’ecatombe di possibili» diceva il dotto Epicuro).
Tranne che in un caso non ho mai visto un film “a luci rosse” che non inducesse allo sbadiglio e alla disperazione. Non c’è trama, non c’è una storia plausibile, non ci sono personaggi, manca tutto. Eppure non dovrebbe essere poi così difficile. Si prende una “soap opera” di buon livello, sulla falsariga di Beautyful o di Dinasty, con una storia definita, ambienti patinati e lussuosi, caratteri dei personaggi ben disegnati, relazioni molto formali, borghesi, donne belle, levigate, sofisticate, altere, in perenne competizione fra di loro per il successo e per il maschio. Si fa andare avanti la cosa per una mezz’oretta e anche più, in modo che i personaggi possano assumere una loro fisionomia e poi, con gli stessi protagonisti, si inserisce un siparietto  hard che sta però perfettamente dentro la storia. Poniamo che la giovane cognata trovi prove irrefutabili che la moglie del fratello, che detesta, donna bella, scostante, arrogante, passabilmente odiosa, nei suoi “last thirty”, tradisce il marito. E la ricatta. Ma invece di chiederle soldi, potere o altre sciocchezze del genere le infligge una dura punizione: dopo averla fatta evoluire in vari modi le somministra, in quel salotto molto rispettabile, una sonora e umiliante sculacciata (vedi voce). Poi tutto torna sui binari consueti, anche se la vittima si porta addosso il marchio d’infamia, la vergogna e un desiderio di rivalsa che, dopo un congruo lasso di minuti, sfogherà, in termini ancora più hard, sulla stessa carnefice o su qualcun’altra. Naturalmente al posto di questa situazione se ne possono immaginare mille altre. Importante è che sia rotta, sconciata, degradata la rispettabilità borghese dell’ambiente e delle sue protagoniste e che comunque una vicenda pruriginosa, morbosa, scabrosa si inserisca in un contesto di per sé normalissimo. Tinto Brass, che fa dei film da asilo Mariuccia, è avvertito. Il primo Samperi, con Laura Antonelli in mise da camerierina sulla scala di Malizia e il giovanissimo Alessandro Momo a guardar da sotto, o il gioco telefonico di Chtamami di notte, si avvicinano di più al concetto di erotismo. Anche se restano molto al di sotto di quel che si potrebbe fare in un film hard-core senza limiti di censura.

Magazine & Video

«Playboy» è una rivista da educande, mammaria, buona per americani scemi. Senz’altro preferibile «Penthouse», anch’essa americana ma maggiormente attenta ad assecondare un gusto più internazionale e meno yankee. Nel genere sadomaso non era male «Blushes» (Rossori), inglese naturalmente.
Ad ogni modo oggi questo mercato, soft o hard, di carta stampata è stato spazzato via dalle videocassette, che hanno però i consueti limiti di tutta la produzione hard-core (vedi Pornografia): nessuna storia, nemmeno accennata, nessuna caratterizzazione dei protagonisti, ragazze subito nude, per cui tutto si riduce a un’esposizione di corpi senz’anima, nemmeno immaginaria, e a una ricerca di dettagli anatomici da sala operatoria.
Forse la cosa migliore è la serie «Schoolgirls» (Stadentesse), prodotta dalla Dorian McGray: belle ragazze, a volte sufficientemente graziose ed eleganti da dare almeno l’illusione che non siano delle professioniste ma, come dice il titolo, studentesse attratte dal profumo dei marchi, vengono prima seguite dalla telecamera in strada o al caffè e quindi condotte in studio dove, agli ordini di una voce fuori campo (tedesca, purtroppo), quasi sempre maschile ma in qualche caso, con un tocco in più, anche femminile, si spogliano molto gradualmente e si prestano in crescendo a ogni nefandezza voyeuristica.
Ma anche le videocassette stanno per essere soppiantate dalle possibilità pressoché infinite, e spesso interattive, offerte da Internet. Si può scegliere una ragazza di un certo tipo, con determinate caratteristiche, vestita nel tal modo, sopra e sotto, e ordinarle le peggio cose. Qui il voyeur, che è un sadista timido, ha il  massimo, perché non solo può vedere ma anche dare ordini pur rimanendo nella più asettica e anonima distanza, senza compromettersi. Più sofisticate ancora sono altre opzioni: telecamere nascoste sotto i tavoli dei ristoranti, in camera da letto di lei, in bagno (sono le cosiddette spy-cam).
Nonostante la cosa sia presentata con una certa abilità e le ragazze appaiano nella loro normalità, si tratta, ovviamente, di professioniste o comunque di donne pagate all’uopo: al ristorante lei, chissà perché, non indossa mai i pantaloni, la camera da letto non resta vuota per più di cinque minuti e la tipa ha sempre un irresistibile bisogno di andare al bagno. Per le menti più scelte c’è invece la telecamera fissa in casa di lei, ventiquattro ore al giorno, una specie di Truman Show, per cui, a seconda dell’ora in cui ci si collega o del caso, la si può vedere in amabili conversari con la zia o sul bidet.
Internet è davvero il Paradiso del voyeur. Ma come ogni Paradiso si apparenta strettamente all’Inferno. La possibilità di costruirsi a piacere la propria donna ideale, «la donna della mente» avrebbero detto gli stilnovisti, e di sottoporla a ogni turpitudine, di soddisfare qualsiasi fantasia e insomma, come per la  masturbazione (vedi voce), la mancanza di limite, di ostacolo e soprattutto di ambiguità (che è la grande rivincita del reale sul virtuale) finisce per stuccare. Quindi, tutto sommato, le cose più stuzzicanti vengono, più o meno involontariamente, dalle Televisioni, nazionali e locali, nelle trasmissioni apparentemente più.
innocenti. In Mezzogiorno in famiglia, programma domenicale della Rete Due, condotto da Tiberio Timperi, vale a dire quanto di più domestico e tranquillizzante si possa immaginare, dedicato alle famiglie riunite intorno al desco nel giorno di Nostro Signore, una bella ragazza bionda, in calzamaglia nera (o, più  recentemente e prudentemente, azzurra), stivali neri, con tacco altissimo, bendata con una mascherina anch’essa nera, deve passare indenne, senza toccarle, fra corde tese a varie altezze, sotto la guida di un telespettatore, quasi sempre una donna, in genere una casalinga. La voce ordinante intima alla ragazza che è alla sua mercé: «Alza la gamba destra… più larga, più aperta, così, brava, ora l’altra… adesso chinati, di più, stenditi a terra, no, non così, tutta, più giù, anche il sedere, giù il popò, ora striscia, striscia, brava, brava, ancora…» Solo un cinquantenne vecchio-porco come Carlo Freccero poteva mettere in piedi una cosa simile. Ma non sono da trascurare nemmeno le televendite di idromassaggi, dove la modella in bikini sta immersa nella vasca, supina o, preferibilmente, bocconi, e mentre la telecamera indugia sulle chiappe, incise e separate  dalla stoffa del costume, la televenditrice punta l’indice indagatore su questa o quella parte e parla di  “contorno glutei” e di “interno cosce”.
Idem per le televendite di vibromassaggi dimagranti, di pratiche mediche ed estetiche e delle vecchie e care alghe nere della inimitabile Wanna Marchi finita però su Reti così marginali da essere diventata quasi irraggiungibile, per la disperazione degli amatori. Neppure le televendite di pellicce, per certi gesti indiscreti richiesti alla modella per dimostrare la qualità della fodera, sono prive di fascino. Ma per i più sottili persino il Che tempo fa della Rete Uno, con le mani che si muovono sensuali sulla carta geografica e la bacchetta immaginaria impugnata dal barbuto Caroselli, può far scorrere dei brividi lungo la schiena, molto di più in ogni caso delle voci da troia, del frasario grottesco, dei contorcimenti puerili che, qualche ora dopo, nella  programmazione notturna di quasi tutte le Reti locali, pubblicizzano le Hot line.

Voyeur

La differenza fondamentale fra l’uomo e la donna non è che uno ha il pisello e l’altra no, ma che l’uomo è voyeur e la donna no.
Nota. La cosa è nota da che esistono i due sessi. Chi vuole può comunque averne una conferma da Internet: gli utenti di cybersesso sono all’86% uomini, il resto donne, ma i primi vanno alla ricerca di immagini, le  seconde di relazioni. A riprova ultima, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’erotismo, mentale e in qualche misura virtuale, è maschile, il sesso, che è contatto fisico, femminile.
Nei Bagni di una volta, quando le cabine erano di legno e uniche, per risparmiare, le pareti che le separavano (cosa che costringeva il gestore, provvidenzialmente avaro, a complicate operazioni di numerazione,  smontaggio, impilaggio e rimontaggio) non ce n’era una che non fosse butterata di fori a misura d’occhio, posti ad ogni altezza, orientati in tutte le direzioni (preferibilmente dal basso verso l’alto). Negli anni Cinquanta e Sessanta c’è stato un aumento molto sospetto del business dei trapani. In un divertente libretto, Il bucòmane, Tom Antongini, l’estroso segretario di D’Annunzio, racconta come certe stanze di certi grandi alberghi fossero pagate a peso d’oro dai conoscitori e dagli amatori perché avevano porte comunicanti con un bagno. Antongini descrive l’emozione di vedere una ragazza che giù nella hall si è pudicamente tirata la  gonna sulle ginocchia abbandonarsi, senza sapere di essere osservata, agli atti più intimi e indecenti. Chi, da  ragazzo, non ha fatto uso del cannocchiale per guardare la vicina del palazzo di fronte che si spoglia? Non c’è nulla di più eccitante, per un uomo, di sbirciare, non visto. La superiorità della gonna sui pantaloni, prima dell’avvento degli intollerabili collant (vedi Calze), era data anche da questo. Conosco individui che si appostavano per ore sotto le grate di certi tombini, fingendosi idraulici, elettricisti o fognaiuoli, ricavandone le più deliziose sensazioni.
Nota. Probabilmente questo voyeurismo casereccio e fai-da-te sarà spazzato via, se già non lo è stato, dalle enormi possibilità offerte in questo campo da Internet (vedi Magazine & Video). Ma nessuna virtualità cibernetica potrà mai sostituire l’emozione del buco della serratura, col rischio di essere scoperti.
Perché l’uomo abbia quest’insana curiosità per il corpo femminile fa parte dei misteri, o piuttosto delle astuzie, della natura. Fatto sta che è ai maschi, e non alle femminucce, che piace giocare alle bambole, svestirle, smontarle, scartocciarle come una caramella, anche se alla fine di questo gioco inesausto c’è sempre la solita, deludente, cosa. Osservandola di soppiatto, ispezionandola sotto un riflettore, frugandola per ogni dove, aprendola, penetrandola, è il segreto della donna che l’uomo vuole scoprire. Ma cercare il fondo delle donne è inutile: perché non c’è.
Se l’uomo è voyeur, la donna, in una complementarietà perfetta, è esibizionista. Che a una donna piaccia mostrare il suo corpo o parti di esso è ragionevole. Bisogna infatti ammettere, sia pur a malincuore, che non c’è niente di più armonioso, in natura, di un bel corpo femminile interamente nudo. A gambe unite, però. Se le apre, tutta questa bella armonia viene immediatamente insozzata, insudiciata, inlaidata, cancellata. Eppure, cosa incomprensibile a prima vista, l’esibizionismo della donna si estende anche ai propri organi genitali. Si può spiegare solo col fatto che sconciare la bellezza femminile non è il fine solo di lui ma anche di lei. Alla donna piace fare schifo. La eccita.

Nudo (Il)

Che il nudo non sia erotico è un fatto.
Perché la natura non è erotica. Un bel cielo, un paesaggio, un orrido, ci possono commuovere ma non ci eccitano. Lo sapeva già il buon Dio che creò l’uomo e la donna senza peccato e li mise perciò nudi in quel luogo mortalmente noioso che doveva essere il Paradiso Terrestre. L’erotismo nasce con la foglia di fico. Cioè col vestito. Che il nudo non inviti a peccare è ben presente a quei grandissimi psicologici e conoscitori dell’animo umano che sono i preti. Scriveva agli inizi del Seicento Fra Bartolomeo de las Casas, che fu il primo vescovo dell’America ancora indiana: «Vi è anche un altro argomento della temperanza di questa gente circa gli atti venerei, e cioè il loro andar scalzi, e anche più se vanno del tutto nudi, perché questo scaccia il desiderio e smorza l’inclinazione a quel vizio…» Ma anche senza ricorrere alla sapienza di Santa Madre (vedi Chiesa), è esperienza comune, di chiunque sia stato almeno una volta in un campo di nudisti, che  l’eccitazione arriva la sera, quando le ragazze si rivestono.
Il nudo dunque non è erotico per natura. Ma ci sono anche altre ragioni, culturali e psicologiche. Il nudo toglie il mistero e il piacere della scoperta. L’uomo vuole vedere quello che c’è sotto, ma perché questo sia possibile bisogna che esista un sopra. Quello verso il nudo è un viaggio. E tutti sappiamo che i momenti più eccitanti di un viaggio sono l’attesa, la preparazione, la partenza, il percorso. La meta è immancabilmente deludente.
Perché la realtà non può nulla contro la fantasia. Il nudo accorcia brutalmente le tappe, tarpa le ali all’immaginazione, elimina il viaggio, lascia solo la meta. E se all’uomo togliete il viaggio, il gusto della scoperta, il mistero da svelare, è perduto. Come un bambino cui diciate subito la verità invece di raccontargli una fiaba.
E l’uomo è un bambino anche da adulto, mentre la donna è adulta anche da bambina. La donna vive la realtà, l’uomo il sogno, ha bisogno sempre di andar oltre (o sotto, visto che parliamo di vestiti). È Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, Penelope resta a casa a tessere la tela.
Quindi anche nella questione del nudo l’atteggiamento dei due sessi è molto diverso. Mentre il maschio prova un’attrazione morbosa, mista a timore sacrale, per il corpo nudo della donna, tanto che, per aumentare il proprio piacere, vuole arrivarci a tappe, per gradi, delibandolo poco a poco, lentamente, come si spillano le carte del poker, nella donna la curiosità per il nudo maschile è relativa e per lo più circoscritta agli organi sessuali di cui le interessa l’efficienza. Non si sono mai viste ragazze adolescenti tappezzare di fori le cabine e guardare dal buco della serratura per spiare i loro coetanei nudi. Alla donna piace essere guardata, molto più che guardare (vedi Voyeur). Lo strip-tease è un gioco per maschi. E se negli ultimi anni si è affermato, sia pur marginalmente, anche uno strip degli uomini è perché la donna si è appiattita sullo stereotipo maschile.
Inoltre c’è un altro elemento per cui lo strip-tease è estraneo all’interesse della donna. Nel guardare, interamente vestiti e in gruppo, una ragazza che si spoglia e si leva lentamente tutti i simboli della sua  individualità e del suo status di persona, gioca l’eterno bisogno dell’uomo di oggettivare, umiliare, ridicolizzare la donna. E non c’è dubbio che la posizione di chi si mette progressivamente nudo davanti ad  altri vestiti, sia ridicola perché, soprattutto se la cosa non avviene in un locale pubblico a ciò deputato ma in una casa privata, c’è un contrasto, una incongruità, una condizione di inferiorità, una perdita di rispettabilità, ci sono cioè tutti gli elementi del ridicolo (vedi Riso).
Un uomo si eccita a vedere una donna che dà di sé questo degradante spettacolo. Invece la donna non ha alcun interesse a trovarsi davanti un maschio ridicolizzato e degradato, lo vuole anzi forte, importante, virile per poterselo meglio godere e spolpare a letto, quando si gioca la vera partita. Il sadismo della donna è molto meno elementare, più nascosto, più sottile, più profondo, interviene in seconda battuta. In più, sotto il profilo del ridicolo, c’è una differenza sostanziale fra i genitali femminili e quelli maschili: la fica fa ribrezzo ma, proprio per questo, è tutt’altro che ridicola (nello strip ridicola non è la nudità in sé della donna ma la  situazione in cui viene esibita), il pene floscio, molle, pendulo, inoffensivo e i testicoli cascanti suscitano invece un’istintiva ilarità (non a caso nello strip maschile lui conserva comunque un minuscolo perizoma, non per pudore, non per limiti di censura – la fica è infinitamente più oscena – ma per evitare il grottesco). Se quindi lo strip femminile eccita l’uomo, anche al di là dell’aspetto voyeuristico, perché umilia e ridicolizza colei che lo fa, quello maschile deprime, per gli stessi motivi, l’eros della donna.
La donna, semmai, si eccita a vedere ridicolizzata e umiliata, davanti agli uomini, un’altra donna, l’eterna rivale. Per questo può capitare abbastanza di frequente di vedere donne che assistono, insieme ai loro partner, allo strip-tease. Piace alla donna, protetta dalle sue sagge vesti, poter guardare, osservare, scrutare, ispezionare, criticare il corpo nudo e indifeso di un’altra donna.
Inoltre può attuare un transfert, traslocando i desideri maschili, che sente puntati sulla spogliarellista, su di sé ma senza compromettersi e senza esporsi. Il recente fenomeno delle “cubiste”, che si esibiscono in locali pubblici frequentati sia da uomini che da donne, e che vengono chiamate anche in feste private, ha fra le sue motivazioni, oltre al consueto voyeurismo dell’uomo, anche il sadismo della donna sulla donna e i piaceri trasversali che essa ne può ricavare.
Il tema dello strip-tease ci ricollega alle ragioni più profonde per cui il nudo femminile non è erotico. Se, seguendo Bataille, l’essenza dell’erotismo è la profanazione della donna, la sua riduzione a femmina, ad animale (vedi Atto sessuale), questo può avvenire solo attraverso un processo, un passaggio da un grado superiore, la donna vestita, ad uno inferiore, la femmina nuda. La svestizione è questo processo, gli indumenti che cadono e quelli che restano su ne sono le indispensabili tappe e, insieme, ciò che consente di rimarcare e rendere sensibile la degradazione (vedi Mutandine). Una donna già nuda non può essere degradata. È solo una femmina nuda, un animale. E non si può profanare un animale, si può profanare solo un uomo. Cioè una donna vestita.
Se poi l’abbigliamento di lei denuncia l’appartenenza di classe, la profanazione e il piacere si allargano all’intera classe cui la donna appartiene, uomini compresi.
L’altra condizione perché ci sia la profanazione è che sia percepìta come tale non solo da lui ma anche da lei.
E qui entrano in gioco le categorie fondamentali del pudore e della vergogna (vedi Pudore). Tanto più tali elementi, veri o simulati, sono presenti nella donna, tanto maggiore è il sacrilegio. Il vestito è il segnale che lei accetta le convenzioni del pudore e della vergogna. Il nudo invece è spudorato e svergognato.
Infine c’è un’ultima ragione per cui il nudo non è sexy. Se infatti a lui impedisce l’esplorazione e la scoperta, a lei preclude il gioco della seduzione. Una donna nuda è come la pallina della roulette quando si è già posata sul numero. I giochi sono fatti. Rien ne va plus.
Nuda lei non ha alcun margine: non può allungarsi pudicamente il vestito sulle ginocchia, lisciarselo, tirar su una spallina caduta, baloccarsi con la collana, speculare sulla scollatura, sull’accavallarsi delle gambe sotto la gonna, sul “ti vedo e non ti vedo”, non può insomma accennare nessuno di quei gesti, di quegli “attuzzi e moine”, che fan parte da sempre del gioco dello charme.
Una donna nuda e cruda come una bistecca può piacere solo agli affamati.

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